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Full text of "Memorie della Valle Cavallina, o, Passeggiata primaverile da Trescore a Lovere"

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VALLC CAVALLINA 




o PASS6GGIATA PRI- 
MAV6RILG DA TR6- 

scoRe a LoveRe 

PER 

ZAMBETTI D. n GIOVANNI 
PROFESSORE NEL VEN. 
SEMINARIO VESCOVILE 
DI BERGAMO 



COI TIPI DI D. LEGRENZI 5 C. - BERQHriO - 1904 



?55 2.141 

REMOTE STOm 



SUA ECCELLENZA 
ILLUSTRISSIMA E REVERENDISSIMA 

MONSIGNOR G. C. GU1NDANI 

VESCOVO DI BERGAMO 



Eccr Monsignore, 



Con quel medesimo godimento dell' animo, onde Vi 
dedicai due altri miei lavori, che uscirono al pubblico 
fregiati del Vostro Nome, Vi presento ora queste Me- 
morie della Valle Cavallina, parte della Vostra Diocesi 
a ninna seconda nel sincero attaccamento a Voi. E Ve 
le presento come cosa per ogni considerazione a Voi 
dovuta ; anzitutto, perchè fin dalle prime parole che Ve 
ne mossi mi vi esortaste calorosamente ; in secondo 
luogo, perchè sento vivo il desiderio di dar Vi un pic- 
colo segno della mia profonda gratitudine per Voi, che, 
a mille prove, mi siete staio buon Padre. 

Pongo adunque colla massima riverenza sotto il 
Vostro Patrocinio questa mia qualunque nuova fatica, 
suggeritami dalla brama di giovare, come che s sia, ai 
miei compatrioti ed alla buona causa, e spero che le 
donerete, come umilmente Ve ne supplico, e vita con 
l' autorità e splendore colla grazia Vostra, di che mi 
sarà caparra preziosa la santa Pastorale Benedizione. 

Dal Vostro Seminario , jr Marzo 1904 

ZAMBETTl Prof. D.G. 



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PUE PAROLE AL LETTORE 



Lettor cortese, tu sai bene che, come c'è la grande 

storia, c'è anche la piccola storia. Una di queste ultime 

è appunto la Passeggiata primaverile da Trescore a 

Lovere che ora ti invito a leggere attentamente. È poca 

cosa, lo vedo ; è una semplice pagina di Memorie, dove 

>erò troverai quanto ti può servire di guida nella cono- 

;enza della Valle Cavallina, fino a questo punto rimasta 

•oppo allo scuro, sì rispetto ai tempi passati, che riguardo 

lì presenti. 

Senza pretendermela fuori di ragione, nella mia Pas- 
seggiata ho inteso di imbandirti' un banchetto, in cui le 
lemorie saranno il pane e le osservazioni e le divaga- 
ioni la bevanda. Quanto alle notizie, eccoti gli autori 
la me consultati : 

G. Maironi da Ponte — Osservazioni sul Diparti- 
lento del Serio e Dizionario Odepo7 r ico. 

Stoppani Ab. Antonio — // Bel Paese. 

Lupi can. Mario — Codice Diplomatico. 



— II 



Ronchetti Mons. Giuseppe — Memorie storiche della 
città e chiesa di Bergamo. 

Suardi Don Giovanni — Trescore e il sito distretto. 

Locatelli Pasino — / Dipinti di L. Lotto. 

Calvi P. Donato — Effemeridi e Campidoglio. 

Muzio Achille — Teatro. 

Castello Castelli — Cronaca. 

P. Celestino Colleoni — Storia quadripartita di 
Bergamo e suo Territorio. 

Pellegrino Bartolomeo — Vinca bergomensis. 

Marinoni Mons. Can. Luigi — Documenti Loveresi. 

Tiraboschi Ab. Gerolamo — Storia della Letteratura 
italiana. 

Amighetd sac. Alessio — Una Gemma subalpina. 

Locatelli Giuseppe — La rivoluzione di Bergamo 
del 1797. 

Mazzi Dott. Angelo — Corografia bergomense. 

Al Sig. Mazzi e al Sig. Avv. Camillo Quarenghi, 
che nelle cose nostre mattono mano sicura, ricorsi per 
consiglio anche a viva voce e qui rendo pubbliche grazie. 
Queste sono le principali fonti storiche alle quali ho 
attinto, senza parlare della Genealogia e faN Araldica 
dei conti Suardi, degli Estratti dell'Archivio di Bergamo, 
di Documenti privati, di Pergamene e di Statuti, che 
potevano gettare un poco di lume sulle varie materie. 
Per non infastidirti e per non ingrossare di troppo il 
volume, non citerò degii autori le testimonianze a piede 



— Ili — 

di pagina; ne noterò soltanto fra parentesi i nomi. As- 
sicurati però che in fatto di storia non ho avanzato cosa, 
che non sia già stata detta da altri e, tra questi, dai 
più autorevoli, o veduta co' miei occhi. La fatica del 
vagliare fu tutta mia; a te non resta che di far buon 
viso a quanto ti vien posto innanzi, avvertendo bene di 
non prendere per cose certe le semplicemente probabili, 
né per fatti indubitati le semplici congetture, con che 
inganiiaresti te stesso e a torto ne daresti il carico a 
me, che ricordo sempre l'aureo precetto dell'immortal 
Muratori, dettato negli Annali d' Italia all'anno 816. Lo 
vuoi tu conoscere ? « Può bene l'accurato storico pro- 
durre le. sue conseguenze intorno ai fatti antichi ; ma non 
deve già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, 
perchè facilmente si fabbrica un inganno ai lettori. » 
Dal che, per verità, mi ti professo allenissimo. Ove però 
ti avessi ad incontrare in qualche mancamento, lo ricopri 
col manto della benignità, memore che nelle illustrazioni 
di questo genere se il tentativo merita lode, il manca- 
mento non merita biasimo; ovvero, se meglio ti piace, 
me ne avverti direttamente, ed io un'altra volta vedrò 
di non ricadérvi. Riguardo alle osservazioni, sparse qua 
e là, forse dirai : Quante cose si volevano mettere e 
quante tralasciare ! — Francamente : delle prime mi 
scusano e la mia ignoranza, perchè io né so, né posso 
saper tutto, e un poco anche l'altrui pigrizia nel ri- 
spondere alle mie reiterate domande; le seconde ci sono 



— IV — 

e non so che farci ; se non ti piacciono, saltale di pie 
pari e va innanzi. Può anche essere che lungo la strada 
io mi ripeta: pazienza ! Chi viaggia sei giorni in una 
plaga abbastanza ristretta, non è meraviglia che torni sui 
medesimi passi. Ho poi scelto la forma del dialogo, come 
quella che, donando a me una maggiore e più libera 
facoltà di distribuire e di atteggiar la materia, coi tra- 
mezzamenti di domande e risposte ed uscite a te sce- 
merà la noia del dire troppo continuato e darà qualche 
ricreamento. Che se, dopotutto, mi avessi a far osservare 
che la mia Passeggiata si avrà forse una fredda acco- 
glienza, ti risponderei che, in generale, non sono pro- 
prio contento di gettarmi alla mala ventura; ma che 
nel caso presente non me ne importa gran fatto, perchè 
io pago un tributo alla storia della mia Valle e alla Verità. 
E se invece io iniziassi una rifioritura delle cose nostre, 
dove l'antico si intrecci bellamente col moderno, sicché 
il quadro riesca compito ? Se mai aprissi ad altri la via 
a fare qualche cosa di meglio ? Questo, secondo te, 
sarebbe piccol vantaggio ? Io me ne terrei oltre ogni 
merito ricompensato. Voglimi bene e vivi felice. 



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Memorie della Valle Cavallina 

o* PASSEGGIATA PRIMAVERILE 
dia raSftCORB a £@?I» 



Vestigia retro 

Ob servata sequor ..... 
(VIRG. EN. II.) 



INTRODUZIONE 



LA VALL6 CAVALLINA 



Dopo il vespro di una Domenica di primavera, fuori 
dell' usata Chiesetta sedevano a lieta conversazione il 
Maestro e tre scolari, di nome Felice, Beniamino e 
Giannetto. Quei fanciulli non erano come tanti e tanti, 
a guisa dell' Emilio di Rousseau, stupidi, viziati, ca- 
parbi, tutti dispettucci e sdegnucci ; ma oltreché d' in- 
gegno svegliato e acuto, perchè ben educati, si presen- 
tavano adorni di cortesi costumi e di maniere assai lo- 
devoli e graziose. Felice, come maggiore di età, teneva 
piuttosto del serio; Beniamino, curioso all'eccesso, voleva 



— 2 



sapere la ragione di tutto, fino, talora, ad importunare 
il Maestro, che finiva però sempre a fare la pace, 
perchè, anche a contrariarlo e a non rispondergli, era 
come pigliare il vento colle reti. Giannetto, il minore 
di tutti, aveva spesso il capo ai grilli e gliene passava 
proprio un visibilio. Inoltre, pareva che avesse V argento 
vivo addosso e non sapeva starsi mai fermo. Docile, 
però., ubbidiente al richiamo e, per la sua età, abba- 
stanza studioso, insomma, anche ad onta di qualche 
neo, tre perle di giovanetti. 

Il discorso era caduto sulla Valle Cavallina, il cui 
grande silenzio di quei giorni appunto veniva rotto dalla 
nuova Tramvia, che unirebbe Lovere con Bergamo, svi- 
lupperebbe le industrie, crescerebbe il numero dei viag- 
giatori e diventerebbe un facile sbocco anche per la 
Valle Camuna. 

« La Valle Cavallina — diceva il Maestro — forse 
così chiamata per essere posta a cavaliere al colle di 
Gaiano o, meglio, dai termini Cavelles, Cavelle e Cavellas y 
registrati in due interessantissimi nostri documenti, uno 
dell'anno 774 e l'altro dell' 830, è una delle più belle 
e fertili del Bergamasco. Comincia a Lovere, 0, più pro- 
priamente, .là, dove le acque del fiume Borlezza, scor- 
rendo dall' altipiano di Clusone verso 1' est, vanno a 
gettarsi nel Lago d' Iseo presso il villaggio di Castro. 

Lunga circa 30 chilometri, da prima si distende 
a mezzodì, poi, per buon tratto, piega a diritta e final- 



— 3 



mente, dopo alcune tortuosità, finisce nella pianura sotto 
Trescore. È formata dalle pendici orientali dei monti 
Cala, Cornalunga, Botta, Quaranta, Prenda e Misma ; 
e dalle falde occidentali dei gioghi, che la dividono dalla 
Valle del Sebino, tra' quali primeggiano il Boero, il 
Torrezzo e lo Spartivento. 

Le montagne sono calcari a stratificazioni simili alle 
montagne della Valle Brembana, collo stesso aggruppa- 
mento di rocce in sulle cime, ma di quelle assai più 
vestite di boschi e di verdissimi prati e al pendìo tutte 
messe a campi ed a vigneti. Il piano, in principio molto 
spazioso, ad un certo punto si restringe quasi fra due 
rupi, che un dì forse erano unite ; quindi segue ora 
largo ed ora angusto fino allo sbocco. 

Ha due laghi, che danno alla parte superiore una 
tinta di dolce mestizia: il piccolo di Gaiano, alimentato 
di sorgenti sotterranee e dalla valletta che discende da 
Solto, con letto poco profondo e n'è emissario V Oneto, 
quasi Ontaneto, dagli ontani che bagna, il quale, diri- 
gendosi a nord, al di sopra di Pianico entra nel Borlezza; 
A sud di questo è il lago di Endine o di Spinone, dai 
villaggi che se ne assidono mollemente sulla destra 
sponda. È lungo circa 7 chilometri e, nella media, largo 
m. 500, profondo, sopra tutto nel mezzo, ricco di pesce 
persico, di lucci e di tinche grosse e squisitissime e 
nei rigidi inverni agghiaccia così, da prestare sicuro 
passaggio non solo ai pedoni, ma anche a carri pesanti. 



Indizio certo della solidità del ghiaccio è lo scoppio 
quasi continuato di tuoni orrendi, che di giorno ti ar- 
restano meravigliato e la notte ti fanno balzare sul j 
Ietto, come persona, che per forza è desta. È poi bello 
vedere su quel grande specchio tersissimo scorrere i 
pattinatori, che vi fanno volate vertiginose e larghi giri 
con immenso piacere della gente, la quale plaudendo li 
guarda dalle rive. Anche questo lago trae I' origine da 
fonti interne e da piccole valli, che a vista vi portano 
un magro tributo. 

Di fianco al Castello di Monasterolo ne esce il 
Cherio, forse dal greco Kepas, braccio di fiume e anche 
mescolanza di cocci e di pietruzze di ostriche ; perchè dal 
lago fino all' Oglio, nel quale si getta vicino a Palosco, 
mena siffatte materie. Tutta la Valle, un di quasi deserta e 
corsa e pesta da eserciti stranieri e nostrali, ora è sparsa 
di graziosi villaggi e ornata di ogni vaghezza campestre, 
e per la varietà delle sue vedute e per le sue chiare, 
fresche e dolci acque è, come già vi dicevo, una delle 
più deliziose della nostra Provincia, perchè col rezzo dei 
boschi e colla verdura dei prati vi offre quella felice 
stravaganza che pone la natura ne' suoi assortimenti; 
e se qua e là, come di fronte a Mologno, si hanno dei 
contrasti tra fertili piagge e selvaggi burroni, tra colline 
fiorite e rupi accigliate che vi giganteggiano sopra, quei 
contrasti medesimi sono sommamente dilettevoli per chi 
ama vedere V austero accanto al ridente, per chi si 



- 5 



piace di contemplare quelle scene cui la natura, sublime 
disegnatrice, con grandi e liberi tocchi ha dipinto. 

Ed io, per mia parte, vi so dire che la vista di 
quel vago paesaggio più d'una volta ha prodotto in me 
quei momenti di dolce meditazione, che tengono T animo 
in un dolce riposo. Poche poi sono le regioni, che pos- 
sono gareggiare in fertilità colla Valle Cavallina; perchè, 
se ne togliete i limoni, i cedri e gli aranci, che libera- 
mente non vi fanno, vi si trovano i frutti più utili, più 
belli e più aggradevoli, e le colline vi danno vini eccel- 
lenti di vario gusto e di varie maniere. Finalmente gli 
abitanti, un po' nuovi ai convenevoli fra di loro, sono 
aperti, vivaci, laboriosi, leali e agli ospiti cortesissimi ». 

A questo punto gli scolari, che con viva attenzione 
avevano seguito il discorso del Maestro, esclamarono: 

« Corpo di mille bombe ! E perchè non facciamo 
anche noi una gita in quell' amena Vallata ? Non ab- 
biamo altri impegni; la vacanza e la dolce stagione vi 
ci invitano proprio ». 

« È un desiderio che fruga da tempo anche me, sa- 
pete, e se non ve l' ho peranco manifestato, gli è perchè 
io ci vorrei dare una capatina a modo mio, cioè a piedi, e 
voi, prima d'ora, non ve la sareste sentita. Non è vero ? » 

« Ha ragione — rispose per tutti Felice. — Ma 
adesso siam grandicelli e le gambe le abbiamo buone 
anche per una lunga passeggiata. La vedrà che salti da 
capriolo! Via...! Ci metta alla prova ». 



« Se vi acconsentono i vostri Genitori, è giusto che 
vi accontenti anch' io; ma prima, patti chiari. Uditeli. 
Se non vi ha nulla in contrario, partiremo domani di 
buon mattino colla Tramvia, che mette a Trescore Bal- 
neario : di là inizieremo la nostra peregrinazione, che, 
se Dio ci aiuta, durerà l' intiera settimana. Visiteremo 
tutti i paesi della Valle ad un per uno fino a Lovere 
e non ci varremo della vettura a vapore che ritornando. 
Vi piacciono le condizioni ? » 

« E a chi non piacerebbero ? — sorsero a dire quei 
tre folletti — Ci pare anzi mill' anni il momento di 
metterci la strada fra le gambe. Vuol essere un piacere 
che non avremmo nemmeno sognato. Alla buon'ora! 
Evviva la sua bontà e la nostra felicità ! » 

« Quand'è così, spicciatevi, preparate le cose vostre 
e cacciatevi a letto presto, per non farvi aspettare 
domattina. Il canto del gallo dev' essere la vostra sve- 
glia ». 



■5^ 



GIORNATA 1/ 



CAPITOLO I.° 



I. PARTENZA DA BERGAMO — 2. UTILITÀ DEI VIAGGI — 
3. TRESCORE — 4. LA PREPOSITURALE — 5. I PRE- 
VOSTI di Trescore — 6. Sulla piazzetta Celati 

— 7. I BAGNI — 8. AL SANTUARIO DI MARIA BAMBINA 

— 9. DAL COLLE NIARDO — IO, LA FAMIGLIA SUARDI 

— 11. La Cappella di S. Barbara. 



1 . Andò tutto pienamente d' accordo. Quella notte 
si dormì poco assai. All' alba Felice, Beniamino e Gian- 
netto erano già desti e levati. Fatte le loro divozioni, 
raggianti di gioia balzano alla stazione e, dato il buon 
giorno al Maestro, che di poco ve li aveva preceduti, 
prendono posto nella vettura, struggendosi di partire. 
La locomotiva si muove, la caminiera sbuffa e il treno 
si avvia. Chi potrebbe descrivere il giubilo dei fanciulli ? 
Gongolando d'intorno al maestro, non rifinivano di. lo- 
darne il bel pensiero e la bontà. Ma il Maestro, rin- 
graziati gli scolari delle cordiali espressioni di gratitudine 
per lui, uscì a dire : 



— 8 



2. « È bello il rapporto che passa tra i viaggi e i 
buoni studi, ed io, per me, sostengo che una completa 
educazione riceve dai viaggi V ultima mano ». 

« Non capisco — osservò Felice — questo rapporto 
e, poiché siamo ai primi passi della nostra gita, volen- 
tieri ne sentirei qualche cosa ». 

« Ecco : i viaggi ben fatti sono un mezzo dei più 
potenti e sicuri per accrescere P energia della ragione, 
il sentimento del bello, Je idee dell'ordine; essi diroz- 
zano il carattere, rendono più attivo V ingegno, aumen- 
tano il corredo delle cognizioni e mettono più addentro 
nella storia dei tempi e dei luoghi. I viaggi fatti con 
senno, come spero sarà il nostro, agiscono potentemente 
sul corpo, sul cuore e sull' intelletto ». 

« E come? » — domandò Beniamino. 

« Sviluppando le doti fisiche, avvalorando e correg- 
gendo le morali, rafforzando ed arricchendo le intellet- 
tuali ». 

« Ma bene, per bacco! Se il frutto è infallibile, Dio 
sa che sapientoni ne torneremo. Ci dovranno tutti far 
di cappello...» 

« Adagio, Giannetto; se ricordi, ho sempre badato 
a dirti che sei troppo corrivo. L'utilità dei viaggi di- 
pende in grandissima parte dalla qualità e disposizione 
dei viaggiatori. Io di certo non ispenderei una sola pa- 
rola a consigliare viaggi a certuni di poca testa, che 
non sanno mai fare un'osservazione, che, per difetto 



— 9 



l di natura o di volontà, sono affatto al verde di nozioni 
utili, che non hanno una certa quadratura di spirito 
che, da ultimo, non si propongono un fine. A costoro, 
piuttosto, suggerirei di rimanersi a casa a fare il mer- 
cante o a maneggiar la marra. Il viaggiatore deve cono- 
scere sufficientemente la storia e la geografia, che vo- 
gliono essere i suoi due occhi, la natura e Parte per 
non rimanere insensibile dinanzi alle meraviglie, in cui 
s' incontra, per discoprire il bello, dove e' è e gustarlo, 
per formarsi come un quadro del passato e vivere in esso ». 

« Maestro, se è così, noi possiamo dar volta e ri- 
nunciare per tempo ad un viaggio, al quale non abbiamo 
proprio dato un solo pensiero ». 

« No. Voi siete gentili e desiderosi d' imparare, e 
queste, a buon conto, sono felici disposizioni, e, benché 
siate immaturi anche pel piccolo viaggio che imprendiamo, 
tuttavia, venendo dietro a me, a qualche cosa appro- 
derete ». 

« Grazie! » — gridarono in coro i fanciulli ringal- 
luzzando e lusingati dalla lode del maestro, il quale 
approffittò di quel vivo interesse per dar loro un utilis- 
simo avvertimento. 

« Non basta che voi siate cosi delP animo disposti;; 
occorrono ancora e una savia curiosità, che è madre 
del sapere e vuol essere la compagna fedele di chi viag- 
gia, e l'infaticabilità per veder tutto. Che si direbbe 
se, dopo il. viaggio, non sapeste rispondere a chi vi do- 



— IO — 

mandasse del tal paese, del tal castello, del tal convento, 
della tal fonte, che si trovano in Valcavallina ? Non è 
vero che ne sareste beffeggiati, come coloro, che sono 
stati a Roma senza vedere il Papa ? Né crediate che, 
per essere la Valcavallina secondaria, vi sia poco da os 
servare. Ogni paese ha la sua storia e le sue partico- 
larità, e anche senza prendere ogni fonte per quella d: 
Igea, ogni convento per l'Abbazia di Monte Cassino., 
ogni castello per la mole Adriana ed ogni Cappella pe 
Partenone, vi troverete memorie e vedrete cose di inte- 
resse relativo, se volete, ma degne di essere conosciute. » 

E il maestro avrebbe detto anche di più, se il fischic 
prolungato della locomotiva e la voce del conduttore 
non avessero avvertito che si era a IVescore, capoluog( 
di Mandamento (ab. 4000.) 

3. Discesi dal carrozzone, i nostri si videro addirit 
tura assaliti da una turba di vetturini, dei quali chi in 
dicava, vociando, il suo sdruscito legnetto, chi volevi 
le valige e chi prendeva pel gherone; ma il maestro, n 
bella maniera, si schermì da quelle seccature, e gli scolari 
ad un suo cenno, postosi il piccolo corredo ad armacolli! 
e dato di piglio ai bastoncelli, iniziarono il dolce diver] 
timento della loro gita pedestre. 

« Maestro - domandò Felice - è questa la piazza d 
Trescore, che va per la più bella del Mandamento ? j 

« Per l'appunto, e credo che, per paese, la troverete 
proprio abbastanza bella e spaziosa. I fabbricati, che 1 



LIB t 

OF THE 






— II — 

fiancheggiano, figurerebbero bene anche in una città. 
Fino dal 1742 è anche piazza del mercato, che, se 
da principio era appena mensile, dal 1852 a questa 
parte ricorre ogni 16 giorni, il martedì. E di quella fon- 
tana là nel mezzo che vi pare ? » 

« A dirgliela schietta in un orecchio, perchè nessuno 
mi senta, la mi pare proprio un tinozze » 

« Potenzinterra ! Giudichi bene, Felice; non è vera- 
mente di buon gusto; sa troppo di barocco — È però 
bello ir gruppo che le sta sopra, dovuto allo scalpello 
di Francesco Sommaini, che ve lo pose nel 1843. » 

« E che rappresentano quelle due statue, che piac- 
ciono anche, a me ? » 

« Godo che ti piacciano, Giannetto. Quella donna 
ritta maestosamente, appoggiata all'asta, è Igea, ado- 
rata già dai Greci come la dea della salute. Essa, secondo 
la mitologia, fu figlia di quell'EscuIapio, che, nell'arte 
della medicina, essendo divenuto valente, ai prieghi di 
Diana, raccolte le sparse membra d' Ippolito, lo ritornò 
in vita; laonde Giove turbato con un folgore l'ammazzò, 
si come testimonia Virgilio, dicendo : — 

Il padre onnipotente allor sdegnato 
Che alcun mortale ritornasse in vita, 
Esso figliuol di Febo ed inventore 
Di medicina e di tal arte e sughi 
Con un folgor cacciò nell'onde stigie. 



— 12 — 

L'uomo poi, che le sta ai piedi, figura un infermo, 
il quale dall'acqua, versatagli in capo dalla dea, riceve 
la sanità. Il gruppo evidentemente è simbolico e allude 
alla sorgente copiosa d'acque minerali, che mettono in 
tanta fama Trescore. » 

A quest'ultima parola Beniamino, frugato dalla curio- 
sità, disse : 

« Maestro, sa Ella l'origine dei nomi dei paesi che 
visiteremo ? » 

« Sarebbe pur la bella cosa ! Fu sempre un desiderio 
vivo nell'uomo di indagare il senso riposto della parola,, 
che indica e determina, come ogni persona, così ogni 
paese, perchè Nomina Omìna, dicevano gli antichi : 
I nomi sono auguri. Ma in molti non si è ancora 
riusciti. Di alcuni de' nostri però so qualche cosa anch'io 
e, quando vi saremo, ve ne dirò. » 

« Tanto che basti per noi, neh vero ? » 

« Per voi e per quanti si diletteranno di seguire il 
nostro viaggio. » 

« Benissimo ! E senta : Si conosce donde trae il nome 
Trescore ?» 

« Ecco. Di Trescore so che si è disputato assai, 
opinando alcuni che così fosse chiamato da tre antiche 
parrocchie ( tres curia, che non vi furono mai), e 
altri da Transcherium, al di là del Cherio. Ma anche 
lasciato in disparte che nelle antiche memorie fu sempre 
delto Trescurium e Triscurium, come, fra gli altri, si 




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— 13 — 

ha in due documenti, il primo dell 'anno 996 e il se- 
condo del 1260, citati per disteso nella sua Corografia 
Bergomense dal nostro storico Angelo Mazzi, e non mai 
Transcherium, in qual modo può significare oltre il 
Cherio, mentre per Bergamo ne è al di qua, stenden- 
dosi sulla destra sponda del fiume ? I paesi non si vo- 
gliono considerare dal luogo, dove altri parla scrive ; 
ma in relazione alla città, da cui dipendono. Ora, Tre- 
score fu sempre dipendente da Bergamo. Vi ha piuttosto 
una terza opinione, che pare la più sostenibile, ed è 
che Trescore derivi da tres Curiae, tre corti, coorti 
o quartieri di soldati...... » 

« Come ? Ci son tre quartieri anche a Trescore ? » 
« Ora, no, Giannetto; ma ci furono. Considerata la 
postura del paese, che è allo sbocco delle valli Cavallina 
e Camuna, varchi aperti alle nostre pianure, non sembra 
affatto fuori di luogo il pensare che gli imperatori romani, 
da cui dipendevano queste contrade, qui tenessero corti 
per la loro stazione. Ovvero potrebbe anche darsi che 
vi fossero anticamente tre templi in onore degli dei 
falsi e bugiardi nelle tre principali contrade di Piazza, 
Strada e Torre, la quale, come riferisce il Mazzi, 
prima del 1000 figura sempre distinta dal resto del paese. 
Questi templi, secondo l'uso romano, si dicevano Curiae, 
e Curio, d'onde forse curato, era il sacerdote, che pre- 
siedeva ai sacrifici. 

Siccome poi curia vale non solo corte tempio, ma 



14 



anche quartiere di soldati, può essere ancora che significhi 
t7-e coorti di militari, i quali avrebbero gettato i primi 
fondamenti del villaggio e, per mettere un argine ai nemici, 
che si argomentassero di scendere dalle valli a disturbar 
la pace, si sarebbero fortificati sul Muella, sul Niardo 
e alla Torre. In questo caso Trescore. sarebbe: luogo 
dei fre quartieri. AD. G. Suardi, che in tempi assai 
buoni ha tessuto piuttosto il panegirico che la storia di 
questi paesi, dove, per lui, è presso a poco tutto per- 
fetto, una specie di Eldorado, se vi fossero le vene d'oro, 
piace questa spiegazione ; io però non ve ne sto troppo 
mallevadore. Il Suardi accenna anche a tre curie nel 
senso di fratrie o confratellanze o unioni di famiglie, 
che sarebbero state nelle principali contrade. Checché 
ne sia, questo è certo che Trescore non viene da Tra7i- 
scherium, essendone al di qua, e che vanno errati tutti 
coloro, i quali o pronunciano o scrivono Trescorre. » 

4. Così discorrendo per la spaziosa via, che conduce 
a Strada e di là a Gorlago, si era giunti alla Chiesa 
Prepositurale, intitolata al glorioso principe degli Apor 
stoli, S. Pietro. Dopo d'averne ammirato la bella torre 
e P alta cupola, la piccola brigata entrò nel Tempio» 
Esso ha la forma di una croce latina, a tre navate, di 
stile corintio. Oltre l'ampiezza, sono degni di nota 12 
stupendi affreschi dell'illustre Prof. Ponziano Loverini 
e 6 della sua scuola. Sono pure assai pregievoli i 3. 
quadri dell'ancona dell'aitar maggiore, dipinti dal vero- 



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TRESCORE — Chiesa Prepositurale 



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i5 



nese A. Balestra, che ha tutto il fare del Bellucci e 
del Maratta, suoi maestri. Il nuovo pavimento poi, sia 
pel disegno stupendo, sia per la varietà dei marmi, sia 
pel rosone che riesce sotto la cupola, è unico per chiesa 
parrocchiale e raro certamente anche nelle più celebrate 
basiliche del mondo. Ai lati della porta maggiore sono 
due bellissime statue (S. Rocco e S. Sebastiano), dovute 
allo scalpello del bresciano Callegari, uno dei più valenti 
scultori del sec. XVIII. Prima che si uscisse di là, il 
Sig. Prevosto, Prof. D. Severo Pasinetti, alla cui ini- 
ziativa si vuole attribuire il pavimento, si piacque di 
far vedere ai pellegrini i sacri arredi di assai buon gusto 
e F argenteria, di cui la Prepositurale di Trescore non 
ha nulla da invidiare a qualunque altra, che sia in voce 
di ricca. Sono quattro busti/ la copertura e il pallio del- 
l'aitar maggiore, una croce grande, veramente maestosa 
di stile barocco del bresciano Filiberti, un ostensorio di 
bel disegno ed elegante e da ultimo alcuni calici per 
lavoro e pregio squisitissimi. 

« E notino — diceva il Sig. Prevosto — che un 
dì questa Chiesa era anche meglio fornita di oggetti 
d'argento, di candellieri, di lampade, di tavolette e d'altri 
preziosi ornamenti che la Reppublica Bergamasca con pro- 
clama 23 marzo 1797 volle consegnati alla Municipalità 
con grande dolore della gente, alla cui pietà si deve la 
redenzione di quanto ora possediamo ». 

« Che begli esempi, divenuti così rari tra le moderne 



— i6 — 

generazioni scettiche, indifferenti e nauseate ! I nost 
padri non badavano a spese ed a sacrifici pel decor 
della Casa del Signore. Era la fede che li guidava 
quella fede, che ora nei più dei cuori è moribonda 
spenta ». 

Il Sig. Prevosto la sentì pienamente col Maestro, 
quale, resegli le grazie più vive e fatto un cenno ; 
fanciulli, con loro uscì sul bel viale, che mette alla pia 
zetta Celati. 

5. — Lungo quel tratto gli scolari furono vaghi j 
sapere alcune notizie intorno ai Prevosti di Trescore 
ne tormentavano il Maestro, il quale rispose : 

« Cari miei, non è tanto facile lì per lì precisarle 
molto più se si pensa che i Registri dell'Archivio pa 
rocchiale di Trescore anteriori al 1608, non so se p< 
incuria per disgrazia, sono andati perduti. Di alcui 
Parroci però si hanno memorie (Suardi, Trescore), ed 
ve ne farò un cenno, ma appena dei più insigni ». 

« Non pretendiamo di più. Al nome di Dio adunqii 
cominci ». 

« Di questa Chiesa, che deve essere molto antic 
v?rso' il 1230 era rettore Guiscardo Suardi, che poi j 
arcidiacono della Cattedrale e finalmente vescovo 
Bergamo. 

Nel 1575 ci troviamo MafTio Suardi, che ebbe 
bella ventura di ospitare S. Carlo Borromeo, presso 
quale dai Parrocchiani fu lodatissimo. 



17 



Nel ióoo gli successe Giampaolo Garlini, dottore 
in S. Teologia, zelante e generoso. 

Nel 1623 a D. Martino Garlini, nipote del prece- 
dente, successe Girolamo Isabelli, assai rinomato non 
solo in Trescore, ma in tutta la Diocesi, di cui si di- 
ceva Trescore non aver mai avuto Vegliale, né esservi 
luogo a speranza di ripararne la perdita. 

Ressero, poi questa Parrocchia due Sonzogni, Fran- 
cesco e Marsilio, laureati in S. Teologia, esaminatori 
prosinodali e dottissimi in ogni lodata disciplina, il se- 
condo dei quali dal vescovo Ruzini, che il 15 Novem- 
bre 1703 consacrò la Parrocchia, fu anche onorato del 
titolo di prevosto. 

Nel 1754 venne eletto a governare questa preposi- 
tura il celebre Dott. D. G. Zappella di Borgo di Terzo, 
santa e nobile figura di zelante missionario, che avea 
corso, predicando, tutta la nostra Diocesi; onde era 
salutato ad una voce l'apostolo di Bergamo. 

Membro della patria Accademia degli Eccitati e 
valente professore di Belle Lettere e di Fisica nel nostro 
Seminario fu Don Pietro Bana, dal 1763 al 181 1 l'idolo 
di tutta Trescore. Don Giuseppe Calvi, arciprete di 
Telgate, che ne ebbe a tessere valorosamente l'elogio 
funebre, ne scolpì bene il carattere dicendolo adorno di 
maschia virtù e di esemplare pietà, sostenuto insieme 
ed affabile, caritatevole, ospitale ; applicato continuo ai 
più gravi studi, ma anche cultore de' giocondi, profondo 



difensore ■ dei grandi dommi della Religione, ma lontano 
da tutti i teologici rumori e dalle vane dispute, calde di 
sola immaginazione e di orgoglio (Suardi). 

Nell'epoca burrascosa della Repubblica Cisalpina fu 
il Bana, che, seriamente impensierito dei pericoli religiosi, 
che minacciavano i suoi, si levò gigante, smascherò 
l'errore, fece una propaganda spietata di sana istruzione 
e così salvò il paese. 

« Deh che il suo esempio trovi anche adesso molti 
imitatori ! » — osservò Felice. 

« Magari ! I tempi che attraversiamo non sono 
gran fatto migliori ; ma molti dormono. — Passato a 
miglior vita il prevosto Bana, il Comune di Trescore 
con lusinghiere parole invitava a succedergli Don G. 
Lorenzo Bonzi, di Alzano, già lettore di filosofia e di 
que' giorni rettore del Seminario. Il Bonzi, avutone il 
parere favorevole dal Vescovo Dolfìni, che allora si 
trovava a Parigi, l'anno 1811 entrava solennemente 
in Trescore, dove nel colera del 18.36 diede splendidissime 
prove di eroismo sacerdotale e nel 1838, pianto da tutti, 
morì. 

Non posso poi passarmi di nominarvi, almeno, il 
nob. Conte Bartolomeo Romilli, che, nel 1846 nella : 
cattedrale di Bergamo consacrato vescovo, quell'anno 
stesso dalla prepositura di Trescore veniva promosso alla 
sede vescovile di Cremona, d'onde, appena un anno 
dopo, passava arcivescovo di Milano. 



— 19 — 

Finalmente vi ricorderò D. Luigi Paganelli che io 
stesso vidi e conobbi ben da vicino e dal quale ebbi 
consigli che guarderò sempre come preziosi » 

Qui il Maestro si fermò un pochino ed apparve 
evidentemente commosso ai fanciulli, che, fatti da ciò 
più curiosi, lo pregarono a continuare; ed egli riprese: 

« Don Luigi Paganelli, dopo d'avere insegnato con 
alta lode per 12 anni matematica e fisica nel nostro 
Seminario e esercitatovi poi per anni 5 il ministero de- 
licatissimo di Direttore spirituale, nel 1871 ne partiva 
a reggere questa insigne prepositura. Monumento visibile 
e nobilissimo del suo zelo è la nuova Parrocchia, che 
tanto gli costò di cure e di danaro. La sua predicazione 
era soda e persuasiva; poiché, se da una parte possedeva 
a meraviglia le scienze che aveva professato, dall'altra 
anche nelle ecclesiastiche discipline era profondo e sicu- 
rissimo. Frugale, mite, affabile con tutti, schivo di lasciare 
apparire in sé nulla di straordinario e di porsi, comec- 
chessia in rilievo, si aveva conciliato la stima di quanti 
lo conoscevano e il suo popolo, a buona ragione, lo 
venerava. Ma il 20 marzo 1900 cadde un colpo terribile 
su questo buon popolo. Che era stato ? La morte im- 
provvisamente aveva rapito l'amato Pastore. Gli onori 
funebri, che gli si fecero per concorso di clero e di 
popolo non potevano essere più trionfali. Dopo la messa 
salì il pergamo e tenne l'elogio dell'illustre defunto, 
tratteggiandone magistralmente le virtù luminose, un 



— 20 — 

sacerdote del paese, in quel tempo, come oggi, Lettore 
di S. Scrittura in Seminario, l'attuale Prevosto Pasinetti, 
a cui il benigno Signore accordi ogni grazia più bella» 
la felice corrispondenza e l'amore de' suoi Parrocchiani ». 

6. Così pian pianino la comitiva era giunta ad un 
bel largo, donde si gode una veduta deliziosissima.. 
Laggiù in fondo si disegnano l'imponente Parrocchiale 
d'i . Gorlago e le belle ville di Carobbio e sull'amenissimo 
colle vicino, che si dice degli Angeli, spicca un mona- 
stero, già posseduto dai PP. Carmelitani che ne furono 
cacciati l'anno 1770. Ad oriente si leva il monte San 
Giovanni delle Formiche e, più in qua, sempre in alto, 
è Grena, a' cui piedi si adagia il pittoresco paese di 
Zandobbio, celebre per le sue cave di marmi rosei o 
carnicini, con cui si costruirono tante belle opere, tra 
le quali le porte, le robuste pilastrate e le colonne 
d'ordine ionico libero del magnifico tempio di Alzano 
Maggiore, disegnato dal celebre architetto Padre Gerolamo 
Quadrio ticinese verso il 1659 e nel 1898, dietro il 
progetto del nostro Virginio Muzio, decorato di una 
splendida facciata, degna in tutto dei tesori d'arte, che 
ne abbellano l'interno. 

« Che bel quadro ! » — uscì a dire Giannetto, che 
non poteva più tenersi dal rompere il ghiaccio per do- 
mandar qualche cosa — Che vaga scena ! E di chi è 
il palazzo, che ci sta di fronte ? » 

« Fu già un palazzo signorile, ma ora ci abitano 



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OF 



21 



le RR. Suore della Carità. La nobile donna Silvia Ade- 
lasio - Celati, morta il 19 luglio 1854, dispose che tutto 
il suo ricco patrimonio fosse a beneficio dei poveri e 
ne chiame al possesso le Figlie di S. Vincenzo de' 
Paoli, che devono attendere all'Ospedale, alla scuola, 
all'asilo e all'orfanatrofio ». »'i 

« Lode alla generosa ! Che la sua memoria duri 
in benedizione e il suo nobile esempio trovi sempre 
seguaci ». 

« Bravo, Felice! Questi tuoi sentimenti mi conso- 
lano. Il plauso per le persone caritatevoli è indizio di 
animo ben fatto ». 

« Però anche al celebre generale Bartolomeo Col- 
leoni devono essere molto grati quei di Trescore ». 

« E perchè, Beniamino ? » 

« Perchè, come ricordo di aver letto in un libro, 
donò loro i bagni. Non è forse vero? » 

« Propriamente ne fece un regalo alla città dì Ber- 
gamo, che, dei tre Stabilimenti che vi sono, ha il più 
grande e il più antico ». 

« Non si potrebbero vedere? » 

« Oh! è la cosa più facile del mondo ; discendiamo 
per questo breve tratto di via e là in fondo li abbiamo 
di fronte ». 

7. I giovanetti tutti allegri dopo d' aver dato una ca- 
patina al vicino Oratorio di S. Bartolomeo, dove, sopra 
una buonissima tela di Francesco Terzi, è dipinto il 



22 



martirio del S. Apostolo dell' India e dell' Armenia, prece- 
dettero il Maestro e, in men che non si dica, si trovarono 
dinnanzi allo Stabilimento di S. Pancrazio. Quivi, rispon- 
dendo a un vivo desiderio degli scolari, il Maestro disse : 
« Quanto all'origine di questi bagni precisamente 
non si sa. Non mancano di coloro, che li vorrebbero 
far rimontare fino agli antichi Romani, i quali ne avreb- 
bero usato, come usarono di quelli della Porretta, grosso 
borgo su quel di Bologna, posto quasi alla sommità del 
giogo dell'Appennino, cacciato o, meglio, incastrato nel- 
l'apertura d'una gola, da cui esce il Rio, un torren- 
taccio che confluisce al Reno sulla sinistra. Anzi, se- 
condo alcuni, vi si sarebbe bagnato Annibale stesso 

dopo la vittoria presso il Ticino Però, senza tema 

di dare corso a solleticanti e insieme fanciullesche fan- 
tasie, si può dire che la scoperta di queste sorgenti medi- 
cinali è assai remota, e la tradizione vuole che si. debba 
riportare al secolo Vili, ai tempi, in cui Carlo Magno, 
il grande imperatore dalla florida barba, disceso per le 
rotte Alpi in Italia, avrebbe vinto Desiderio, ultimo re 
longobardo, ed esiliatolo in Francia, dove chiuse i suoi 
giorni in un monastero di Corbeil. Questa tradizione 
che pare sicura, è compendiata in due esametri latini, 
scolpiti in un pezzo di marmo bianco, posto all' ingresso 
dei camerini pei bagni. Eccoli là : 

Hic pollent populis quondam composita Gallis 
Balnea, martisato tandem Coleone novata. 



— 23 — 

Carlo Magno, che, come risulta da un documento 
dell' 801, riferito dal Quadrio nel suo studio intorno ai 
bagni di Trescore, ebbe tanto a lodarsi dei Bergamaschi, 
in segno di gratitudine volle onorare la Città nostra di 
grandi doni, tra i quali è a tenersi potissimo questo dei 
bagni col caseggiato. 

Più tardi, forse per le guerre delle accanite fazioni, 
questa fonte medicinale andò quasi dimenticata ; anzi 
dell'antica fabbrica, a cui era annessa la chiesa di San 
Pancrazio, della quale si ha memoria in un antico Do- 
cumento dell' 830, ove fra l'altro, si dice: In Basilica 
Sancii Pancratii, sita Salsa (Mazzi), prima del 1470 
erasi fatto un piccolo monastero di monache benedettine, 
che furono trasferite nel convento di S. Stefano pure 
in Trescore, tenuto da loro fino al 1575 e poi ceduto 
ai RR. PP. Cappuccini, che ne vennero sloggiati nel 18 io. 

« E per opera di chi le monachelle si levarono da 
questo luogo, che sa di sale, per essere chiuse a San 
Stefano, lungi dalla Basilica di S. Pancrazio? » 

« Tu, Giannetto, vuoi celiare su quel salsa detto 
sopra, nome che si connette con salsus, parola che serve 
ad indicare quanto ha un gusto di sale, com'è appunto 
questa sorgente d' acqua. Per Basilica poi qui non vorrei 
che tu intendessi una gran chiesa, plebana battesi- 
male, mentre non era più che un oratorio, dedicato al 
giovane martire e posto in Salsa, dove l'anno 1466 
quel fulmine di guerra, che fu Bartolomeo Colleoni, con 



— 24 — 

lodevole pensiero fé' ricercare la smarrita fonte medici- 
nale e, trovatala e assicuratosene della virtù, volle ri- 
tornarla all' antico splendore. Provvide quindi alle sacre 
vergini, che vi si erano stabilite, trasportandole nel 
convento di S. Stefano, nel .1460 lasciato libero dalle 
Cliiniacesi, passate a S. Grata in Alta Città. In seguito 
il generale aggrandì la sgombrata località, vi aggiunse 
nuovi fabbricati e di tutto fece un dono alla Misericordia 
di Bergamo ; per il che egli si ebbe dalla serenissima 
Repubblica Veneta larghi privilegi, confermati nel i486 
dal Doge Moccenigo e conservati alla Famiglia fino al 
1797. Hai capito bene, Giannetto? » 

« Poffare ! se sono stato attento alla lezione ! Ma 
quello che si dice Bagni di Trescore è poi tutto qui ? » 

« No, caro ; oltre a questo stabilimento, ove è in 
vigore il sistema di cura più moderno, ve ne sono altri 
due: quello di proprietà Baronchelli e quello detto Beroa, 
al di là del Cherio, sul Comune di Zandobbio, appar- 
tenente ai conti Modani. 

Se lasciate la bibita d'acqua, che non va più, in 
tutti e tre si fanno bagni freddi, freschi, tiepidi, caldi, 
a vapore ed a doccia, come si vogliono, e sono in grande 
uso anche i fanghi ..... » 

« Brrr in che consistono, Maestro ? » 

« Via... non farmi lo smorfioso; prega piuttosto di 
non averne mai bisogno. X fanghi, scrive Maironi da 
Ponte, consistono in una pozzanghera nericcia minerale, 



- 25 - 

circoscritta "da muràglia e che, a prima giunta, sembra 
mista di carbone artificiale e tramanda un gratissimo 
odor di zolfo. Il fango è soverchiato dall'acqua che pa- 
rimenti è minerale. Quando questa è quieta, si vede 
ricoperta come da una pellicola di diversi colori e spesso 
imitante quello che si riflette dalla miniera di' rame 
pìritoso. II fango di questa pozzanghera disseccato arde 
nelle brage quasi come lo zolfo. Questo fango appena 
tratto dalla pozzanghera ha un color nero lucente simile 
alla pece liquida, il quale sempre più si ammortizza, 
quanto più si accosta al disseccamento. E' pochissimo 
dissolubile nel!' acqua, alla quale esso non imprime, pas- 
sato che sia pel feltro, se non un piccolissimo sapor 
dolcigno. Ti basta, Giannetto? 

« Sì, sì, n' ho anche di vantaggio. Piuttosto desi- 
dererei sapere : fra coloro, che frequentarono questi 
bagni, vi ebbero anche uomini illustri? » 

« E non pochi: il marchese di S. Pasquale, Wol- 

fango Ignazio Wirtg de Rudentz, i generali Bordois e 

I Bubna, il principe Rainieri viceré della Lombardia, il 

governatore conte di Artig, Vignolles, Solignac, Romilli, 

il celeberrimo Lamberti ed altri ». 

« Grazie, Maestro ! » - fecero tutti ad una voce, in- 
chinandolo gli scolari, e dal fondo del cuore levando un 
inno di benedizione a quella soave Provvidenza, che 
anche dalle viscere della terra fa scaturire tanti efficaci 
rimedi all' inferma umanità e muove i cuori dei potenti 



— 26 — 

a soccorrere ai loro infelici fratelli, la piccola brigata pei 
un sentiero compendioso sali al Santuario del Niardo. 

8. La chiesa, che sorge tra vigneti, un dì floridis- 
simi, ma ora colpiti dal malanno della crittomana, fil 
lossera e peronospera, è davvero bellina. Di origine cer 
tamente antica, come si rileva dalla lapide posta sopn 
la porta laterale, fu rifabbricata e compiuta nel 1583 
Fra gli altri dipinti vi si ammira un bel quadro de 
Talpino Enea Salmeggia, dalla contrada di tal nome 
imitatore felice della sublimità e vaghezza di Raffaello 
Il quadro rappresenta la Madonna colle tre sante Ver 
gini Barbara, Chiara e Lucia. Pregato alquanto din 
nanzi al divoto altare di Maria, il Maestro disse: 

« Ricordo ancora quando fanciulletto di 7 anni er 
inginocchiato qui a fianco della mia buona mamma, eh 
ora certo mi guarda dal cielo pietosa. L' ho sempre sott 
gli occhi quella dolce immagine materna; il suo bene 
volo spirito conversa sempre con me. La desidero tanto 
Mi fissava e doì sorrideva all' Immagine e, raccomar 
dandomi al'a Madonna, le diceva: Cara madre, cons 
gliate questo povero figlio. Ci venni anche una second 
volta in sua compagnia, e so che allora uscendo e 
qui mi sussurò all'orecchio: Giovannino, sarai sempi ! > 
buono ? Baciandole con riverenza la mano glielo promisi 
ma se le abbia fino a questo punto mantenuto la p< 
rola, non so » 

E una calda lagrima gli cadde dal ciglio, invar 



27 



nascosta agli scolari, che ne furono vivamente commossi. 
Dopo un breve silenzio riavutosi, il Maestro continuò: 

« Figliuoli, salutiamo di cuore la Madonna e pre- 
ghiamola che ci accompagni nel viaggio e per tutta la 
vita ». 

9. Dal piccolo sacrato di quel divoto Santuario si 
affaccia al pellegrino un giocondo spettacolo. Gli sco- 
lari n'andavano beati e, poiché il balsamico aere finissimo 
ve li invitava, sedettero a riposare. 

« Eccovi davanti Trescore in tutte le sue principali 
contrade. Quel grosso gruppo di case laggiù a sinistra 
è Strada, più in là Torre e di fronte a noi Piazza. Un 
poco oltre Piazza, a destra, voi vedete un'altura; è il 
colle Mnella, ai piedi del quale scorre il Tadone. Su 
quell'altura un giorno sorgeva il castello della nobile 
Famiglia Lanzi, che vi ebbe ad ospitare principi ed 
imperatori di passaggio per Bergamo ». 

« Signor Maestro, ne ricorderebbe alcuno ? » 

« Sì, l'imperatore Carlo IV, che il 16 gennaio 1355 
da Lanfranco, vescovo di Bergamo, venne incoronato a 
Milano della corona di ferro, dove creò conte palatino 
Francesco Petrarca. Nel mese di giugno di quell'anno 
Carlo fu a Trescore e, accolto a grande festa dai sud- 
detti signori, ci si fermò qualche giorno; indi, regalato 
e molto onorato, per le Valli Cavallina e Camonica, 
cum Domina Imperatile, si ricondusse in Germania 
(Ronchetti, Voi. V). 



28 



Prima però dei Lanzi, che, per riverenza verso la Repub- 
blica veneta il 24 giugno 1428 consegnavano a Francesco 
Barbaro, podestà di Bergamo, il castello di Mnelia, 
avevano avuto un simile onore i Grumelli di Strada; 
poiché l'anno 1327 Lodovico il Bavaro venendo da Trento 
alloggiò presso Guiscardo e Tebaldo, dai quali si trat-i 
tenne un giorno, il 16 marzo, per passare poi a Bergamo', 
e di là a Como ad incontrarvi l'imperatrice Margherita! 
(Ronchetti Voi. I.) Ma tanto gli uni che gli altri patirono! 
gravissimi danni da chi teneva per Pandolfo Malatesta, 
il castello di Cividate. Questi l'u luglio 1407, venute 
a Trescore colle sue genti, ne mise a fuoco e a fiamme 
le abitazioni, tra le quali la gran sala di Viscardino Lanzi,] 
fornita di ventidue letti (Ronchetti Voi. VI). 

« E quei paesi dintorno come si chiamano ? » — 
.domandò Giannetto, trinciando della mano un segn( 
nell'aria. 

« Il primo, disteso alle falde di quella collina isolate 
e dominato da quel bel palazzo, che sembra una rocca 1 
è Costa di Mezzale, dove già ebbero signoria i cont 
Vertova e i Zoppi, dai primi dei quali ereditarono 
nob. Camozzi, e ai secondi, forse discendenti dai Claudi 
antica famiglia patrizia romana, succedettero i nobil 
Gout, rappresentati oggi dalla Sig. Donna Camilla 
che va benedetta sulle bocche di tutti per le sui 
splendide beneficenze. 

L'altro villaggio, più vicino a noi, si chiama Mon 



29 



ticelli di Borgogna, dove è Curato D. Giuseppe Cavadini, 
•che si è già fatto un bel nome co' suoi pregiati scritti 
sulla moderna agricoltura secondo il sistema Solari. 

Di fronte ci sta Buzzone o S. Paolo d'Argon, fin 
dal sec. Vili celebre abbazia dei Benedettini, la cui 
chiesa, dedicata alla Conversióne di S. Paolo, è certa-r 
mente una delle migliori che io mi abbia veduto. » 

Pei' che cosa? » — domandò Felice. 

« Pel disegno elegante, per le magnifiche cappelle, 
pei marmi svariati e preziosi, per le medaglie e per gli 
stucchi ; insomma, è una piccola meraviglia, che merita 
proprio un viaggetto. » 

« Ci andremo, neh vero, Maestro ? Così vedremo 
anche i monaci » 

« Ma che dici ? Non ci- sono più, Giannetto. E se 
tu sapessi come ne furono cacciati » 

« Oh ! dica, son tutto orecchi per ascoltarla ». 

« Il fatto, narrato anche da G. Locateli-i, che ci si 
diverte un pochino dintorno, andò, presso a poco, così. 
Siamo all'anno 1797. Gridata la provvisoria Repubblica 
Bergamasca y l'abate di Buzzone, Placido Soldati, per 
cessare ogni molestia inviò al nuovo governo una 
cospicua somma di denaro e n'ebbe parole di assicu- 
razione. Quand'ecco la sera dell' 11 giugno, mentre i 
Padri si trovavano in coro, Vedel, comandante della 
guarnigione francese in Bergamo, con una compagnia 
di militari si presenta al convento e lo stringe d'assedio. 



3 o 



Chi può dire l'ingrata sorpresa dei monaci, che, riposane 
sulla promessa, attendevano ai fatti loro ? 

Domandata ragione di quell'atto, venne risposto ch< 
non temessero; essere quella una spedizione per alir 
mire. Ma poco dopo, alla testa di uno squadrone d 
cavalieggeri francesi, vi capitava il cittadino Pietro Pe 
senti, che, convocati i Padri, lesse loro il decreto d 
soppressione del monastero e l'ordine di seguirlo entr 
poche ore per altra destinazione. Come quei povei 
frati, tra' quali erano anche, alcuni delle nostre famigli 
patrizie, si rimanessero a un colpo così inaspettato, lasci 
immaginare a voi. Fra la baldoria della plebaglia, inna 
zato fuori della porta l'Albero della Libertà, a nott 
avanzata si fecero uscire i Padri all'aperto e, tra du 
file di militi, come rei vennero tradotti nel Convent 
di Ponti da. » 

« Capperi ! Che libertà ! Erano soprusi, trad 
menti e » 

« Peggio ! vuoi dire, ma l'è sempre andata cos 
È comune usanza dei Rivoluzionari in nome di un 
certa libertà commettere ogni ribalderia. » 

« Ma che tempi indiavolati dovevano essere quelli ! 

« Ve ne dirò qualche cosa più tardi. ». 

« E che fu poi del Convento di Buzzone ? » 

« Fu invaso e saccheggiato dai Novatori. » 

« Già; c'erano venuti a bella posta. Senta: e qu 
tempietto che si vede là sulla cima del colle vicir 
a S. Paolo, come si chiama ? » 



— 3i — 

« Ora S. Maria, per servirti; ma anticamente doveva 
essere intitolato a un Nume falso e bugiardo. » 

« E a quale di quei vecchi barbogi ? » 

« Ma Il silenzio degli storici patrii non permette 

di indovinarlo. Dalle testimonianze, recate in mezzo dal 
Celestino e da altri, si sa di certo che non solo in Ber- 
gamo, ma anche nel contado sorgevano molti tempietti, 
tra i quali uno a Bolgare, sacro a Nettuno ; uno in valle 
S. Martino, dedicato a Marte, donde forse prese il nome 
la Valle ; veneravano poi Ghisalba Giove Pluvio, Predore 
Diana e Vesta, Almenno Giunone, Credaro Mercurio e 
Calepio tutti gli dèi. Ciò posto, dal nome del monte 
non si potrebbe argomentare che quel tempietto lassù 
si intitolasse a quell'Argo, che secondo la mitologia, 
aveva cento occhi, il culto del quale, fino dai tempi di 
Numa, era passato nel Lazio ? Ovvero non sarebbe 
stata una di quelle cappellerie che i romani, in onore 
dei compagni di Ercole, denominarono Argee e che, per 
lo più, si erigevano sulle alture per diversi sacrifizi ? 
(Catron e Rouillè libro II). 

Il silenzio di quei boschi poteva accordarsi a meraviglia 
col raccoglimento voluto dalla celebrazione dei misteri 
ideila folle gentilità. Ma per non dare in campanelle, 
"finiamo di ammirare il quadro. 

La chiesa, che ride su quel colle a est di Argon, 
è la Madonna di Loreto e dipende da Cenate S. Mar- 
tino. Osservatelo quel grazioso villaggio disteso su dolce 







— 32 


— 








pendìo, 


bello 


di vigne che si 


lavora 


a ristorare 


con 


pian 


tagioni 


di viti 


più resistenti. 










La 


chiesa 


Prepositurale Plebana 


è maestosa e 


ricci 


di marmi finissimi e di tele 


di va 


lore, e il 


Prevosti 



gode il titolo di Abbate di S. Maria del monte Mism; 
(m. 1160) che vedete torreggiare sopra Cenate S. Leone 

Il monte, mentre tutto all'intorno è sereno, I 
incorona spesso di nubi; onde il popolo dice, che i 
Misma si è messo il cappello. È tradizione, ma non s< 
quanto fondata, che al tempo dei Guelfi e Ghibellini 
uno dei più distinti guerrieri della nostra città, venut 
a migliori consigli, si ritirasse a penitenza accanto a 
piccolo santuario, in quell'erma solitudine, ove agli amie 
pastori narrava l'acerba storia delle sue vicende, com 
aveva perduto i figli e la fedele sposa. I monticelli de 
gradanti nel piano, all' infuori dei colli isolati da Cost 
di Mezzate a Comonte, sono come tante appendici de 
Misma, con bel linguaggio poetico celebrati dal nostr 
Giambattista Carrara-Spinelli. 

Se poi guardate a settentrione vi si presenta in u; 
colpo d'occhio tutta la Valle Cavallina inferiore, gi 
detta Valle Trescoria, popolata di paesi e vaga di colline 
ancora per vendemmia festanti, e di aure felici, pienj 
di vita ». 

Non è a dire quanto i fanciulli commendassero quel; 
postura e quanta lena venisse in loro di mettersi presi 
in cammino per luoghi così ameni. Ma, prima di scei 



33 



dere dal Niardo, Beniamino volle sapere dal Maestro se 
nulla più ci rimaneva ad osservare. 

« Me l'aspettava questa domanda; però voglio che 
tu sappia che Trescore, oggi così bello e gentile, nel 
Medio Evo era irto di rocche, di cui non restano che 
miseri avanzi, e tutto sossopra per le discordie de' suoi 
abitanti, fautori di questa o di quella casa potente, 
quali furono, oltre le già accennate, la famiglia dei 
Marchesi Terzi, che ricorrerà altrove, e specialmente 
quella dei Conti Suardi, sempre preponderante, che fra 
gli altri, possedeva un castello anche quassù, quello là 
a destra, ora tenuto dai nob. Suardi, dai piedi della cui 
torre solidissima, a quanto vien riferito, si passava per 
via sotterranea ad una fortezza, antica casa dei Conti 
a quattro passi di qui sul ciglione del Niardo e che 
vedrete bene dalla strada nazionale », 

« E giacché ci siamo, non sarebbe lecito sentire l'o- 
rigine e le vicende di questa famiglia Suardi, le cui 
sorti devono essere state gloriose ? » 

« E perchè no ? Ma non qui ; la cosa è un po' 
lunga e la mattina è di molto proceduta. Sentirete tutto 
andando. Ora leviamo le tende ». 

io. Partiti di là e preso a destra per una viuzza, 
che guida al piano, il Maestro disse : 

« Dalla genealogia de' Suardi, che potei consultare, 
da un manoscritto del Sig. Avv. Camillo Quarenghi e 
da altre fonti storiche sicure, ho ricavato che la fa- 



- 34 - 

miglia Suardi è la più antica delle nobili famiglie ber- 
gamasche ed una delle più illustri d'Italia, vantando una 
nobiltà di circa 9 secoli, onore che nessuna delle private 
famiglie può contare. 

Quanto alla sua origine, Polidoro Virgilio urbinate 
nella sua Storia d' Inghilterra fa derivare questa Fa- 
miglia dalla Nortumbria, donde, in cerca di miglior 
fortuna vessata da persecuzioni, avrebbe tratto sul 
suolo germanico e di là, verso il 1 158, coli' imperatore 
Federico Barbarossa, di funesta memoria per noi, sa- 
rebbe discesa in Italia e precisamente a Bergamo, dove 
avrebbe preso stanza ferma. Altri però, e credo più a 
ragione perchè fondati sopra autentici documenti, dis- 
sentono da Polidoro e quanto all'origine e quanto alla 
comparsa dei Suardi nei nostri paesi. Nella Geneologia, 
infatti, si ha che questa Famiglia è di origine longo- 
barda, vissuta secondo le leggi lombarde fino a tanto 
che non furono abrogate. In un'antichissima auten- 
tica pergamena preziosa, che si trova nell' Archivio 
della nostra Cattedrale, segnata col nome di Corrado 
l'anno 4 del suo impero, cioè 1031, si nota come pre- 
sente a quel contratto un Petrus qui vocatur Suardo, 
vale a dire Pietro che e chiamato Suardo, il qual co- 
gnome sia poi derivato da una popolazione venuta In 
Italia coi Longobardi, come taluno è di parere, sia poi' 
tratto da qualche luogo sia mero soprannome, prima 
di quella carta del 103 1 non si è mai in nessun do- 



- 35 - 

cumento rinvenuto e di poi non si usò se non da co- 
loro, che apertamente da quel Pietro Suatdo discende- 
vano. Onde non si può nemmeno dubitare che di là 
non abbia avuto origine il cognome de' Suardi. Dalle 
espressioni : qui dicitur, qui vocatur, qui ecc., ebbe 
principio anche il cognome di altre illustri famiglie ber- 
gamasche ; per esempio : da Gisalbertus, qui dicitur 
Collione, venne il cognome dei Col leoni, e da qui di- 
citur de Mozzo quello dei Mozzi. Resta dunque stabi- 
lito che il cognome di quanti sono Suardi derivò da 
quel Pietro, che dicevasi Suardo, e che però tutti ven- 
nero da lui. Vi quadra? » 

« A meraviglia! Prosegua pure ». 

« Se poi si considera che i cognomi propriamente 
detti cominciarono ad usarsi non prima dell' XI secolo, 
è chiaro ed aperto che tra primi si vuole annoverare 
quello de' Suardi e che questa famiglia, venendo da Pietro 
Suardo, è una delle più antiche private famiglie, delle 
quali si possa tessere giustifìcatamente la genealogia. 
Ma anche più addietro si può ritrarre questa già così 
vetusta origine; poiché si hanno all' uopo due pubblici 
documenti, nel primo dei quali (marzo 980) Suardo 
'Sivardo, che è tutt' uno, vien detto: Filius quondam 
} JLazaronis di Lanfranco, e nel secondo (io io): Filius 
quondam Laza7'i. Ora dalle antiche carte, dall' anno 
976 al 1011, risulta appunto un Lazaro di Lanfranco, 
detto Suardo Sivardo, autore e sorgente non del co- 



- 36 - 

gnome, ma della famiglia e discendenza chiamata ót 
Suardi, la quale così rimonterebbe alla seconda mei 
del secolo X. 

E nobile senza dubbio dovette essere fin da prin 
cipio questa famiglia. Infatti nelle citate carte Lazaro 
figlio di Lanfranco e padre di S?iardo, è nominato Chi 
dice del sacro Palazzo, come Giudice ne era stato Lar 
franco. Ora il grado di Giudice, secondo la sentenza e 
tutti gli eruditi, fu sempre onoratissimo e primario nell 
città, inferiore soltanto a* quello di conte, finché ne dul- 
ia giurisdizione, indi a quello di Console maggiore e 
finalmente, a quello di Podestà. Lotario imperatore nell 
sue leggi longobardiche (legge 94) richiedeva indispen 
sabilmente che i Giudici fossero nobili, sapienti e timc 
rati di Dio e che, se taluno se ne trovasse, che foss 
per nascita oscuro privo delle altre qualità, ve 
nisse incontanente rimosso. Di qui chiaro si pare che 1 
nobiltà dei Suardi risale alla metà del secolo X. E' pc 
certo che essi, come Nobili di Spada, nel 1100 si ai 
quistarono gli Speroni e il titolo di Militi e divenner 
potenti in Bergamo, dove fino d' allora li troviamo Co?, 
soli di Giustizia e Consoli Maggioi'i, e non solo pos' 
innanzi alle altre famiglie, ma preponderanti in modc ! 
che la loro storia è la storia della città. Posso av^ 
finito, Beniamino ? » 

« No, no. Poiché ci piace tanto a sentirla, ci ne 
mini, di grazia, alcuni dei più insigni personaggi e 
questa famiglia. Sono glorie nostre ». 



— 37_- 

« Tu sei dispietato con me ; tuttavia non voglio fal- 
lire alla promessa. Non ti dirò di tutti distesamente, che 
sarebbe un ordine troppo lungo. Per tacermi di Teu- 
taldo, nel quale Tanno 1330 da Lodovico il Bavaro i 
Suardi per la prima volta vennero creati conti, per pas- 
sarmi anche di Alberico, del quale avrò a parlare più 
tardi, dirò solo che nello spazio di 3 secoli, cioè dal 
1201 al 15 15, dei Suardi furono Podestà, oltreché di 
Bergamo, in 30 e più città d'Italia, tra piccole e grandi, 
fra le quali Alessandria, Parma, Verona, Brescia, Siena, 
i Firenze e Milano . Anche lasciando i Giudici del 
: sacro Palazzo, i Consoli Maggiori e di Giustizia, ebbero 

ambasciatori ai Duchi di Milano, ai Principi di Savoia 
I •■ 
ed ai re di Spagna ; poi luogotenenti imperiali, consi- 
glieri di Stato e senatori perfino di Roma e, da ultimo, 
capitani non solo del nostro popolo per ben 3 volte, 
ma di Mantova, di Genova, di Firenze e di Napoli. 
Come valenti guerrieri vanno ricordati f conti Francesco, 
Giuseppe e, principalmente, Bartolomeo, il quale illu- 
stratosi sotto le mura di Breda, fortezza d' Olanda, 
verso il 1630 fu eletto colonnello delle truppe della Re- 
li pubblica di Venezia, da cui ricevette anche una collana 
d' oro, onde più tardi veniva pure insignito suo fratello, 
conte Felice ». 

« Perchè ha tirato in ballo il mio riverito nome, La 
Sfavorirà a dirmi se i Suardi non si intesero che d'arti 
, di guerra, se ve n'ebbero di eccellenti anche in 
altre ». 



- 38 - 

« Sì ; sta' buono. Molti si segnalarono anche nelle 
arti di pace, come Alberico (f 1 309) e Giacomo (f 1402) 
e, di più, ancora nella carriera ecclesiastica. I Suardi 
vantano Prelati, Camerieri del S. Pontefice e Vescovi, 
tra cui Guiscardo (1273) e Virginio (1792), vescovi di 
Bergamo ». 

« E nel campo letterario vi fu mai alcuno di loro, 
che venisse in qualche fama ? » 

« Anzi a grande salirono: 1. Giovanni-Francesco, il 
quale dal 1455 al 1568 attese a comporre un canzo- 
niere in lingua vulgare, encomiato assai dal Baretti, 
che in proposito non era di così facile contentatura, dal 
Rosmini e dal Tiraboschi. 2. Antonio, che nel 1474 
scrisse poesie, illustrate a penna di sua mano. 3. Gian 
Battista, detto Suardino, introdotto da Giovanni Pon- 
tano nei suoi dialoghi. 4. Come donna di merito non 
comune dal filologo conte Ercole Passi è celebrata Maria. 
5. Ma sopra tutti come aquila vola Paolina, fra gli 
Arcadi Lesbia Cidonia, morta nel 1801, poetessa eulta 
e gentile, resa immortale dall' abate Lorenzo Masche- 
roni col carme dell'Invito e dai Bergamaschi traman- 
data ai posteri in una lapide murata sulla casa dove 
nacque in Alta Città, n. 11 di Via S. Salvatore ». 

« Dio sa quanto gli storici avranno parlato di così 
nobile famiglia! » 

« E ben a ragione, Giannetto ; oltre tutti i nostri, 
ne parlano non pochi altri, ne di poco valore, come 



— 3 9 — 

Bartolomeo Sacchi detto il Platina, G. Pontano, il 
Corio milanese, il Capriolo bresciano, Scipione Ammi- 
rato e Paolo Giovio ». 

« Oh! è forse quel Giovio che l'ebbe con l'Are- 
tino ? » 

« E' proprio quel Giovio, che però non 1' ebbe con 
Pietro Aretino, col quale .egli visse' in costante amicizia 
(V. Mazzucchelli pag. 84 e 137) ». 

« Come ? non è del Giovio queir epigramma pur> 
gentissimo: 

Qui giace 1' Aretin poeta tosco, 

Che disse mal d' ognun fuorché di Cristo, 

Scusandosi col dir : Non lo conosco ? » 

« Gli fu attribuito, è vero, sulla fede del P. Ni- 
ceron ; ma è da ritenere che sia una pasquinata, com- 
posta da qualche nemico dell' Aretino e che la stessa 
origine abbia la pretesa risposta dell' Aretino : 

Qui giace il Giovio, storicone altissimo, 
Che disse mal d ? ognun fuorché dell' asino, 
Scusandosi col dire : Egli è mio prossimo ». 

Mentre Giannetto e Beniamino, commentando le due 
iscrizioni, si sbellicavano dalle risa, Felice, ringraziato ii 
Maestro delle preziose notizie intorno ai Suardi, gli fece 
quest' ultima domanda : 

« Maestro, se non Le è grave, si potrebbe sapere 
a quale dei rami Suardi appartiene l' attuale conte 
Gianfortef » 



— 40 — 

« Dei 7 rami che, come risulta dalla Genea- 
logia, si fecero ben presto della nobile Famiglia e dei 
quali esistono ancora tre (Linea Suardo di Cicola, Linea 
Secco-Suardo, alla quale cresce tanto lustro il conte 
avv. Girolamo, autore del libro « // Palazzo della Ra- 
gione in Bergamo », Linea Suardi, Bergamo-Trescore), 
eletta fronda di quello, che dicesi Guglielmi de' Rug- 
geri, è 1' attuale conte Gianforte II, figlio del conte 
Giuseppe III e della nobile contessa Palatina Antonietta 
Lupi, nato a Bergamo il 19 giugno 1854, dottore in 
Giurisprudenza, Deputato al Parlamento, già Sindaco 
di Bergamo e Sottosecretario pel Ministero di Agricol- 
tura e d' Industria e insignito da poco tempo della 
Croce d' Onore e di Devozione del S. M. Ordine di 
Malta per aver provato trionfalmente, come si. richie- 
deva, la nobiltà generosa di 200 anni delle famiglie del 
padre, della madre, dell'ava paterna e dell' ava materna ». 

Intanto, lungo la via nazionale, i nostri pellegrini 
erano giunti ad una grande cancellata di ferro che dà 
attorno alla villa del Conte, la quale, quantunque in 
luogo un po' basso, è una delle più magnifiche che si 
possano vedere. Il portinaio, che n' era stato avvertito, 
li introdusse nel giardino, bello assai, e, passando ac- 
canto alla torre massiccia e insieme elegante, che si 
aderge di fianco al palazzo, li guidò ai signori Conti; 
che li vollero serviti di un rinfresco il più squisito. 

E' principio indispensabile che la tavola è 1' olio del 



LIB 
OF 



4i 



lumicino e, di chi viaggia pedestre, più che d'ogni 
altro. 

E lo provarono gli scolari, che difatti non potevano 
star fermi e volevano andare ad ogni costo. Ma il Maestro 
li calmò dicendo, che non avevano ancora veduto quanto 
di meglio vanta Trescore. 

« Diamine ! E che cos'è ? » fece meravigliando 
Felice. 

<' E' la Cappella qui vicina intitolata S. a Barbara ». 

« Ah ! sì ; quell'eroina cristiana di Nicomedia, che 
da suo padre Dioscoro, pagano feroce, d'un colpo di 
jspada si ebbe tronca la testa sulla cima d'un colle ? » 

« Dessa per l'appunto; ma l'infelice padre ne pagò 
ben presto il fio. » 

« E come ? » 

« Fu incenerito da un fulmine a ciel sereno mentre 
discendeva dalla collina. Ed è per questo che S. Barbara 
/enne salutata protettrice contro il fulmine e, per ano- 
ogia, contro qualsiasi fuoco repentino e violento. I 
bombardieri veneti l'avevano presa per loro Patrona, ed 
mene oggidì i nostri artiglieri il 4 dicembre ne solen- 
lizzano la festa. I nocchieri poi intitolarono già da lei 
luogo della nave, ove si custodiscono le polveri ». 

« E: Dare il fuoco a S. Barbara, che cosa significa ? >> 

« Una disperata risoluzione, che manda all'aria ogni 
osa ». 

11. Riveriti i Signori Conti e stretta la mano ai 



— 42 — 

contini, che parvero a tutti svegli d'ingegno e adorni 
di eletti costumi, la comitiva in due passi fu alla cappella, 
che spicca quasi di fronte al palazzo, al quale la unisce 
una galleria, abbellita, non ha molto, all'esterno, di un 
portichetto di stile antico, ornato di analoghe figure. 

Varcata la porticina d'ingresso, che si apre a metà 
del fianco sinistro del tempietto, gli scolari uscirono in 
un « Oh ! » proprio iungo e roco : 

Quante figure! Che scena di Paradiso! Chi ne fu 
l'autore ? » 

« Lorenzo Lotto, strenuo facitor di Madonne e di 

Santi ». 

« E da chi ne ebbe la commissione ? » 

« Da chi ! Dai Suardi senza dubbio. Le son cose|[f 

da domandare ? » 

« Felice, perchè ti adiri con Beniamino ? Egli vuoi 6 

sapere quale de' Suardi fece dipingere. Lo sai tu forse ? >*(; 

« No — rispose un po' confusetto — ce lo dica 

] 
Lei » 

« Ebbene, il Lotto ne fu incaricato l'anno 1524 de 
Battista Suardi anche a nome di sua moglie Orsolimj| f 
e di sua sorella Paolina. Forse vi fu 'fatto venire a bells 
posta da Bergamo, dove aveva dipinto in S. Bartolomeo* 
in S. Bernardino e nella Prepositurale di Pignolo, 
forse si trovava già a Trescore, inteso ad affrescare u il 
Cappella, dedicata a S. Rocco, più tardi andata ali* 
malora ». 



— 43 — 

« Che peccato! — Ma osserviamo; parli, Maestro, 
e noi non ne perderemo una sola parola. » 

« Ecco: Qui il Lotto, come scrive benissimo nella 
illustrazione che ne fece Pasino Locatelli, compose due vi- 
sibili poemetti sulla vita di S. Barbara e di S. Chiara d'As- 
sisi, dando luce al tutto con una moltitudine di persone in 
uffici, in costumi, in atteggiamenti diverse, con archi- 
tetture, che hanno l'impronta di quel gusto squisito del 
Rinascimento, del quale il Palladio fu il rappresentante 
l'interprete migliore. Ma, per gustare di più questo 
:apolavoro, esaminiamolo parte per parte. Il concetto 
fondamentale è quello della vigna, tolto dal Vangelo 
ii S. Giovanni, ove Cristo è simboleggiato nella vite, 
eggete, infatti, le parole scritte sopra la grande Imma- 
gine del Redentore, dalle cui dita partono rami, che si 
spandono in alto: Ego sum vitis ; vos palmites (S. 
Giovanni cap. XV). » 

« Maestro, chi sono questi tre personaggi, che spor- 
gono dal suolo con mezza la persona ? » 

« Sono i ritratti dei committenti, non li ricordi più, 
beniamino ? » 

« Sì, sì; Battista Suardi, Orsolina e Paolina. » 

« Bravo ! Notate tutti il loro atteggiamento devoto 
manzi al Redentore, poi venite con me. 

La torre che voi vedete qui in fondo figura quella, 
iella quale Dioscoro con barbaro consiglio avrebbe chiùso 
ji figliuola, che di queste tre donne abbasso è la più 
vanti. » 



— 44 — 

« Ah... ah... ah... che strano personaggio ! Un 
cagnolino, sarà stato il fido di S. Barbara ? » 

« No; è piuttosto una bizzarria del pittore. Se l'hai 
presente, Giannetto, ce n'è uno, ma più grosso e meno 
garbato, anche nel quadro dell'ancona del nostro Duomo. 

Il Lotto poi si piaceva assai di certe licenze, come 
sarebbe nelP Assunta di Celana bergamasco quella del- 
l'Apostolo, che, per assicurarsi che nel sepolcro Maria 
non c'è più, guarda dentro cogli occhiali inforcati sul 
naso ma non ridete; procediamo. 

Entro la torre appaiono un vecchio seduto e una 
giovane in atto di meraviglia dinanzi a lui. Sapete chi 
sono ? S. Barbara e Origene, suo maestro nella fede 
cristiana. 

« E questa chiesetta rotonda con tre finestrelle ovali 
che cosa significa ? » 

« Significa una chiesa, fatta erigere dalla cristiana; 
fanciulla; le tre finestre poi sono simbolo della Santis- r 
sima Trinità. C'è accanto anche un altro tempietto jl 
ma dentro è il simulacro di Giove, contro cui Barbara, 
si scaraventa, come potrete ben vedere voi che avete 
la vista così acuta ». 

« E il parapiglia qui appresso, dove mi pare che sì, 
menino saporitamente le mani, è forse una battaglia ? I 

« No, Beniamino. Barbara nel' suo fervore tenta | 
convertire Dioscoro, che è quello lì vestito di nero, co | 
turbante in capo e colla scimitarra al fianco per indi 



45 



:arlo infedele, maomettano o quel che sai tu di peggio. 
Ma Dioscoro non era dell'animo atteggiato come il pa- 
dre d'un'altra verginella cristiana, di cui vi narrerò la 
leggenda per via. Dioscoro monta su tutte le furie e 
Barbara fugge ; fugge fuori della città su per una col- 
lina, e il padre, con alcuni de' suoi, dietro a lei, ed 
eccolo là in cima presso quel pastore, che gli manifesta 
dove la figlia si è rifugiata. Allora Dioscoro la raggiunge, 
l'acciuffa e la trascina alla presenza del giudice, che 
la condanna ad essere flagellata capovolta ». 

« Che ceffi di casa bruna quei due manigoldi ! » 
« E che attidudini varie e spiccate ! — Ma Barbara 
sotto quei colpi non muore ed è gittata in carcere in 
:eppi ed in catene ». 

« Ah ecco, eccola là dietro quell'inferriata! » — 
?ridò Giannetto. 

« Precisamente; però vi ha l'alta consolazione di 
essere visitata dal Divin Redentore. — Siamo di nuovo 
I tribunale, che si ripete quattro volte; all'ultima, il 
giudice Marciano condanna l'eroina ad essere decapitata, 
^a tragedia si compie sopra quel colle dietro la città, 
love vedete Barbara inginocchiata e il padre che sta 
)er vibrar il colpo di scimitarra. Lungo il pendìo del colle 
i dispiega il mesto corteo dei pii, che portano il corpo 
Iella Martire e poco sopra si vede Dioscoro, fuor di ogni 
egge umana feroce, investito dalle fiamme, colpito da 
in fulmine a ciel sereno ». 



; 



- 46 - 

« Che bellezza ! Che grazia in questi paesaggi ! Son 
piccolo, eppure la sento anch'io, maestro. — Ma quei ma- 
scheroni là all'estremità, quelle anime nere con quelle 
scuri alzate, mi fanno perfino paura » 

« Attento al simbolo, Giannetto ; quelli rappresentano 
i nemici della chiesa ». 

« Potenzinterra ! Se è stato bravo il pittore ! » 

« E in quest'altra parete di chi si tratta, Maestro? » 

« Della gloriosa figlia di Favorino Sciffo, S. Chiara; 
d'Assisi. Ci sono dipinti graziosissimamente tutti i fattija 
principali della sua mirabile vita, dalla vestizione religiosa 
per mano del vescovo, sino alla fuga dell'esercito dellop 
svevo Federico II ». 

« Avvenne davvero questa fuga, o è una bizzarra 
invenzione del Lotto ? » • 

« Possono essere invenzioni queste altre scene, p. e. 

S. Chiara, che ammansa il lupo, che ricorda fratti 

l 

Lupo d'Agobio, venuto a buoni patti con messer Sante 
Francesco, e la benedizione delle biade e forse altre 
Ma questo è un fatto storico, ricordato nei fasti della 
Santa. I soldati di Federico, misti con Saraceni, avevano | 
minacciato di invadere il monastero delle Clarisse appena 
fuori d' Assisi. Ma la Santa vegliava e pregava, e que'i 
soldati, percossi da misterioso spavento, come vedete 
sul limitare del peristilio, si diedero a fuga precipitosa »: 
« Maestro, c'è anche quest'altro spazio pieno d' 
figure ; che cosa rappresentano ? » 



47 



« Ma tu non mi lasci proprio rifiatare un minuto. 
\lla buon'ora ! Poiché il tempo stringe, ti dico subito 
:he in questa parte, che è la più sciupata, si rappre- 
senta il martirio di S. Caterina d'Alessandria. Ad onta 
lei guasti, sono però bellissime, oltre la figura dell'eroina, 
quelle del guerriero che regge una gran lancia e del 
:arnefìce, che sta per vibrare il colpo ». 

« Vorrai anche sapere il perchè di quel rogo sul colle, 
ebbene, senti: la regal donzella era stata obbligata 
ìalP imperatore Massimino a disputare coi filosofi del- 
'Accademia. Ma essa li confuse tutti, anzi li convertì 
illa fede cristiana. Onde l'imperatore, bollente di sdegno, 
i condannò tutti ad essere abbruciati vivi ». 

« E quella donna là dalla folta e lunga capigliatura 
ancora S. Caterina ? » 

« No, caro; gli intelligenti vogliono che sia S. Maria 
Maddalena. Mira che scena poetica e devota ! » 

« E le mezze figure là in alto... ? » 

« Sono profeti e Sibille ». 

« Le pitture dell'apside poi e quell'io*? Homo, a 
onfronto, mi piacciono poco ». 

« Non sei affatto nel torto. Non hanno la poetica 
ttrattiva, la squisitezza tutta fiamminga delle altre, 
udentemente sono di una mano più rozza e più antica, 
ìd ora sei contento Beniamino ? » 

« Lo sarei anche più, se ci vedessi un ritratto, che 
,on dovrebbe mancare ». 



- 48 - 

« E quale ? » 

« Quello del pittore stesso, a cui ho preso a volei 
bene anch' io ». 

« E tu credi che manchi ? Vieni qui un pochino, 
ove è dipinta la scena della vestizione di S. Chiara. 
Vedi quest'uomo, che tira a sé per un braccio il ragaz- 
zetto seduto sui gradini in atto di accennare ad altri la 
novella suora ? » 

« Ebbene ? » 

« Ebbene, alla quadratura della testa, ai lineamenti, 
all'espressione degli occhi, al taglio della bocca, al colore 
e all'acconciatura della barba e dei capelli, questo uomc 
è Lorenzo Lotto ». 

« Ma bene ! » — esclamarono plaudendo i fanciulli - 
La ci ha proprio fatto gustare un piacere che non ma, 
il maggiore. Dappertutto chi non viaggia, colla testa ne 
sacco, c'è del bello e noi non dimenticheremo così fa ! 
cilmente questi graziosi paesaggi, queste originali pitture 
per le quali il Lotto ha lasciato di sé splendida e du 
ratura memoria anche sulle umili sponde del Cherio. I 



*? 



N? 



CAPITOLO II. 
i. In via — 2. La Madonna del Miracolo — 3. Entra- 

TICO — 4. LA PARROCCHIALE — 5. LA BUCA DEL 

Corno — 6. luzzana — 7. IL Gigante — 8. Terzo 
e il suo Antico Convento. 

1. Era suonato da poco tempo il mezzo giorno, al- 
lorquando la compagnia si moveva dalla Cappella Suardi 
alla volta di Entratico per la strada regia, che costò ai 
nostri maggiori un' iliade di viaggi difficili e ingenti 
spese. L' aria pura e balsamica, il profumo e la fra- 
granza, spiranti dai campi fioriti e dalle verdi pendici 
del Grena e del Sasser, mettevano in tutti un insolito 
brio e ponevano le ali al cuore ed ai piedi per volare 
a quei luoghi che si struggevano di visitare. Che li- 
bertà cara, specialmente a chi vive sempre occupato ! 
A nessuno passò pure per la mente di valersi della 
Tramvia, che in due ore li avrebbe portati in capo alla 
Valle. Sentivano il bisogno di camminare, di vedere, 
di esaminar tutto da vicino, di discorrere a loro bel- 
l'agio. 

2. Attraversato un gruppo di case, detto Fornaci, 
Beniamino, preso pel braccio il Maestro, accennando della 
mano a sinistra, gli disse: 



- 5Q - 

« Quella Chiesetta là in alto è forse un Santuario ? » 

« Sì, è un piccolo Santuario, volgarmente chiamato: 
La Madonna del Miracolo, eretto nel 1740 dal conte 
Mafrìo Suardi per sua divozione per aver ricevuto 
qualche singoiar beneficio dalla Madonna di Desenzano, 
che vi è dipinta. Nei primi anni del mio Sacerdozio, 
da Bergamo io mi recava tino lassù ogni domenica a 
celebrare la S. Messa. Di primavera e d'estate la cosa 

andava liscia; ma certe mattine d' inverno Talvolta 

mi avviavo su pei sentieri del Sasser che era ancor 
buio pesto e la neve mi dava fino alle ginocchia. Ma 
avanti Savoia ! La vaghezza di superare le difficoltà e 
specialmente la viva gratitudine di quei buoni monta- 
nari mi infondevano una lena straordinaria e mi face- 
vano andare così baldo di me stesso, che dicevo : Se 
avessi ad incontrare anche il lupo che la rabbiosa fame 
caccia dalle latebre del Misma, lo strozzerei ! E già pre- 
gustavo la gioia di lottare con lui, di torcergli il collo, 
di vedermelo palpitante disteso ai piedi, di mostrarlo 
come un trofeo di vittoria alla gente stupita. Avevo 
forza di reggere contro un gigante; mi sentivo bene le 
pugna in mano, io 

« Olà - fece Giannetto dando addietro d' un passo - 
guai se con quegli artigli mi tocca in sul groppone...! » 

« Sta' buono; tèmpo era e tempo è; la mi è sbol- 
lita 0, per dirla coi Toscani, la cosa mi è andata un 
pò* alla dirotta. Allora ero giovane e tanto rigoglioso ! 



p 



Due inverni la durai; ma il lupo stette sempre nelle sue 
tane e forse fu buona cosa per me. Dopo la Messa 
prendevo una tazza di caffè o in Sacristia o in una 
casa vicina, bella per quel luogo, sopra la porta della 
quale si legge questo distico : 

Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non 
Sordida, facta meo sed tamen aere domtts ». 
« Ma questi versi - osservò Felice toccandosi coli* in- 
dice la fronte - se non erro, sono dell' Ariosto, fatti 
porre da lui sulla sua casetta a Ferrara in contrada 
Mirasole.... ». 

« Benissimo, e ve li pose per chiudere la bocca a co- 
loro, che gli ronzavano sempre d' intorno meravigliati 
che egli non avesse una casa cosi grande e così bella, 
come i palazzi che dipingeva coi suoi armoniosissimi 
versi. Vi assicuro poi che leggendoli non mi pareva 
proprio di trovarmi fra' boschi. Anche una vecchia tra- 
dizione parla di quel varco lassù. Questa vuole che un 
certo Odosino, un allucinato, che si credette profeta, 
un fanatico furioso e brutale, insomma, un arnese tri- 
stissimo, messosi a capo di ioooo uomini, dopo d'aver 
seminato la desolazione nelle Valli Camuna e Caval- 
lina, piombasse sopra Trescore; ma che, respinto dai 
forti abitatori della terra, prendesse la via del Sasser e 
di là, come uno sparviero, si precipitasse sopra Cenate 
S. Leone, mettendovi a sacco e a fuoco un monastero. 
Tutto considerato però la sembra da riporre fra le 
leggende ». 



—52 - ^ 

3. La comitiva, giunta a casa Paris, lasciatasi ad- 
dietro Redona, che, attorno ad un oratorio davvero bel- 
lino, si dispiega ridente su poggi ubertosi, superba di 
alcune ville, dominate da quella della famiglia già so- 
vrana dei marchesi del Carretto, parenti dei principi Gon- 
zaga, prende la strada a destra, varca il ponte sul Cherio 
e sale passo passo V ameno pendìo, su cui giace En- 
tratico (ab. 1040). Il S nardi, il Maironi e, in generale, 
i nostri storici bergamaschi, sono concordi nel dire 
che forse tal nome venne al paese dall' essere il primo 
all' imboccatura di Valcavallina. Ma in un documento 
delibo si ha Lantratico, forma addiettiva, accompagnata 
in origine ad un sostantivo, che andò perduto (Mazzi). 
Se confrontiamo questa voce col Lantro, secondo il 
Ronchetti, terra distrutta, vicino alla nostra città, vor- 
rebbe dire un luogo, dove le acque si lasciavano andare 
lungo il pendìo, abbandonate al .naturale impulso, ov- 
vero una terra, attraverso la quale scorreva liberamente 
un rigagnolo. Lo statuto del 1265 lo dice Lintratico* 
Il villaggio, essendo stato nel 1393 abbruciato e raso al 
suolo dai Guelfi, nulla presenta di antico, se ne togli 
alcuni avanzi di un castello, eretto certamente in quei 
tempi calamitosi, nei quali la nostra patria andò così 
travagliata. Dalle parole che si leggono sopra una delle 
porte : Domus Jacobì Maciae 1609, sembra che appar- 
tenesse alla famiglia Mazza. 

4. Il -punto più bello di Entratico, da cui si domina 



53 



un fertile piano, è il sacrato della Parrocchiale, dedicata 
a S. Martino, che per essere stata allungata due volte 
(P ultima nel 1885 su disegno dell' architetto Preda), 
pecca un po' di proporzioni, il qual difetto però, in parte 
almeno, è velato dal nuovo suolo di marmo marmetta, 
dagli ornati e dalle fresche dorature, che dai nostri ven- 
nero assai commendate. La Chiesa possiede tre nobili 
quadri di Francesco Zucco Zucchi, pittore celebre, 
uno dei quali è nel grazioso oratorio dell' Annunziata 
fuori del paese. Ha una croce di stile bisantino e molti 
arredi sacri, fra cui uno strato mortuario moderno, ma ricco. 

Quanto ai Parroci di Entratico prima del 1560, non 
si sa, essendo andati perduti i registri, che, secondo il 
Decreto di S. Carlo, volevano essere ben custoditi 
{Suardi). Dagli atti delle visite pastorali si rileva che 
in quell'anno era parroco Ge\ardo Pighetti. Dal 1734 
al 1782 governò Rotigni don Zaccaria di Trescore, il 
quale ne' suoi scritti dice prepositurale la Chiesa di En- 
j tratico e chiama sé stesso prevosto e vicario foraneo. 

Lo storico Suardi lamenta, e non a torto, la man- 
canza di documenti, che mettano bene in luce l'origine 
di questi titoli. Ma d' altra parte come mai il Rotigni, 
che appare uomo così grave, ne avrebbe usato senza 
averne il diritto? D'altronde lo chiamò così anche don 
Bartolomeo Federici, Parroco di Luzzana, segnandone 
! atto di morte. C' è pure memoria che sulla lapide, 
che ne copriva il sepolcro, si leggeva : 



54 



ZACHARIAS ROTIGNUS (SIC) 

HUIUS ECCLESIAE PRAEPOSITUS 

ET 

VlCARIUS FORANEUS. 

Non potrebbe darsi che fosse Vicario Foraneo, non in 
sua Parrocchia, ma della Vicaria di Borgo di Terzo ? 
Si sa che non sempre furono Vicari Foranei i rettori 
delle chiese plebane o equiparate a quelle. Per citare 
un solo esempio, nel 1565 era Vicario Foraneo della 
Pieve di Mologno don Dionisio Federici, parroco di Mo- 
nasterolo, Spinone e Figadelli. Quanto poi al titolo di 
prevosto , abbiamo un documento del 1774, che dice: 
Fu domandato dalla Comunità di Entratico e conceduto 
dal Vescovo al Parroco Rotigni Zaccaria e ai suoi le- 
gittimi successori il titolo di Prevosto e alla chiesa che 
reggeva da 30 an?ii e più. quello di Prepositura. Il do- 
cumento è chiaro; ma non è chiaro del pari quando e 
perchè questo titolo onorifico vi abbia cessato. 

5. Così, a un di presso, parlò il maestro ai fanciulli 
fuori della Chiesa, dove era comparso anche V attuale 
Parroco, don Pietro Pagnoni, che, volutili gentilmente 
ristorare d' un buon bicchier di vino, li regalò di alcune 
fotografie e li esortò a non partire da Entratico prima 
d* aver fatto una visita alla famosa buca del Corno. 

« Che cos' è questa Buca del Corno ? » chiese ri- 
spettosamente Giannetto. 

« E' una rarità, una vera meraviglia ». 



LIBRAKY 
OF fHE 



UNIVES 









55 



« E dista molto di qui ? » 

« Oh! no. Una mezz'oretta di cammino ». 

« Orsù, Maestro; il coraggio non ci manca, né 
siamo pigri. Andiamo a vederla ». 

Non vi volle altro. L' allegra compagnia, augurata al 
signor Parroco ogni felicità, esce di Entratico e piega 
per un sentiero verso sud-est. 

A un certo punto della viuzza, che guida alla Buca y 
si incontra un piano ondulato, che ha per corona una 
fattoria. Quel piano, che termina ad oriente con un 
promontorio, è coperto d' un mantello sdruscito di erbe 
e di arbusti, da cui traspare I' ignuda roccia. 

Il promontorio poi lascia vedere un gran foro, quasi cir- 
colare, che accenna di avanzarsi profondamente in seno 
alla montagna. È la bocca della celebre caverna. 

Arrivati all'ingresso del pauroso sotterraneo, i nostri 
vi fanno un poco di sosta per tergere il sudore e non 
esporsi repentinamente alle frescure che li attendono, e 
il Maestro approfitta di quel breve riposo per fare ai 
giovanetti la descrizione del regno buio, la descrizione 
migliore di tutte, già imparata a memoria sui banchi 
di scuola, quella dello Stoppani nel Bel Paese. 

« La buca del Corno mantiene per lungo tratto la 
forma d'una galleria alta, spaziosa, a vòlta abbastanza 
regolare. Scavata nel calcare, che forma l'ossatura di 
queste montagne, potrebbe dirsi una galleria di marmo 
bianco. Le pareti sono affatto ignude, scarse di stalat- 



56 



titi. A ioo metri circa dall'ingresso, si apre sulla destra 
una galleria laterale o, piuttosto, una cupola. Dalla vòlta, 
la cui curva si perde nelle ombre di eterna notte, scende 
un gran masso di stalattite, quasi una cortina d'un gran 
parato da Ietto, che è una meraviglia a vedersi. Ma 
avanti! che ci stimola la brama di ben più decantate... 

« Basta, basta ! » — gridano gli scolari balzando 
in piedi impazienti di veder da vicino le accennate me- 
raviglie e di provarne tutta . l'impressione. E preceduti 
da un uomo pratico del luogo e fornito d'una fiaccola 
o ramo resinoso, coperti il capo e le spalle d'un cencio, 
si cacciano dentro. 

Erano le 15. Il sole dava nella bocca dello speco; 
ma i suoi raggi a poco a poco nell'interno andavano 
smarrendosi per finire presto nel buio. Come è miste- 
riosa una caverna ! La guida procedeva agitando la fiac- 
cola, da cui si svolgeva una fiamma bianca e rossigna, 
guizzante in mezzo ai globi di denso fumo, che si di- 
sperdevano sul fondo immobile e nero. Gli scolari guar- 
dando qua e là stupefatti, tenevano persino il fiato. 
Quand'ecco Giannetto tutto raccapricciando dà in uno 
strillo acuto « Oimè ! Che cosa è questa ? Maestro an- 
diam nel pantano ! Piove da queste parti ! » 

Non era pantano e non pioveva. Era qualche cosa 
di molliccio, di appiccicaticcio, onde il suolo era coperto, 
e quelli che Giannetto chiamava goccioloni cadenti dal- 
l'alto non erano da scambiarsi per gocce di pioggia. 



- 57 - 

« Maestro, non sente qui intorno e specialmente là 
in fondo come un cinguettìo interrotto, un chiacchierìo 
sommesso ? Ma qui c'è gente che bisbiglia ! Questa è 
una spelonca incantata! Ho paura.... torniamo indietro.... 

« Avanti ! Avanti ! Beniamino ; qui non e' è a te- 
mere che la tua paura. Fatti in qua ; dà la mano a me ». 

E così lo assicurò contro il bisbiglio, che andava 
sempre crescendo. 

« Ma che diavolo è questo ? » — mormorò Felice, 
tutto smorto, con voce strozzata. 

« Che è ? Lo vuoi proprio sapere ? Sono le nottole, 
i pipistrelli, che noi diciamo sgrignapole , le quali la 
sera o dalle travature de' solai o dalle vòlte delle ca- 
verne, dove di giorno vivono penzolone a capo in giù, 
escono in cerca di insetti. Eccole!... E così dicendo 
toglie di mano alla guida la fiaccola e l'agita in alto, e 
traendone, a furia di agitarla, guizzi di più vivida fiamma, 
riesce a spargere di luce fioca e vacillante quel luogo 
di ogni luce muto (Il Bel Paese). 

« Oh meraviglia ! » — esclamano allora i fanciulli 
stralunando gli occhi. La vòlta era tutta coperta come 
Ja una specie di panno nero, che discende a drappel- 
loni, a fiocchi, a cascate. Erano migliaia e migliaia di 
Dipistrelli aggrappati colà. Un primo strato ricopriva let- 
teralmente la roccia ; poi un secondo si addossava al 
primo ; poi giù giù un terzo, un quarto, formando 
come un gran coltrone vivente, da cui pendevano grap- 



53 



poli enormi di quei brutti animali appiccicati gli un 
agli altri, avviluppati gli uni negli altri, precisamente 
come fanno le api, penzoloni dalla bocca dell' alveare 
quando sta per separarsi il. nuovo sciame o quandc; 
esso si raccoglie pendente dal ramo, ove si è posata | 
fuggitiva regina (Il Bel Paese). 

« Ed ora sei persuaso, Beniamino, che qui non e' 
gente ? Capisci la ragione di quel sommesso chiacche 
rio ? Era il cinguettìo di questo popolo di nottole, eh 
forse si tramandavano la notizia della nostra import un 
apparizione. E la pioggia?... e il pantano?...» 

La guida e il Maestro godevano assai delle smorfie 
delle esclamazioni e anche del riso dei fanciulli, ne 
cuor dei quali finalmente la paura si era un poco ad 
quietata, e si infervoravano a rendere loro questo spel 
tacolo sempre più vivo e ricreante. Ma i fanciulli, eh 
provavano tutto l'invincibile ribrezzo che ha il genere l'i 
mano per la schifosa progenie dei pipistrelli e di pi 
erano stomacati da quei sozzi projettili, che li ferivano 
perfino nel volto, giunti ad un breve pertugio, oltre 
quale sono sempre tenebre e nottole, non se la sentiron 
di varcarlo; e nella tema di essere investiti da qu 
mostri volanti, il cui rombo ognor più nutrito da qu» 
recessi, ove non è che buio, arrivava a loro come j 
rumore d'un torrente o, meglio, d'un tuono prolungati 
quale ci giunge da lontano quando l'orizzonte si celai 
sera dietro la negra cortina d'un temporale, sempre con 






— 59 — 

presi da quel sentimento di ammirazione che eccitano 
i grandi spettacoli della natura, la quale, sorrida o mi- 
nacci, rallegri o spaventi, nel bello e nell'orrido, è sempre 
ammirabile, sempre una grande rivelazione di Colui che 
sta sopra alla natura (Stoppani), preferirono di uscir 
fuori nel chiaro mondo, alla bocca della meravigliosa 
caverna, dove, riavutisi da quel misto di paura e di 
stupore, di ripugnanza e di piacere, insomma, da quel 
non so che sentito, ma non definibile, diedero in un 
grido di gioia, indizio certo di vivissima soddisfazione. 

6. Erano le 16 precise. Pagato lo scotto alla guida 
e ringraziatala per giunta, sempre col pensiero nella 
Buca del Corno che non avrebbero dimenticato giam- 
mai, per un sentiero compendioso i nostri in quattro 
salti furono ad un ponte in legno sul Cherio, donde 
per la via nazionale si diressero alla volta di Luzzana 
(ab. 553). 

Il nome di Luzzana colpì vivamente Beniamino, il 
quale, per quella curiosità, che lo frugava, volle tosto 
saperne il significato. E il Maestro a lui : 

« Questo nome — disse — pare di origine ignota. 
il Suardi lo farebbe derivare da Lux sana per la ri- 
dente postura del villaggio. Ma, secondo me, questa spie- 
gazione è superficiale. Piuttosto: in un documento 
dell'anno 886, accennato dal Ronchetti (Voi. i) e citato 
dal Mazzi, è detto : In vico Logosiana, vico Langossiana 
e in fundo Logosiana. Su quella carta si parla d'una ven- 



- 6o - 

dita di pochi terreni fatta. da Avidone e Vincelone fra- 
telli, figli di Drogulfo di Cenate, e da Aldo de vico 
Logusiana ad Ariberto da Cleva per il prezzo di 20 
soldi. Nello statuto del 1263 abbiamo Luxana, che in- 
dica il passaggio all'attuale forma Luzzana. Il Mazzi 
acutamente osserva che potrebbe accennare ad un nome 
gentilizio Logossius e indicare con molta probabilità una 
silva, selva Logossiana. Così cadrebbe l'etimologia da 
luogo sano da luce sana. » 

« È importante questo paese ? » 

« Dirò che non è affatto privo d'interesse. Risulta 
di due contrade : la Costa, che vi guarda di fronte, e 
Luzzana propriamente detta, dove sorge anche ora in 
tutta la sua integrità e ben conservato un castello, in- 
nalzato forse verso la fine del IX secolo, quando comin- 
ciava ad entrare nella fase del suo massimo vigore \\ 
sistema feudale 0, certamente, all'epoca delle fazioni 
(Scotti, le Decime di Luzzana). Il castello è là — fe<É 
tendendo la destra in direzione di nord — ma il sue; 
torrione quadrato fu ridotto in seguito a forma di tei 
razza. Pel corso di molti anni ci venne a villeggiare \è 
nobile famiglia dei Baroni, ora principi Giovanetti d 
Venezia ». ; 

7. Ciò detto, la brigatella sulla destra sponda ds 
torrente Bragazzo si avviò alla contrada della Costa!) 
per indi recarsi alla bella Parrocchiale, che sorge sopri 
un poggio. A metà circa della salita, il Maestro, coi 



— 6i — 

meraviglia dei ragazzi, prese per un sentieruzzo, in 
capo al quale si arrestò quasi in atto di interrogarli. 
Anch'essi, come lui, dovevano aver già veduto qualche 
(cosa di nuovo. 

« Che c'è ? » — dissero guardandolo. 

« Non trovate niente qui intorno ? Osservate bene ». 

« Oh ! » — fecero tutti inarcando le ciglia — Un 
colosso di uomo morto, schiacciato sotto un macigno ! » 

« E' il Gigante, figliuoli, Polifemo o Capaneo o 
un altro dei fulminati da Giove nella battaglia di Flegra, 
quando i felloni, sovrapponendo monti a monti, tentarono 
!a scalata al cielo per detronizzarvi il re degli Dei. » 

« E chi lo scolpì ? » 

« Meli Giosuè, nato in questa contrada Tanno 1817. » 

« Ci dia qualche notizia della sua vita. » 

« Giosuè da fanciullo fu alla scuola del Curato di 
Luzzana, Bellini Don Francesco, che morì, non è molto, 
Canonico della Cattedrale di Bergamo. Suo padre, Gian 
Antonio, che desiderava di avere in lui un prete, lo 
nandò a studiare nel Seminario di Calcinate; ma il 
ìglio ci viveva distratto e non faceva che scaldare i 
manchi. Mostrava però, fin d'allora, felice disposizione 
Ila scoltura. Onde il padre, toltolo dal Seminario, si 
cconciòa metterlo nell'Accademia Carrara, dove Giosuè 
rovo un Mecenate nell'Avv. Giovanni Piccinelli, che, 
on licenza di Gian Antonio, lo volle a Roma. Negli 
ultimi suoi anni veniva a passar qualche mese anche 



— 62 — 

a Luzzana ; ma le sue simpatie erano per l'eterna Città, 
dove morì nel 1893. 

Sono molte le opere di questo valente scultore, i 
dir vero, un po' realista; ma forse la migliore, la pi 
originale di tutte è questo soggetto tolto dalla mitologi* 
classica, questo gigante scolpito nel 1840. Vedete che 
atteggiamento in quelle forme colossali ! che forzs 
anche nella morte ! Pure con quell'enorme macigno su 
petto, non pare che sfidi il Cielo ? Peccato che lo 1 
lasci andare così alla malora ! Manca già di un dito ! 
del naso. E con così poco lo si potrebbe mettere al sicure 
almeno dall'acqua !-So che il Sig. Parroco è fuori di s 
per la trascuratezza, in cui è lasciata un'opera sì beli 
e intende di mettervi un riparo. Certo ne sarà lodat 

da tutti quelli che capiscono qualche cosa. Basta 

pensino loro. Andiamo ». 

Al ponte sul Bragazzo incontrano il Sig. Parrocc 
Don Angelo Scotti, che, fatti i convenevoli col Maestii 
e saputo dello scopo della sua gita, tornò addietro e 
guidò alla Parrocchiale. E' opera dell'Archi. Don Anton?] 
Piccinelli, cominciata nel 1887 e finita nel 189J 
anno della consacrazione. Il disegno è bello e soddisfacev 
anche l'autore. Oltre due quadri del Zucchi vi sor 
quattro grandi tele del 1700, dono dei principi Gi( 
vannelli. Finissimo è il lavoro dei tre altari di stile fai 
toniano, come il banco della sagristia. E' pure di qualcr 
valore la croce bisantina del 1400, comperata da Francese 



63 



Togni de Tertiis. Il Cristo risorto sopra la bella tribuna 
dell'aitar maggiore è del Meli, come pure la pila per 
l'acqua santa, fatta a Roma nel 1888. 

Sempre accompagnati dal Sig. Parroco, che andando 
iicordò alcuni suoi antecessori (tra i quali Don Giuseppe 
Belotti (f 1763), già professore nel- Seminario e laureato 
n ambo le leggi; Don Girolamo Mutti (f 1767), lette- 
rato di buon gusto, Don Bartolomeo Federici (f 1802), 
primo professore di filosofìa nel Seminario e Don Giacomo 
Aorzenti, oratore celebre), i nostri gitanti visitarono 
'antico castello e anche il fortilizio rocca, che serviva 
ertamente di posto avanzato di difesa. La piccola 
occa è ancora riconoscibile, chi osservi bene nel muro 
. sinistra discendendo da Luzzana sulla via nazionale. 
U confine della Parrocchia don Angelo Scotti si licenziò 
[alla compagnia, che, resegli infinite grazie, continuò 
1 suo viaggio per Terzo (ab. 174). 

8. Prima però di salirvi, il Maestro, che aveva capito 
ionie gli scolari, e specialmente Giannetto, a cui la 
ame era pronta da un'ora all'altra, avrebbero fatto buon 
iso ad un pocolino di ristoro, li condusse a\Y Agnello in 
jondo a Borgo di Terzo, donde, aggiustati i conti 
pll'oste, che si raccomandò vivamente, la comitiva si 
lise su pel colle, appendice del monte Prenda (m. iioo), 
! in due passi fu alla Parrocchiale, piccola, è vero, ma 
roprio divota e graziosa. La struttura è svelta ed eie- 
ante ; ricchi ne sono gli ornati e non disprezzabili 



- 64 - 

gli altari, benché di legno. Dei quadri di merito non ce 
n'ha, se ne togli la pala dell'aitar maggiore di Giuseppe 
Henz d'Augusta, dipinta nel 1669. Al basso, dallato si»| 
stro, si vede il ritratto di Marco Terzi, che forse l'ebbe 
ad ordinare. Osservata la chiesa, il Maestro disse: 

« Come mi ebbe gentilmente a riferire l'attuale 
Parroco Don Paolo Ghilardi, in questo piccolo paese, gi 
culla della famiglia Terzi, che per antichità e nobilti 
gareggia colle primarie della patria nostra, un dì sor 
geva un forte castello, eredità e patrimonio di que 
Signori; castello, che si poteva dire la chiave dell 
Valle, in molti assalti difeso valorosamente dai feudatari 
ma verso il 1168 rovinato e distrutto da Federico Bar 
barossa (Ronchetti). Terzo, nei secoli XIV e XV, fu anch 
cura importante, a cui corrispondeva l'importanza de 
beneficio, che era pingue; ma nel 1482 Papa Sisto IV voli 
che con esso fosse mantenuto eziandio il Curato delle Me 
nache Benedettine, che prima ebbero il loro convento lass 
in Aria, dove ne esistono ancora gli avanzi, e poi qi 
vicino. » 

« Perchè vennero via di Aria ? » — chiese Felice 

« Perchè era considerato luogo troppo solitario 
pericoloso. Così lo disse S. Carlo Borromeo, che sull 
rovine dell'antico castello volle fabbricato il nuovo Mi 
nastero, dal quale pure le Religiose sloggiarono nel 165 
per unirsi alle loro Consorelle di S. Grata. » 

« Forse fu qualche Combes di quei tempi, che 
costrinse a partire di qui ? » 



65 



« No, Felice ; fu il beato Gregorio Barbarigo, allora 
Vescovo di Bergamo, il quale, veduto come il loro numero 
si era assottigliato (8 persone in tutto), in omaggio al Decreto 
24 luglio di quell' anno stesso le volle in Città. Ci 
vennero poscia le Cassinesi, che vi rimasero fino alla 
soppressione del Convento, che fu nel 1799 ». 

Appresso, visitato il locale, ora ridotto ad abitazione, 
e usciti di là nel giardino, che riesce sopra Borgo, gli 
alunni non poterono frenare un sentimento di stupore : 
«Che punto magnifico! Che vista incantevole! » e 
n' andavano in visibilio. In mezzo a quelle esclamazioni 
il maestro, accennando ai monti verso oriente, indorati 
degli ultimi, raggi del sole, disse : 

« Vedete là in cima a quelle verdi praterie un bel 
palazzo biancheggiante? Ebbene, quello è l'albergo che 
ci accoglierà domani. Coraggio, figliuoli ! La passeggiata 
si è messa divinamente. Ora discendiamo di qui ; la 
notte si avvicina, e il Sig. Parroco di Vigano, impa- 
ziente di averci a casa sua, ci attenderà da buon pezzo. 
Andiamo ! » 

E infilato un sentiero tutto cavo e rotto, un precipizio 

\ : ée\ Domine, aiutaci... per pietà!.., in breve capitarono da 

quella bell'anima di Don Giuseppe, le cui accoglienze 

iliete e cordiali esibizioni coronarono felicemente quella 

prima Giornata. 



•3^ 



GIORNATA H. 



CAPITOLO I.° 



I. Al NOSTRI MONTI ! — 2. GRATA SORPRESA — 3. VIGANO — 
4. BORGO DI TERZO — 5. LA NOB. FAMIGLIA TERZI 
— 6. BERZO S. FERMO — 7. ALLO STABILIMENTO CLI- 
MATICO. 



1. — La bella idea di innalzare uno Stabilimento per 
cura climatica sui Colli di S. Fermo fu accolta subito con 
entusiasmo ed ora è un fatto compiuto. 

Lo Stabilimento sorge maestoso ed elegante di mezzo 
a vastissime praterie all'altezza di 1040 metri sul livello 
del mare. La postura non può essere né più bella, né più 
felice. Di là l'occhio spazia rapito su quasi tutta la 
Lombardia. Vi è facile poi la salita da due parti : da 
Adrara S. Martino e da Grone, donde la strada è car- 
rozzabile fino a Monte. L'Albergo contiene una gran 
sala, 4 salotti per caffè, lettura, suono e conversazione 
e circa 40 stanze da letto. Una gradinata mette all'O- 
ratorio di S. Fermo, dove, nella stagione estiva, tutte 



68 



le feste si celebra la S. Messa. Un luogo così opportuno 
e così ampio, inondato di luce e sempre baciato da 
aure purissime, è anche lieto di una vena preziosa di 
acqua potabile, condottavi, non senza molta spesa, da 
lungi. Davanti è un'area larga e ombreggiata, di pro- 
prietà della Cooperativa, la quale è la delizia dei bam- 
bini, che vi si trastullano a loro bell'agio. Gli altri più 
baldi e vaghi di nuove cose possono scorrere per buone 
ore attraverso a prati deliziosi, sparsi di case, per otto 
giorni variando panorama. Gli arditi poi si spingono fin 
sulle cime, sempre amene, dei monti Grimaldo, Torrezzo, 
Bronzone e Sparavento, dalle quali la vista all'intorno 
si distende sulle fertilissime vallate sottostanti, su quel 
laghetto di giardino, che è il lago di Spinone, sul Sebino 
e, più in là, sul Benaco. 

Il magnifico Stabilimento, che è certo per diventare 
una delle più favorite stazioni climatiche di Lombardia, 
fu inaugurato con bella festa il 15 luglio 1902. 

A tutti quelli, che vogliono migliorare la loro salute, 
un caldo invito ai nostri monti e alla Società, che vi 
ha eretto l'Albergo, un bravo di cuore - ! 

2. Questo, presso a poco, è l'articolo pubblicato, 
circa due anni fa, dal Maestro sull'io di Bergamo a 
proposito di quello Stabilimento, davanti al quale, chi 
vi si fosse trovato verso le undici del martedì, avrebbe 
veduto due sacerdoti, che si complimentavano cordial- 
mente: « Ma che felice incontro ! Che grata sorpresa ! », 



6? 



e tre giovanetti trafelati e ansanti, seduti sull'erba, che 
Ji stavano osservando. Erano Don Mariano, capitatovi 
di fresco dalla Costa di Adrara, il Maestro e gli scolari, 
venuti da Berzo. 

« Che buon vento li porta quassù ? » 

« Andiamo a spasso a visitare i paesi e i bei luoghi 
della Valle Cavallina e a far nota di quanto vi è degno 
di memoria ». 

« D'onde son partiti stamane ; da Bergamo o da 
Figadelli ? » 

« Da Vigano, dove abbiamo pernottato:, e ci siamo 
levati per tempissimo, La sa, neh vero, fanciulli ? E 
poi, pagato il nostro tributo al Signore, io da prete e 
questi da buoni cristiani, abbiamo ripreso l'ordine delle 
nostre ricerche ». 

3. « Dì 'Vigano (ab. 650), inutile dirlo,, ci forni al- 
cune notizie iersera il Sig. Parroco, Don Giuseppe Longa 
che Ella pure conosce, così appassionato per quel paesello 
e per la sua Chiesa. 

Anzitutto Vigano non può essere in una situazione 
più aprica e ridente; ma di documenti per argomentarne 
l'origine del nome siamo nella più squallida povertà. 
Considerato però che la gente vi cresce sana e vigorosa, 
non potrebbe venire a vigendo f Tuttavia non Le sto 
garante. Nella sua piazzetta esistono ancora un fabbricato, 
detto il castello, e alcuni rimasugli di torre, argomento 
indubbio che anche in Vigano era penetrato qualche 



70 



spirito di parte. Molti e preziosi sono gli arredi sacri 
della Parrocchia, il legittimo e pacifico possesso di uno 
dei quali fu conteso, ma invano, a Don Giuseppe. » 

« Che è stato, Maestro ? » 

« Oh !... un tiro baronesco davvero... » 

« E forse da parte di beneficati... » 

« Per l'appunto ! » 

« Quanto sono noiosi questi ingrati, che non man- 
cano mai ! » 

« Si, si; certe finezze.... fan proprio solco. Ma... 
pazienza ! La piccola Parrocchiale, dedicata a S. Gio- 
vanni Battista, è proprio un sorriso di cielo. Vi si vedono 
buoni dipinti di T. Pombiolo da Crema (1634) e di C. 
Croppi da Como (1759), e Poro, che vi era già profuso 
senza risparmio, poi in buona parte andato smarrito, 
è stato tutto rimesso a nuovo di fresco per 1' iniziativa 
e larghezza di Don Giuseppe, che volle pure bellamente 
ristaurare la chiesetta di S. Martino fuori del paese verso 
levante, dove si venera una miracolosa Immagine di , 
Maria ». 

« La Madonna ne lo ricompensi ! — E dica : da 
Vigano sono saliti ai Colli passando forse per Grorie? » 

« No ; per Borgo di Terzo e per Berzo che mi pre- 
m'eva di visitare ». 

« Son passato anch' io per quei paesi e non una : 
volta sola; ma, a dirgliela come la sta, non ne conosco ; 
un'ette di storia. La sarebbe tanto cortese di darmene 
almeno un' idea ? » 



— 71 — 

« Manco male ! Le dico subito quel poco che anch'io 
ne so. Incominciamo adunque da Borgo di Terzo (ab. 720). 

« 4. Borgo, come piace al nostro Celestino (Libr. II.), 
fu fabbricato dalla nob. Famiglia Terzi, la quale, dopo 
la distruzione del castello di Terzo per mano del Barba- 
rossa, quando Bergamo era tutta sossopra per le fa- 
zioni, vi si ridusse a vita tranquilla. Achille Muzio canta 

così : 

Moenia deseruit gens haec studiosa quietis 

Urbana; hinc lapides quinque decemque procul 

Condidit et vicum proprio de nomine, et huius 
Illic relliquiae gentis adhucque manent. 

Fu già terra nobile, fortificata, popolosa e florida 
nel commercio specialmente di pannine e di ogni sorta 
di ferri da taglio, che si spedivano in varie parti d'Eu- 
ropa (Maironi). .La sua postura e le civili discordie del 
sec. XV esposero Borgo a combattimenti, a saccheggi e ad 
incendi continuati, e da quell'epoca infelice ha principio 
la sua decadenza. Vi sono ancora le vestigia di un forte 
nel luogo detto attualmente le Mura e avanzi di torre. 
Un dì v'era potente la famiglia Mutti, membro della 
quale fu Aurelio, che andò Patriarca a Venezia. La 
sua Parrocchiale, per benigna concessione del vescovo 
Molino già prepositura ed ora Vicaria, è intitolata alla 
gloria di M. V. Assunta, la cui bella statua, postaci 
da poco tempo, domina dal campanile. L'antica fabbrica, 
consacrata dal vescovo- Lanfranco il 15 agosto 1359, 



— 72 — 

nel 1730 fu rimaneggiata. sopra elegante disegno e nel 
1843 di be ' nuovo restaurata ed abbellita, come si vede 
al presente. E' abbastanza ricca di arredi e di marmi; 
la statua poi della B. V. del Rosario all'altare, innalzato 
per voto del popolo nel 1836, infierendo il colera, è 
pregevolissima opera del Sanzi. Di chiese sussidiarie non 
ha che quella dei disciplini di S. Maria Maddalena, 
che le sorge vicina e vuol essere antica, dove al tempo 
del Maironi esisteva un quadro del nostro Cavagna, 
che fu poscia venduto a mitissimo prezzo (Suardi). Ri- 
guardo ai Parrochi di Borgo di Terzo se, a quanto risulta 
dagli atti delle visite pastorali, ve n'ebbero di trasandati, 
come un Don Francesco De-Micheli, che dal vescovo 
Regazzoni nel 1578 fu richiamato al dovere per la sua 
negligenza nell'insegnare il Catechismo, ve n' ebbero 
anche di cospicui, come un Gritti Don Bernardo (f 1741), 
sotto il regime del quale si costrusse la nuova chiesa e 
nel 1735 la si consacrò da Mons. Redetti; Don Giuseppe 
Beccodoro (f 1783), a cui il vescovo Molino diede il 
titolo di prevosto, continuato in qualche successore; un Don 
Salvatore Locatelli (f 1824), che nei torbidi momenti della 
rivoluzione del 1797 diede luminosi esempi di rara pru- 
denza e magnanimità; da ultimo un Don Giuseppe 
Valenti, che, nel 1852 chiamato a leggere teologia nel 
nostro Seminario, morì canonico del Duomo. Lasci 
poi che aggiunga Don Francesco Colombo, morto l'anno 
scorso fra le lagrime de' suoi Parrocchiani, che l'avevano 
in conto di padre. Ed ora le basta, Don Mariano ? » 



73 



« Mille grazie di cuore, signor Maestro! Ma giacché 
ha fatto trenta, faccia anche trentuno e mi dica qualche 
cosa intorno alla nobile Famiglia Terzi, fondatrice e 
feudataria di Terzo e del suo Borgo ». 

5. « Eccomi a servirla. Di questa famiglia, che, se 
non per copiosità di ricchezze, per nobiltà dì sangue 
gareggia colle prime della nostra città, parlano con molta 
lode tutti gli storici nostri, tra i quali il Padre Donato 
Calvi (Effem. Tom. Il) scrive che essa venne a Bergamo 
con Rotansardo, re d' Ungheria e di Boemia, nel maggio 
del 1007. Achille Muzio, nel suo Teatro (pag. 99) la 
canta di alto sangue : 

Si proavos repetas veteris primordio, stirpis, 
Sanguine sublimi provenit ista domus. 

11 Celestino (lib. II) la dice antica feudataria in Valle 
Cavallina. Ma il documento più autentico, che la ri- 
guarda, è certamente il Diploma, col quale il io set- 
tembre 1648 F imperatore Leopoldo d'Austria accordava 
a Luigi Terzi, già conte del S. Romano Impero e libero 
barone, il titolo di marchese. Il Diploma che io potei 
avere dalla gentilezza del signor Terzi marchese Antonio di 
Trescore suona così : Leopoldo, dopo d' avere augurato 
al suo fedele e caro magnifico Luigi de' Terzi berga- 
masco salute e continuo accrescimento della grazia 
cesarea e regia, dice che essendo la podestà dei re 
e la dignità dei principi stabilite da Dio Ottimo Mas- 



- 74 — 

simo non solo a difendere gli imperi e le buone leggi, 
ma anche a premiare altamente quei sudditi fedeli e 
virtuosi, che col senno e colla mano operano a prefe 
renza di tutti all' incremento degli uni e delle altre, 
così egli si ricorda di Luigi, degno di essere benigna- 
mente condecorato pei meriti e per le virtù, che lo 
adornano, specialmente avuto riguardo all' antichissima 
e nobilissima sua Famiglia, « che deriva da Longofredo 
di Eusavia, discendente dai conti di Hàbsburg, da quel 
Longofredo, che già in Austria capitano e consigliere 
intimo di Rodolfo, principe di Boemia e Schiavonia, ve- 
nuto in Italia assunse, al ritorno del principe nei propri 
stati, il governo delle province ivi occupate; di poi 
fabbricò una rocca in Valle Cavallina, nel contado d 
Bergamo. 

Longofredo ebbe tre figli: il primo, di nome Era 
gelforte o Erìgeforte, sarebbe stato capo ed origine della 
celebre famiglia Agliardi, fondatrice della terra dell'Aglio' 
(anche il Calvi Tom. II); il secondo fu Leopoldo, da 
cui vennero i Martinengo (tòid); dal terzo, che Terza 
appunto fu chiamato e ereditò più largamente i beni 
di suo padre Longofredo in Bergamasca, ebbe principici 
la famiglia Terzi. In una guerra poi contro i Saraceni 
combattuta circa il ioio, Terzo, sotto le bandiere d 
Enrico II, si portò così valorosamente, che si meritò i 
soprannome d' Invitto. Suo figlio Gerardo, seguendone 
da vicino le orme, nella battaglia di Mesberg, princi- 



'- 7$ ~ 

palmente, spiegò tanto valore, che fu salutato il Forte. 
Di che padre e figlio si ebbero grandi onoranze ». — Indi, 
enumerati gli splendidi allori colti in seguito sui campi 
di battaglia in Oriente ed in Occidente da un Pietro, 
da un Nicolò detto il Guerriero e da un Aurelio Aga, 
tutti Terzi, appresi i meriti insigni di molti di loro, in 
modo speciale di Alessandro, nelle arti di pace e i pri- 
vilegi e i titoli già concessi alla famiglia da precedenti 
imperatori e re, Leopoldo, dichiarando che Luigi, pel 
suo valore, per la sua fedeltà e costanza, gareggia cogli 
avi, di moto pi'oprio e con animo deliberato conferma 
a lui ed ai suoi eredi i titoli preesistenti e coi suoi eredi 
lo crea nobile, cavaliere e marchese e conte, con ampia 
facoltà di usare e di godere tutti i privilegi, indulti, 
diritti e favori che, o per antica consuetudine o per 
altro, possono e sogliono avere gli altri nobili, cavalieri, 
marchesi o conti, nel regno d' Ungheria, nel S. Romano 
Impero e nelle province ereditarie ». 

« Capperi ! Le non sono baie ! che fior di grandezza ! 
E sa Ella come è formato lo stemma dei Terzi? » 

« È un grande scudo, dove si inquartano due aquile" 
a due capi e due leoni, ossia un' arma, 

In che soggiace il leone e soggioga 

(Dante Par. XII). 

Poi seguono uno scudetto, un campo qualunque e, 
sovr' esso, a destra, una fascia bianca e, a sinistra, una 
rossa e, da ultimo, un' aquila d' un solo capo, coi piedi 



~ 76 - 

allargati e colle ali distese. Orna poi la sommità dello 
scudo un regio diadema, con frangie e nastri che qua 
e là svolazzano. Ecco lo stemma dei Terzi, voluto proprie 
nel citato Diploma dall' imperatore Leopoldo per onorare 
il Marchese Luigi, col quale non finì nella famiglia i! 
beli' ordine degli illustri personaggi. Poiché un altre 
Luigi andò celebre per poetica vena; Girolamo nel 1743 
moriva in concetto di santità e sul sepolcro di Paole 
nella chiesa di Terzo si legge che fu Dottore in S< 
Teologia, insigne per iscienza e per pietà ». 

« Maestro, sa che la parla come un libro scritto ? 
Per Lei, che ha le cose così alla mano, che grand' af- 
fare gli è menarmi un pochino anche per Berzo? » 

« Lo farei volentieri, caro don Mariano; ma mi 
sento troppo stracco. Intanto che mi rimetto dirà pei; 
me uno di questi miei scolari. Olà, Felice, da bravo ! 
Rispondi tu al Signore ». 

Felice, per cui un desiderio del Maestro valeva uri 
comando, arrossendo abbassò il capo, quasi volesse dire 
« Proviamoci ! » E veduto che don Mariano stava in 
attesa, levatosi di testa il cappello, incominciò: 

6. « Da Borgo di Terzo passati sulla sinistra sponda] 
del Cherio per una via carreggiabile, che a certi punti 
riesce sopra burroni paurosissimi, siamo giunti sul colle 
Villa, donde soltanto abbiamo potuto vedere 'tutto Berzc 
(ab. 900). Il paese è diviso nelle tre contrade di Cam 
ton di sotto, Canton di sopra e Quaglia, poste in luogo 



77 



ameno, in una bella campagna fertile di viti e di biade, 
alla quale fanno corona pascoli e boschi. Quanto al 
termine Berzo, in una carta dell' anno 774 si ha : In 
Bergis. In un'altra dell' 830 si legge: In Berges, e fi- 
nalmente in una terza del 928 si trova: Berce. E che 
sia Berzo di Valle Cavallina e non Berzo Camuno, si 
rileva ad evidenza dalla posizione topografica, indicata 
in quei documenti (Mazzi). Il signor Maestro poi ci ha 
detto che sul colle monte Villa una volta sorgeva un 
castello, assai rinomato, fin dai tempi di Carlo Magno 
forte arnese da fronteggiare chiunque avesse tentato di 
passar oltre, fabbricato dall' antica famiglia Crotti (Cele- 
stino,) come era scritto sopra una pietra trovata sul luogo 
« Castrum Crottorum ». Se non m' inganno, ne parla 
anche Achille Muzio ». 

« Li ricordi quei versi? » 

« Ah.... eccoli : 

Illustres Crottae virtute et stirpe fuere » . 

« Egregiamente ! - esclamò don Mariano. - E sapresti 
mche dirmi i-più illustri dei Crotti ? » 

« A detta del Muzio e di altri : Alberto, Grommerio, 
Carlo e, più di tutti, S. Fermo : 

Martyris eximii cruor et constantia Firmi 
Hos magis illustrai, nobilitatve magis / » 

« Che perla di fanciullo ! Ne sono proprio rapito ! 
Continua pure ». 

« Ora poi sul monte Villa, in luogo del castello, 



- 78 - 

sorge la Parrocchiale/ dedicata ai gloriosi martiri San 
Fermo, che vi teneva poderi e vi avrà soggiornato anche 
vivente, e S. Rustico, che gli fu congiunto di sangue 
e compagno nel martirio. Da prima, cioè subito dopo 
il rapimento dei loro corpi da Verona (anno 855), dove 
furono decapitati (9 agosto anno 307), non vi ebbero 
che una piccola cappella; ma poi, crescendola divozione 
dei popoli, vi fu innalzata una chiesa, visitata, se è da 
prestar fede al Celestino (Parte I), anche dall' impera- 
tore Massimiliano. Questi nel 15 16 venendo da Bergamo 
vi si condusse per ottenere la guarigione dei cavalli del 
suo esercito, dal quale il morbo disparve come per in- 
canto ». 

« E allora i corpi dei santi martiri erano a Berzo 
altrove ? » 

« A Berzo, come vuole un'autorevole tradizione, non f 
furono che di passaggio, avendovi riposato una notte i; 
mercanti bergamaschi, che li avevano rapiti ai Veronesi 1 
e, ritornando in patria, aveano tenuto la via dei monti. 
Deposte fuori della nostra città presso un fìumicello, I 
detto Gardellone, quelle sacre Reliquie per un prodigio 
furono scoperte l'annoi 151 e nel 1575 dal tempietto, 
che ancora esiste in quelle vicinanze, per ordine di San; 
Carlo Borromeo vennero trasferite nella Cattedrale, dove' 
riposano ad un maestoso altare entro un' urna di bronzo- 
dorato, ideata dal nobile Filippo Alessandri, eseguita dal; 
Filiberti e ornata di puttini e di leoncelli dal Calegari. 



— 79 — 

^a nuova. Parrocchiale di Berzo poi, (giacché fino al 
;ecolo XIV fu Parrocchia S. Stefano, che resta a set- 
entrione del paese, chiesa antica, come si può argo- 
nentare da sarcofagi trovati scavando i campi limitrofi), 
;ubì varie modificazioni, ed ora non c'è proprio male. 
Vi abbiamo veduto gli affreschi del Ferrari, i quadri del 
ignaroli e del Lorenzi e l' ancona dell' aitar maggiore, 
ìel 1607 dipinta da Giampaolo Cavagna, così grande, 
iecondo il Maestro, nell' espressione e nella robustezza 
ielle tinte e felice imitatore della maniera di Paolo Ve- 
onese. Se ne toglie don Paolo Zappella, Parroco di 
Berzo, uomo dottissimo, morto nel 1848, d' altro laggiù 
1 Maestro non ci ha parlato, che io mi sappia ; onde, 
iggiunto che di là prima per un sentiero erto e roc- 
:ioso, poi per una selva di castagnine finalmente attra- 
/erso a prati siamo riusciti fin qui, la mia parte è 
in ita ». 

« Ah.... finita neh? E dove lasci quel barbone, che 
pareva un orso, con tanto di lingua fuòra ? » 

« Come ? I signori furono forse assaliti per via ? » 

« No, no - rispose il Maestro. - Beniamino ricorda un 
;ane, che sopra la contrada di Monte gli si voleva at- 
accare ai polpacci ; ma se 1' è cavata con poco ; uno 
trillo e basta lì. Non è vero? » 

« Sì, sì; ma un cane di quella fatta sciolto 

senza musaruola.... che da un momento all' altro ti 
)uò mordere col rischio di mandarti all'altro mondo » 



— 8o — 

« Evvia ! Intanto sei ancora a questo. Non dice 
mica che non si voglia badar bene, specialmente 2 
quelli che tengono la coda fra le gambe, ma quelle 
laggiù ci abbaiava dietro, e can che abbaia non morde », 

« Ho proprio gusto che abbiano fatto stamane un 
buon viaggio ed auguro loro di cuore felicissimi quelli 
avvenire. Ora entriamo allo Stabilimento a berne un gotte 
di quel saporito, che ferma il sudore e rinforza le gambe 
L' albergatore, che arrivò provvidenzialmente ieri sera 
per una compagnia che aspetta, lo tiene proprio buono ». 

« E non vi si potrà mangiare anche un boccone ì 
•Passeggiando si aguzza l'appetito. Su questi colli poi...., 
io starei sempre colle gambe sotto la tavola ». 

7. Giannetto, approvato da tutti, non avrebbe po- 
tuto parlare più chiaro e non c'era da ridire. Onde nel 
salone dello Stabilimento, messo con eleganza, fu grande 
la festa fatta alle portate, né troppe né poche, cosi in-i 
somma che si potesse dire un buon pranzetto. Fra 
l'altro c'era del pollo arrostito con una insalatina, eoa 
ben condita da leccarsi i baffi, chi dei cinque li aveva; 
Il Vino poi era buonissimo, nostrano, un vinetto da pa- 
steggiare, gustoso per il suo frizzantino. 

« Si vede che questo albergatore non lo battezza, 
come tanti e tanti » - osservò Beniamino. 

« No, è un uomo coscienzioso e ci tiene a fare 
bella figura. Sentiranno poi una bottiglietta del mio che 
tengo qui per gli amici. Schietto, sanno, schietto, che 



abbraccia lo stomaco o non c'è caso che dia alla 
testa ». 

« Proprio di quello che spacca le pietre ? » 
« Proprio ! e fatto non in Piemonte o nella Bassa 
Italia, ma in casa nostra, cioè sui vigneti di Valle Ca- 
lepio o di Valle Cavallina. Non è vero, Luigi ? » 

« Verissimo- rispose l'albergatore- e non vale tutto 
il vino forestiero ? » 
« Per me, sì ». 

« E badi che non e' è pericolo che qui il vino sia 
fatturato, come tanto di quello che si dà a bere, spe- 
cialmente in città, entro fiaschi o bottiglie dai colli do- 
rati o inargentati e dai cartellini eleganti, venuto non 
dalla vite ma da Dio sa dove. Questo è puro ». 

« Lo si sente. Lascia la bocca asciutta che è un 
gusto ». 

« Ma anche da loro si fanno dei vini eccellenti sul 

taglio di questi ». 

« Sì, ed è un peccato che non si paghino come si 
meritano ». 

« Ha proprio ragione! Perchè sono più minuti del 
Trani o del Barletta, non si stimano per quello che 
valgono, e sa perchè ? Perchè da una parte e' è 
1 interesse. Grossi che si possono tagliar col coltello, si 
possono manipolare e magari (non sarà, veda) adulte- 
rare. C è poi dall' altra un gusto depravato. In questi 
tempi di leghe antialcooliche se per un litro di vino non 

6 



— 82 



si va barelloni da non bastar la via anche larga, se le 
gambe non barcollano e traballano e non ci si russa e 
dorme sopra almeno un giorno, con quella scesa al capo 
che Dio vel dica, non si è contenti. Brutto vizio!.... 

Pare impossibile ! ». 

E il buon trattore, che avea già fatto amicizia colla 
compagnia, avrebbe detto anche di più se il Maestro e 
gli scolari non si fossero levati per salire al Torrezzo. 
Accordatisi adunque coir oste per la cena e riverito il 
signor don Mariano che non vi avrebbero riveduto la 
sera, cantando il coro dei viaggiatori di Mendelssohn, 
tutti allegri partirono. 



^- 



CAPITOLO 



Salita al monte Grimoaldo. — 2. momenti di ispi- 
~~ razione. — 3. inno a s. alessandro. — dal tor- 
rezzo. — 5. la iungfrau. — 6. il ritorno all'al- 
BERGO. — 7. IL PROFESSORE. — 8. LA CENA. — 9. CERTI 
POETI E ROMANZIERI. — io. UNA QUESTIONE IMPOR- 
TANTISSIMA. 



1. Preso il sentiero, che guida alla vicina chiesetta 
di S. Fermo e poi fra estesissimi prati, tutti a pascoli 
e sparsi di numerosi rustici casolari, quasi gruppi di 
pecore pascenti, a ricovero delle copiose mandre, che vi 
si trattengono l'estate e parte dell'autunno, i nostri mos- 
sero lentamente su pel monte Grimoaldo (m. 1325). Chi 
può dire la gioia de' fanciulli in quell'amena solitudine, 
ove non giungono i rumori della chiassosa società ? Come 
respiravano largo ! Come andavan contenti ! Il giorno 
era splendido. Mano mano che salivano per la costa, il 
panorama si allargava. Ecco la pianura nella sua miste- 
riosa immensità ! Ecco l'Oglio, che azzuro scorre laggiù 
fecondando tante fertili campagne e alimentando tanti 
opifici ! Così andando a zig-zag ed ammirando, Benia- 
mino domandò : 



8 4 



« Maestro, questo monte prende forse il nome da 
qualche personaggio ? » 

« Precisamente non saprei. Vi fu, è vero, un Gri- 
moaldo, Duca di Benevento, che nel 663, ucciso Gu~ 
deperto in Pavia, usurpò il regno de' Longobardi, che 
poi resse con prudenza, giustizia e valore (Suardi). 
Questo monarca ariano da prima, fu poi convertito alla 
fede cattolica da s. Giovanni, vescovo di Bergamo 
(Celestino Vili). Lo attesta anche il Baronio negli atti 
del Santo. La conversione, secondo il Sigonio, sarebbe 
avvenuta nel 672. Grimoaldo, che non era un ingrato, 
venuto a Bergamo depose la sua real corona dinnanzi 
all' urna di S. Alessandro e, oltre la chiesa di Fara, 
eretta da S. Giovanni, dotò anche la cattedrale di ricchi 
poderi. Fra questi non potrebbe essere stato anche il 
monte, che prese in seguito il nome dal donatore ? » 

2. « Che sarà quella punta che splende ad occi- 
dente ai raggi del sole ? Forse un parafulmine ? » 

« No, Beniamino. È la grande Madonna d'oro, che 1 
domina pietosa e potente dall' alto del campanile di 
S. Alessandro in Colonna. Oh ! la ricorderò sempre la 
sera del 19 Maggio dell'anno scorso, quando tra un'onda 
di popolo plaudente e commosso dinanzi a quella statua 
colossale, posta nel mezzo della Chiesa sopra un altare 
tutto verdeggiante come un fiorito giardino, Monsignor 
Castelletti celebrava felicemente la festa della Religione 
e dell'arte. Quella sera mi sentivo in vena anch' io, e 
sapete che cosa cantai ? » 



« Che cosa, maestro ? » 

« Le grandezze di Maria secondo S. Tommaso 
(Somma Teologica, Parte 3), e Da?ite. » 

« Oh, se le ricorda appena, le faccia sentire anche 
a noi ! » 

« Sì, ricordo, fanciulli, ed è il canto seguente : 

1. « Senti, Isràello, il verbo del Signore : 

Io voglio ristorar tua possa affranta ; 
Esulta e intuona 1' inno dell' amore. — 

2. Tal fra il silenzio della Città Santa 

Un giorno prorompeva il gran Profeta, 
Che le sciagure di Sì'onne canta. 

3. Aspetto non avea d' anacoreta 

Quel dì; la gioia l'occupava intero, 

Quai dianzi al serto il buon guerrier s'allieta. 

4. E chi abbelliva quel sembiante austero ? 

Estatica vision, che lo rapio 

E del futuro gli squarciò il mistero. 

5. Vide la Donna, che ad aprir di Dio 

L'eterno amore volgerla la chiave, 
Accanto al Figlio del più gran desìo. 

6. La meraviglia esprime e più non ave. 

O chi mi spiega il senso che s'asconde 
Sotto il velame del suo dir sì grave ? 

7. Chi regge l'alma, ch'entro si confonde ? 

« Genio d'Aquin, che d'alto sol ti ammanti, 
Dimmi d'Augusta le glorie profonde: 



- 86 — 

8. Era uopo al Verbo, ch'è di sopra i santi, 

Prendere da Maria l'umano velo ? 

A Redenzion nulPaltro aveva innanti ? » 

9. « Tu dèi saper ch'era consiglio in Cielo 

Fisso ab eterno sollevar Maria 
Alla maggior grandezza eh' io disvelo. 
io. Ma, chi pon mente, imperfetta sarìa 
Tal gloria, se la Somma Sapienza 
Nel suo verginal chiostro non venia. 

11. E in Lei spiritai nozze Provvidenza 

Volea contrarre con nostra natura ; 
Ma lontano d'ogni ombra di violenza. 

12. Onde Gabriello il volo a Lei matura 

E sì l'inchina e dice: — O benedetta, 
Il tuo fattor vuol farsi tua fattura ! 

13. Né fia che il caro giglio tu dismetta, 
Poiché feconderatti il Primo Amore, 
Fonte e custode di virtù perfetta. 

14. Maria ripensa e, sottomessa in core, 

Dischiude il labro al desiato accento : 
Eccoti in me l'ancella del Signore. 

15. Onde ti sarà chiaro che il portento 

È union d' affetto e dell' Incarnazione 
Maria è principio e non servii strumento ». 

16. « Maestro, in questo aperto è tuo sermone ; 

Ma non intendo ancor come del Figlio 
Fu per lo spirto la generazione ». 



- %7 - 

17. Ed egli : « Aguzza il debil tuo consiglio, 

Rispose — che, se qui' non è diretto, 
Potria condurti ad un fatai periglio : 

18. Ebbe l'eccelsa Donna doppio effetto 

Del Paracleto in sé; l'uno consorte 
A tutti i Cristian' ma più perfetto; 

19. L'altro a Lei proprio per benigna sorte ; 

Che, come spiega il sommo Boccadoro, 
Al Figlio, che entrerebbe, aprì le porte ». 

20. « Del tuo sapiente dire io fo tesoro; 

E, perchè pongo in tua bontà fidanza, 
Sgroppa, ti prego, un dubio a mio ristoro, 

21. Cristo nella fruttifera alleanza 

È forse figlio al Paracleto ? » « Tale 
È chi nasce di specie in somiglianza 

22. Al suo generatore, e non già quale 

Tien' altra via, e questo fìa suggello, 
Perchè lo tuo pensier non volga a male » 

23. « O Savio, dissi allor, parlar più bello 

Non si potria; ma segui tuo sermone, 
Che anch'io d'ir' oltre a te mi fo sgabello 

24. Ed egli a me: « Pria ' cala ginocchione 

D'innanzi all'alma Vergine ed inchina 
Il tempio vivo delle tre Persone. 

25. Se indi vuoi più saver d'està Reina, 

Maternità fu solo fondamento 
De la grandezza sua peregrina. 



26. Da nobil sangue trasse il nascimento ; 

D' illuminata, di signora e stella 

Ne suona il Nome i pregi in bel concento. 

27. E che dirò di sua sembianza bella? 

Quale Mosè ad Israel fu visto 
Sceso dal Sina, tal la Verginella 

28. Parve a Giuseppe dopo il Santo acquisto. 

A Lei risplende in faccia tal chiarezza, 
Che sola può disporre a veder Cristo. 
29. Ed il Cristianesmo, a sua bellezza 

Spirandosi, dischiuse un'alta vena 
D'arti, levate a la sovrana altezza. 

30. Ond' è che nella disputa serena 

L'Arcangel messaggero ben la vanta: 
D'ogni meravigliosa grazia piena. 

31. E questo esprime anch'Elia, quando canta : 

Magnificat, melode che in bèi giri 
Ripete in Cielo la milizia santa. 

32. Ed or paghi saranno i tuoi desìri, 

Figliuolo, intorno alla grandezza mira 
Di Lei, che vince i più superni spiri ». 

33. Ed io « Maestro, forte a se mi tira 

Altra vaghezza: dimmi le virtudi, 
Onde sì bella rosa s' inzaffira ». 

34. « Di tutte colma vo' che la saluti 

Prima che più andi, e che ti rassicuri 
Che i suoi pensier nel ben furo statuti. 



35- Tal ne le sacre carte la figuri 

Ove s'adombra, e quei, che fùr, col canto 
Sì l'invocar qual fia.per i futuri. 

36. Benché regale, fu povera tanto, 

Come veder si può per quell'ostello, 
Ove depose il suo portato santo. 

37. Fior del suo giglio non fiori più bello, 

E 1- alma fu un giardin di mille odori, 
In che alliettossi il benedetto Agnello. 

38. Son mie parole a tanto van' rumori, 

E manco torna ognun, che in terra sia; 
Ma solo il può sustanzia d'alti cori. 

39. Uom non conosco, disse già Maria, 

A ben significar eh' ogni suo atto 
Tenea del bello, che il mortale india. 

40. E chi esporrà di sua dolcezza il tratto? 

Dopo tre dì d' angoscia dice al Figlio : 
Perchè hai tu così verso noi fatto ? 

41. E non fu forse maternal consiglio, 
Perchè fosser le nozze belle e intere, 

Se in Cana volse a Cristo e priego e ciglio ? 

42. Oblia se stessa ed oh qual guida a bere 

Alle fonti di vita turba magna, 
Desiderosa d'acquistar sapere ! 

43. E sua rapida corsa alla montagna 
Quante anime a cercare fé devote 
Quel che pel Ciel vivendo si guadagna! 



QO 



44- Virtù, quanta in creatura capir puote, 

In Lei s'aduna ; ond'è che Dio la volle 
Anima e corpo nelle somme rote. 

45. Dentro a' Cherùbi e Serafìn' non bolle 

Desìo che del lodarla più gì' infiamma. 
Chi non l'onora in terra oh quanto è folle! 

46. Ben l'onoràro i Padri, ed una fiamma 

A disparir rubella n'arse i moti, 
Di spirti eccelsi nobile orifiamma. 

47. Ovunque in templi splendidi e devoti, 

Bibie di marmi e meraviglie d'arte, 
A Lei le turbe pie sfogàro i voti. 
48. Quai sento soavi note per Lei sparte 

Nei canti, che Le son laudi immortali ! 
Quali sospir' fin tra' furor di Marte !...» 

49. E tacque a tanto. Ed io: « Se così vali, 

Madre, esclamai, che, quale a te ricorre, 
Un saldo scudo imbraccia contro i mali, 

50. Degnati sotto al manto di raccorre 

Questo fìgliuol che a te chiude le mani 
E in te s'allieta sua fidanza porre. 

51. Tu mi raffrena i movimenti umani, 

Sì che vivendo celebri te sola 

Ne' miei affetti conservati sani, 

E in te finisca l'ultima parola ! » 

3. Intanto la comitiva era arrivata sulla cima de 

Grimoaldo, donde si presentò all'occhio de' fanciulli ur 



9i 



movo spettacolo, Bergamo, la bella Bergamo, grandeg- 
riante in tutta la sua maestà colle sue forti mura e torri, 
zolle sue ville graziose, colle sue colline verdeggianti, coi 
nonti, che le formano gentile corona. I fanciulli ne 
?rano addirittura imparadisati e non si saziavano di mi- 
are, e il Maestro, ripensando all'Apostolato di quel 
Forte, che così felicemente la protegge, sciolse all'aura 
questo qualunque 



INNO 

1. 

Nel fervido petto di nobil guerriero, 

Che batte sui campi di gloria il sentiero, 
La fede non arde ? — Chi il disse menti. 

2. 

Da veglie diuturne, da rigidi stenti, 

Da corse affannose, da pugne cruenti, 
La fede più viva talor scaturì. 

3. 

Al popol d'Orobia, che ascolta ed ammira, 
Che, quasi sognando, sta muto e sospira, 
Chi parla si caldo ? Chi a lui lo guidò ? 

4. 

Romano soldato di Tebe d'Egitto, 

Che al gioco dell'armi fu prode ad invitto, 
Ai padri la Fede di Cristo annunziò. 






Q2 



5. 

Il culto abborrendo dei Numi pagani, 

Qua venne, per mari, per colli, per piani, 
De' regi e d'Averno la rabbia a sfidar. 
6. 
E or mite quall'aura, che l'erbe accarezza, 
Or forte qual vento, che gli alberi spezza, 
Ei parla, commuove, sa il popol piegar. 
7. 
« Orobi, v' ha un Dio nel cielo, che impera 
« Su quanto rinchiude del mondo la sfera, 
« Che a un detto possente dal nulla balzò. 
8. 
« Ei mosso a pietade dell'uom, che in affanni 
« Gemeva da lungo rivolgere d'anni, 
« L'Eterno suo Figlio a francarlo mandò. 
9. 
« E povera stalla si elesse a ricetto, 

« La greppia per culla, la paglia per letto, 
« Chi ha trono degli astri fra vivi splendor, 
10. 
« Afflitto da molti durissimi stenti, 

« Fra nuovi prodigi di Giuda le genti 
« Col suon di sua voce rapì di stupor. 
11. 
« Gli gridan le turbe frenetici osanna; 

« Ma Solima ingrata gli intima condanna 
« D'infame cattura, di morte crudel ! 



93 



12. 

« Ma il dì che a sua spoglia — Risorgi — dicea, 
« Satanno superbo sotterra chiudea, 
« E il segno di gloria spiegava nel ciel. 
13. 
« Un Dio si moriva dell'uomo a riscatto 

« E fede i suoi prodi seguaci ne han fatto, 
« E attonito il mondo di loro restò. 
14. 
« o v °i> cne bagnaste d'Agauno la terra 
« Del nobile sangue, compagni di guerra, 
« Che Cristo di palme nel ciel coronò, 
15. 
« Con quanto conforto vi membra il soldato, 
« Che sol dell'amore di Cristo infiammato, 
« Anela la morte per Cristo incontrar. 
16. 
« Ma pria la cittade, che, culla di forti, 
« Già diede all'Impero sì salde coorti, 
« Vo' a Numi bugiardi per sempre strappar : 
17. 
Sì dice Alessandro, né tarda a dar vita 
Con forza all'idea pietosa ed ardita 
Che, or' ora scintilla, gran fuoco si fa. 
18. 
Sul piano, sul colle, sull'ardua pendice, 
I riflettori gli Orobì la fiera cervice 
E tergonsi all'onda con nuova pietà. 



94 



19. 

Allora al nemico lasciando la vigna 
Satanno in furore li denti digrigna 
Indarno invocando la prisca virtù. 
20. 
« O Apostol felice, ministro del cielo 
« Il Santo dei Santi t'accende di zelo, 
« Il Santo t'ispira, che è il divo Gesù. 
21. 
« Ti avanza ! Quei grandi, che primi la sorte 
« Guidaron di genti con Cristo risorte, 
« A Te dal lor soglio del capo accennar : 
22. 
« Ti avanza ! Poi, mentre la storia a Te plaude, 
« Ti volgi e rimira qual cresceti laude 
« Lo stuol che al Vangelo sapesti educar. 
23. 
« Per te, se il già segno d'infamia, la Croce, 
» Un dì qui bersaglio di scherno feroce, 
« Or tutti salutan vessillo d'onor; 
24. 
« Tuo vanto son l'are sul suolo abbattute.; 
« Son l'anime a scuola perfetta cresciute, 
» Cui vita è morire pel loro Signor » . 
25. 
Ma il cielo si oscura, sorviene aspra lutta ; 
E Bergamo piange la vigna distrutta, 
Fra ceppi mirando l'Apostol fedel. 



i 



^_9$_Z 

26. 

Ed egli : « A che piangi Teletta mia sorte ? 

« Non sai che a' compagni mi unisce la morte, 
« E il sangue fia seme di frutto novel ? 
27. 
« Cittade, al Signore prezioso retaggio, 

« Né vinta, né doma cadrai nel servaggio, 
« Tu fatta cristiana per alti destin\ 
28. 
« Io veggo la luce che imporpora il monte 
« E tinge d'azzurro del cielo la fronte, 
« Più vaghi intrecciarti gli allori sul crin ; 
29. 
« Da te cittadini dall'animo audace, 

« Ma giusti e sinceri, che l'Idra minace 
« Schiacciare sapranno d'eretico error : 
30. 
« Tue balde falangi, la croce sul petto, 

« Sugli Insubri campi, nel Suol Benedetto, 
« Dell'oste nemica saranno il terror. 
31. 
« E quando d'Ausonia la gente cortese 

« Le lodi a' miei figli plaudendo avrà rese 
« In voce che unquanco più bella suonò ; 
32. 
« E quando di Pietro l'Oracolo Santo 

« Dirà — Del mio gregge gli Orobi so?i vanto — 
« Anch'io del martirio più lieto sarò ». 



9 6 



33. 

O Padre, noi sempre t'avremo nel cuore ; 
A te ripensando s'accende l'amore 
E freme nel petto lo zelo primier. 
34. 
Tu. spesso ne degna d'un dolce sorriso; 

Disperdi ogni turbo, che surga improvviso, 
Né mai svì'efemo dal giusto e dal ver. 
35. 
E voi, fior d'Adleti, dolcissima cura 

A Lui, che d'Orobia la gloria infutura, 
Che or seco brillate di fregio novel ; 
36. 
Bei gigli, spuntati sul suolo natio 

Dall'opre, dal sangue del Messo di Dio, 
Per noi gli intessete ghirlande nel ciel. 
4. Ai fanciulli, che a bocca aperta e senza battere; 
palpebra e con piacere ineffabile, che traspariva anche 
di fuori, avevano accompagnato quell'Inno e si profon-* 
devano in mille grazie, il Maestro disse : 

« È ormai tempo che leviamo le tende di qua,, 
perchè prima di sera un altro panorama ben più esteso' 
di questo vi aspetta ». 
« E da qual luogo ? » 

« E non ve l'ho già accennato ? Dal Torrezzo, che' 
è il monte più alto di questa giogaia ». 

Percorrendo le cime del Foppa e del Colletto, gli 



— 97 — 

scolari si diedero a raccogliere fiori. Erano viole, mu- 
ghetti, margherite, crespini, silvie, bocche di lupo, stel- 
line odorose, giacinti, gigli e narcisi, onde i prati e i 
rari cespugli gaiamente ridevano. 

Saltellando qua e là andavano a gara a scegliere i più 
belli e per desiderio di raccoglierne.si erano spinti, senza av- 
vedersene, fino sul più alto punto del Torrezzo(m. 1400). 
Luogo migliore di quello per vedere d'un colpo d'occhio 
tutta la Lombardia non si può dare. Il Torrezzo gigan- 
teggia quasi staccato dagli altri che lo circondano, for- 
mando colle valli sottostanti svariatissimi anfiteatri. San 
Giovanni, il Novezza, . il Prenda, che dal piano sembrano 
pure alti, di là paiono dileguarsi giù giù in colline insen- 
sensibili, in rialzi capricciosi, in deboli ondulazioni e 
vaporose pianure. Non ti si nasconde poi un palmo del 
piano lombardo, tutto solcato di fiumi e terminato dal Po. 
Hai sott'occhio di traverso la configurazione di tutte le 
Vallate bergamasche, delle quali se l'una è bella, l'altra 
è più bella -e la terza è più bella ancora. Dietro, la 
Val Calepio; appena dinanzi, la Valcavallina ; di là, la 
Valle del Serio; di là ancora, quella del Brembo; poi la 
magnifica conca ellittica di Vallimagna, chiusa a Nord 
dal Resegone e finalmente la Valle S. Martino. Più 
lungi, le Prealpi lombarde col gruppo del monte Legnone, 
col Pizzo dei Tre Signori, col Corno Stella, col Pizzo 
del Diavolo e di Cocca e, più in qua, da Nord, le 
montagne, che separano la Valcamonica dalla Valtellina 



9 8 



fino al monte Gavio, dove le Prealpi si riuniscono alle 
Alpi per mezzo di quella grande cortina, che si spicca 
dalle Alpi direttamente da Nord a Sud e vanta le alte 
cime del Corno de' tre Signori, del Tonale, dell'Ortlez 
e dell' Adamello. A mezzodì, la catena degli Appennini 
settentrionali dalle alpi Apuane fino al colle di Cadibona 
e di là l'imponente muraglia biancheggiante delle Alpi 
occidentali e centrali, col Cenisio, monte Bianco, monte 
Rosa e Bernina. I fanciulli si sfogavano in esclamazioni 
davanti a quella danza di monti, a quel contrasto di 
effetto proprio meraviglioso fra le creste dentate co- 
perte di eterni ghiacci, ignude e bianche come scheletri, 
le quali si tingono sovente di celeste nelle giornate serene, 
di giallo e di rosso al sorgere e al tramontar del sole e i 
prati fioriti, che si distendevano attorno a loro e i 
boschi ombrosi al di sotto e i pingui colti, giardini in- 
cantati, nelle valli ubertose. Che paesaggio sublime e 
pittoresco ! 

« Maestro, non è vero che quelle vette là da lungi 
paiano spiccarsi in alto come da una ghirlanda di erbe 
e di fiori ?» 

« Proprio così, Felice; vaga ghirlanda di erbe, di 
fiori e di frutti è la zona, specialmente inferiore, delle 
Prealpi, dove regnano primavere ed estati, che non 
hanno nulla da invidiare a quelle dei paesi più meri- 
dionali. È questa la regione dei laghi azzurri e dei 
limpidi torrenti, dei castagni e dei faggi, ■ dei vigneti 



99 



degli ulivi, insomma, delle delizie, delle amenità e 
dell'abbondanza (Stoppani) ». 

5. Qui Beniamino, che non aveva mai levato dal- 
l'occhio il cannocchiale, tutto fuor di" se esclama : 

« Che vorrà mai essere quella punta candidissima 
he io vedo là dentro, dentro quasi in direzione del 
gruppo della Bernina ? » 

« Ad occhio nudo non iscopro nulla... dammi il 
annocchiale... appuntiamolo... Ah... vedo... qualche 
ima dell'Obeiiand Bernese ?.... forse il Finsteraarhorn ?... 
troppo a Nord. Lo Schréckhorn ?.., Nemmeno. Forse 
Mònch ?... Oh !... non potrebbe essere... lei... la Iung- 
rau... ? Casta diva, vergine regina dell'Oberland, se tu 
si quella, io ti saluto ! » 

« Maestro, che linguaggio è questo ? » 

« Ah ! voi non sapete. Vedendo quella cima, se la 

proprio dessa, quella vetta, che immerge il suo 
ipo senza macchia nel cielo all'altezza di più che 
aoo metri, ricordo quel giorno felice che passai ai 
noi piedi ». 

« E dove ? » 

« A Interlaken ». 

« Dica, dica ! » 

« La Iungfrau si aderge come un colosso fra profonde 
)accature di due monti nereggianti di abeti, aperti 
iasi da mano industre a modo di cortine di velluto 
fertì per concedere la vista della «Immacolata » a' 
ioi innumerevoli ammiratori ». 



IOO 



« Oh !... innumerevoli ? » 

« Non esagero. Ve n'ha di tutte le parti del mondo ». 
« Ed è sempre così ? » 

« No ; appena d'estate. Il luogo poi, che ne formicola 
addirittura, è l'Haehwegg, un gran viale, d'onde non è 
forestiero, che non rivolga lo sguardo alla « Regina », 
per vedere se la è chiusa nel manto tenebroso della 
tempesta o solamente ravvolta d'un velo leggero, o se 
sfolgoreggi d'argentea luce dal trono della sua gloria ». 
« Vi sono dei coraggiosi, che ne tentano la salita ? » 

« Oh se vi sono ! Sentite. 11 28 giugno 1900 col 
mio amico D. Giovanni Testa e col bravo pittore A. 
Locatelli mi trovavo appunto sull'Haehwegg, quand( 
d'improvviso all'estremità del viale risuona un colpo di 
mortaretto. 

« Che è ? » — si domandano tutti — « È un 
avviso che sulla Iungfrau si vedono persone ». E i ; 
curiosi, tra i quali ero anch' io, ad affollarsi intorno a 
un cannocchialone piantato là, donde era partito il colpo, I 
a guardare in alto, magari ad occhio nudo, a doman- | 
darsi e rispondersi : 

« Sono su quella punta? » « No ». « Eccoli lungo 
il canale! » « Sì, sì; no, no». « Più su, più su ! », e 
tutti a far cenni con la mano e tutti a credere d'averli | 
scoperti. Il fatto è che chi realmente scorge quei minu- 
scoli corpi, legati in catena, avanzarsi lenti e cauti, come 
aggrappati al ripido pendìo, trattiene il respiro e ne se- 



IOI 



gue i movimenti con l'ansietà di chi ha un gran peso 
addosso e non se ne sente liberato che quando li vede 
trionfanti sulla cima ». 

« E qual è l'ora, in cui alla « Vergine » si presta 
più tenera questa adorazione ? » 

« È il tramonto, cari miei ! Già le ombre tenui si 
sono posate sulle montagne che la fronteggiano, ed essa 
sullo sfondo della scena si offre, nitida e pura ne' suoi 
contorni, all'ultimo bacio del sole morente. Allora tutti 
gli occhi son rivolti a lei, che ti passa dal rosso di fiamma 
al bruno violaceo per una serie di lievi rosee sfumature ». 

« Ma saranno ben pochi i privilegiati, che avranno 
la fortuna di contemplare da vicino quelle nevi eterne ! » 

« Già, fino ai tempi nostri, come mi si disse ad 
Interlaken, questa fortuna fu riservata davvero a pochi, 
dai garretti d'acciaio e dall'occhio sicuro. Ma adesso 
tutti possono respirare per ogni poro la maestosa poesia 
della Iungfrau e mirarla da vicino nell'asprezza de' suoi 
profili, nella profondità spaventevole de' suoi burroni, 
scavati nelle pareti dal moto secolare dei ghiacci e dal 
ruinoso precipizio delle valanghe ». 

« E per qual via adesso si può così comodamente sa- 
lire iassù? » 

« Dirò cosa incredibile, ma vera : per la via ferrata, 
in treno! Le rotaie e i fili elettrici sono già a m. 2531! 
E che sarà quando l'ardita linea raggiungerà V Elevator 
a m. 3940, donde un ascensore ed una scala nelle vi- 



— 102 — 

scere del monte porteranno a 4166 metri, vale a dire, 
al vertice della gloriosa Regina dell' Oberland ? » 

A questo racconto i giovanetti, che nella loro fer- 
vida fantasia s'immaginavano su quella cima, circondati 
da nevi eterne, colpiti profondamente dal silenzio mi- 
sterioso della natura, che pare irrigidita dalla morte, ma' 
vive nel moto continuato delle acque correnti e dei 
ghiacciai, in quell'oceano di luce abbagliante e di aria 
purissima, rimasero come muti ed estatici verso quella 
punta, che ormai non si vedeva più, e per richiamarli} 
alla realtà ci volle la voce del Maestro, che disse : 

« Andiamo, figliuoli, prima che annotti ; il sentier 
non è pericoloso; ma è lunghetto, e l'oste avrà gli 
messo in pronto la cena ». 

6. Ammirato il bello, magnifico tramonto del sol* 
che non avevano mai veduto nascondersi dietro la vette 
tagliente del Cenisio così maestoso ed infuocato com< 
quella sera, si misero in via e andando e godendo dell( 
svariate scene sorridenti all'intorno, dal dorato crepi 
scolo vespertino vestite di moribonda, ma sempre poc 
tica bellezza, facevano risuonare baldi ora il cantico de 
viaggiatori, ora qualche altro coro alla mano, ragio 
navano di piacevoli cose. Fra l'altro, il Maestro aveva 
anche accennato di volo al giubilo dei Chierici, ch< 
l'anno innanzi si erano tanto divertiti per quelle stessa 
praterie, e quello era per lui il momento di pensare a 
tempi andati, alle vicende del Seminano, ai ritorni alle 
amate mura, dopo una lunga passeggiata: 



io3 



« Come mi si ravvivano soavi e care stassera le re- 
miniscenze de' miei compagni, allorquando da qualche 
paese, fatta una breve rassegna per vedere se niuno 
mancava, venivamo a stuoli cantarellando senza addarci 
pur della via ! Oh ! non sapevamo nulla di questo mar 
tempestoso. La religione e lo studio sedevano in cima 
ai nostri pensieri. Ma que' bei tempi, belli davvero, 
sono passati ! Gli amici comuni hanno dovuto separarsi 
per dar luogo ad altri in quel giardino eletto d'ogni 
più eletta virtù. Iddio benignissimo, deh reggi quei 
giovani nel pericoloso cammino ! Fa che, innamorati 
del bene e delle pure bellezze della natura, non offu- 
schino mai lo splendore prezioso delle loro anime ! — 
E voi ? Non intendo di mettermi nel posto dei vostri 
genitori o di quelli, che vi debbono invigilare ; ma una 
parola la voglio dire anche a voi. Ubbidite di mente e 
di cuore ai vostri superiori, che un giorno dovranno 
rendere ragione per voi, e diffidate di chi ve ne sparla. 
Questa, anche in tempi difficili, fu la pratica del vostro 
Maestro. Adempite, il meglio che pei voi si può, i 
doveri che vi riguardano e poi lasciate pure che la 
gente dica. Non createvi dei nemici per superbia, e se 
altri, offeso dal vostro ben fare, vi si leverà contro o 
si abbellirà delle vostre spoglie o dirà di voi quello che 
sta bene detto a lui, non ve ne commovete gran fatto, 
ma compatite I' umana miseria. Date bando, ve ne 
prego, all' invidia, che è la passione più brutta, più 



104 



tormentosa, più vergognosa, che possa contaminarvi il 
cuore. Vogliate bene a tutti ; ma tenetevi ai migliori. 
Amate i vostri condiscepoli, amateli come voi stessi ed 
aiutateli in quanto potete. Nelle dubbiezze, negli ina- 
spettati casi, nelle peripezie della vita vi torneranno 
sempre di grande conforto. Vi potranno essere delle ec- 
cezioni, a dir vero, poco onorevoli; male saranno sem- 
pre eccezioni. Finalmente siate grati ai vostri Maestri. 
Se ai genitori dovete la vita, ai Maestri dovete il ben 
vivere e quel corredo di dottrina e quella educazione, 
che un giorno in mezzo al volgo vi faranno rispettati ». 
7. Dopo un' oretta circa di cammino, al suono del- 
l' Ave Maria, che argentino saliva dai paesi sottostanti, 
quando appunto apparivano in cielo le prime stelle, i 
nostri giungevano allo Stabilimento, dove trovarono una 
compagnia, capitatavi di fresco; un Professore ed al- 
cuni suoi alunni, che, approfittando delle brevi vacanze 
pasquali, si erano condotti fin là per respirare a pieni 
polmoni quelle aure di vita. Il Professore, un perfetto j 
gentiluomo dalla parola facile e pulita, e gli alunni ; 
garbati e colti, non erano di quelli, che, appena ve- 
dono un prete, lo guardano in cagnesco, siccome uno 
strano anacronismo, sbuffano villanamente e par che j 
dicano: « Una. tonaca nera! Che compagnia! » — E J 
forse sono nel numero di coloro, che predicano 1/ egua- 
glianza, la tollerenza, la fratellanza ! A me fanno pro- 
prio compassione questi saputelli che con una insolenza ; 



105 



nauseabonda ti apostrofano per via o ti guatano biechi 
juasi in atto di sfida, comparendo, io credo, più tristi 
e più paltonieri di quello che sono. Ma... si sa. Per 
certuni il prete non è cittadino eguale a loro, non è 
fratello. Tolleranza per tutti, ma non pel prete, a cui 
I piacevoloni non risparmiano nulla, solo perchè nella 
sua educazióne, nel suo virtuoso, anzi, talvolta, eroico 
sjlenzio, ne' suoi costumi per nulla si assomiglia a loro. 
8. La nuova comitiva, che dal buon trattore era 
stata avvertita dei nostri, per aspettarli aveva differito 
d' un poco la sua cena ; onde, vedutili, li complimentò 
iquasi fossero vecchi amici, e tutti sedettero al loro 
posto. 11 Professore ed il Maestro, collocati a capo della 
tavola, godevano assai dell' accoglienza festosa che gli 
scolari facevano alle pietanze e specialmente ad uno 
stufatino alla casalinga ben cucinato e ammanito a modo 
dal bravo Luigi, che si faceva in quattro, andava e 
leniva come la granata di casa, perchè ogni cosa pro- 
cedesse a puntino. Ci teneva tanto a crearsi un buon 
aome per la stagione climatica ! Fuori era buio pesto e 
nulla si poteva vedere se non il cielo stellato e la luce 
elettrica di Bergamo, di Monza e di Milano. Onde i 
gitanti, cenato che ebbero, raccoltisi in un salotto, 
dopo d' avere, se non suonato, strimpellato sul clavi- 
cembalo alcune ariette, che diedero nel genio a tutti, 
se la spassarono allegramente ragionando di libri di 
prosa e di poesia, ma di quelli, che, in questi tempi 



— ■ io6 — 

di leghe, di società, di lanciamenti di nuove idee 
di... fallimenti, a certi bacalari superlativi e sbuffar) 
senza dubbio non vanno. 

9. « Se Ella legge, signor Professore, come legger; 1 
e sta punto in giornata con fogli e riviste, che 1 
sanno assai più di tutti i dotti che furono, sono e 1 
ranno, e più del genere umano, anzi di Dio stesi 
vedrà che essi ci mettono in voga un' idea bene stran; 
ed è che non si possa e non si debba scrivere che < 
cose di alto concetto, scientifiche, sociali, mondiali. I 
si cantano affetti gentili e famigliari, i sacrifìci 1 
scosti le bellezze dell' innocente natura, « baie, sci! 
chezze sono coteste, indegne del secolo XX! Bisoel 
trattare dei destini avvenire dei popoli emancipati 
cantare il progresso trionfante e l'umanità che galoppa.. 
Blateroni e buffoni, che non sono altro, questi saccenti 
i quali manderebbero al fuoco anche Virgilio ed Orazi 
il Petrarca e 1' Ariosto, perchè poverini ! non cantàl 
il commercio, la democrazia, le forme di governo, 
sospiri de' popoli!... E intanto non sono capaci di scr 
vere di gustare un componimentino che, oltre 1 
V essere scevro d' ogni male, abbia anche qualche me 
rito di lingua di stile. Son fuori di quadro, signcj 
Professore? » 

« Tutt'altro ! Questo mi pare imbroccarla propri 
nel segno ! Ed io, se mi si concedesse la parola, vorre 
stimatizzare certi romanzieri e poetastri, che, pur d 



— io/ 



fare quattrini, falsificano la storia, volgono in derisione 
le cose più sante e trascinano brutalmente nel fango 
quanto ognuno dovrebbe guardare più caro ». 
« Ma che La dica ! Ci fa un vero regalo ! » 
« Dirò solo che tutti gli animi onesti, anche increduli, 
si sono ribellati agli osceni insulti scagliati a Cristo Be- 
nedetto e alla Vergine Immacolata da Gaetano R a p a - 
gnetta, vulgo Gabriele d'Annunzio, nell'ode a Carducci. 
Poeti gonfi d'immenso orgoglio, ora e sempre nefasti e 
spregiati, superstiti indegni del gemile sangue latino, 
macchianti di brutto fango l'altare, a cui santamente 
oeregrinarono gli avi nostri, con l'immonda vostra Venere 
1 girone terzo del settimo cerchio nel fuoco di Dite vi 
ispetta Brunetto Latini ! ,> 

« Evviva il Sig. Professore » —fecero tutti. '— Al 
uoco di Dite questi scritti avvelenati e avvelenatori e 
li li scrisse... se non si ravvede ! » 

« I poeti ed i romanzieri hanno dei diritti; ma non 
■elio di abusare del loro ingegno a rovina, specialmente, 
Iella gioventù. Lo so che, se fosse qui Zola, mi direbbe 
>er tutti : È il fascino dell'arte che soggioga i lettori... 
m che. fascino d'arte, beffardo!?... Voi siete di un 
ìerito artistico assai discutibile ! » 

« Anzi per me questi romanzieri di moda o da 
•ivio, pel razzolare che fanno sempre, o quasi sempre, 
lei bassi strati della società, sono, oltreché artistica- 
lente brutti, filosoficamente falsi, moralmente poi sco- 



io8 



municati ; quel miscuglio osceno di lussurie insaziabil 
di intrighi tenebrosi, di amori e di odi, di scenacce e 
sangue, che sozza cosa !... » 

« Eppure sono tanto letti » — osservò uno deg, 
alunni — Donde questo fatto ? » 

« La risposta la diede già Guglielmo II. a Giul 
Simon — Perchè gli autori si abbandonano alla villania 
morale ed alle più luride brutture. Ecco perchè sor 
letti. Ma gli onesti se ne sono sempre guardati conjji 
da una peste » — 

« E non ci è proprio nulla di buono, né lingua, r 
stile ? » 

« La lingua e lo stile non s'imparano su certi I 
manzi, che sono tirati giù in fretta, a casaccio, semp 
per far quattrini ». 

« Dove dunque si apprenderanno per noi ? » 

« Sui buoni autori. Ma... capirà, signorino, che 'L 

io qui pretendessi di fare una lezione letteraria dinnar 

al suo Professore, che ne sa assai più di me, la sareq 

una vera imperdonabile temerità ». j 

« Ma che ? A lei ! La sento così volentieri anch'i) 

Quando sarò di parer contrario, me le farò vivo ». ; 

io. « Sempre cortese il Signor Professore ! — F 

non istare solo alla corteccia della quistione, voi 

farmi dal greco, da questa lingua magistrale, che; 

forse là più armoniosa, la più copiosa e più pitterei 

di quante hanno risuonato sul labro umano ; ma I 

mi guardi dal mettere la falce nella messe altrui ». 



109 



« E poi la converrà con me che per raccogliere 
ilio studio del greco i frutti desiderati bisognerebbe 
ìe non ne fosse affidato l'insegnamento a certi maestri 
speriti, che invece di infervorarne gli scolari, ne li di- 
morano che è una compassione ». 

« Purtroppo !... Continuando adunque, come le 
ace, dovrei almeno fermarmi sul latino, riguardo al 
jale la prima cosa che mi dà all'occhio è un farfallone 
ilenne, proprio da prendere colle molli : Troppo latino / 
iel benedetto ! E si osa sul serio di gridare : Dalli 

latino ! ora che il latino si apprende da pochi e 
icor da più pochi ne è conusciuto il gusto e ne ven- 
>no rilevate le peregrine bellezze ? Secondo me, è 
oppa la critica filologica, è troppo il tempo sciupato 
ille eccezioni; sono qualcosa di troppo tante formole, 
nte osservazioni intempestive, tanta facile erudizione, 
•ntenute in certi nebulosi metodi grammaticali. Uno 
udio siffatto tormenta i poveri cervelli dei giovanetti, 
annoia sino allo sfinimento, li disamora della lingua, 
tristisce la scuola. Poste alcune regole, il latino va 
ì parato sugli autori, che devono essere di continuo tra 
imani degli scolari ». 

« Dunque il Sig. Maestro l'ha colle grammatiche ? » 

« Ah no ! Dico soltanto che di grammatiche e di 
zionarii, come di fiori e fronde, per non dire di sal- 
erie da dromedarii, per me, c'è il solo bisogno di 
'erne più poche e quelle, possibilmente, di casa 



I IO 



nostra. Qualche moderno insegnante mi griderà la 
croce addosso. Avrà fors'anche mille ragioni, ma io la 
penso così. Perchè, altrimenti, non riesco a capire come 
si possa giungere alla conoscenza e al gusto degli scrittori 
del Lazio, nei quali, eloquenti in ogni sorta di stile, 
è passato il più bel fiore delle eleganze e delle ricchezze 
dei Greci. — Ma veniamo all'italiano. Ecco in quali 
termini ne propongo la quistione : Dove mai si impara 
a dovere questa lingua e a quali testi vuole attenersi 
l'alunno ? — Prima cosa, rispondendo, avverto che 
altro è lingua e altro è stile ; se non che lo stile si fa 
colla lingua; il tesoro della lingua è l'elemento o la 
materia, onde ciascuno va modellando il suo stile, e 
però lo studio della buona lingua dispone allo studio 
dell'ottimo stile. 

Trattandosi dello studio particolare della lingua, io mi 
penso che voglia essere fatto, più che altrove, sugli 
aurei scritti devoti del secolo XIV, i quali, come attesta 
anche il Giordani, se da una parte sono i più utili 
per la purezza delle dottrine e per la santità degli esempi, 
dall' altra sono i più pregiati per la soavità della lin- 
gua e pel natio candore dello stile. In essi è tanta evi- 
denza di narrare e tanta finezza di esprimere i più de- 
licati affetti, che io riputerei fortunato quel moderno ro- 
manziere, che sapesse rassomigliarli. Sieno avvisati gli 
studiosi che l'affettuoso in altri scritti noi troveranno 
(Giordani) ». 



Ili 



« Adunque si vorrà stare ai soli Trecentisti? O non con- 
dirà piuttosto dilatare i confini della lingua ed uscire 
ìon solo da quel beato secolo, ma eziandio da Firenze e 
lalla Toscana per cogliere il più bel fiore dei c'assici 
li tutti i tempi e di tutta Italia ? » 

« Benissimo, e il Perticali risponde in parte per 
ne. - Siccome, egli dice, è da cercare nei volumi del 
oo il candore, la schiettezza e la semplicità, così in 
uelli degli altri secoli cercheremo lo splendore, la copia, 
altezza e la gravità dei filosofi e dei grandi letterati. - 
! il Monti si esprime così : Come uno scrittore, il quale 
on porrà il suo studio che negli antichi necessaria-, 
lente offenderà il gusto del suo secolo in molte cose e 
on sarà intero l'applauso che gliene verrà, così quegli 
lie, sprezzati gli antichi, non prenderà a sua norma che 
: novità dei moderni, non si procurerà una fama che 
uri più della moda. 

Il fondamento della lingua è irrevocabilmente pian- 
to nelle antiche scritture e, la lingua, già frenata da 
©ite leggi, non può crollarsi da' suoi fondamenti, cui 
nterà di svellere appena qualche i?isano cervello. 
a lingua però può arricchirsi di nuovi tesori e, gittate 
vecchie scorie, sempre più ripulirsi ». 

« Fin qui siam d' accordo ; ma, posto il progresso 
dubitato, vorrei saperne da Lei la misura ». 

« Qui sta il punto e il forte. Non si dimentichino 
ai i Trecentisti, che il Fanfani saluta i santi Padri 






I 12 



della lingua nostra, lo sprezzo dei quali rende cara qua- 
lunque corbelleria forestiera, affievolisce l' educazione 
dell' intelletto e corrompe quanto avemmo in eredità dai 
maggiori. Ma non si dimentichino nemmeno i buoni 
scrittori degli altri secoli, non si trascuri il carattere della 
letteratura più recente e non si biasimi affatto il gusto 
moderno. Tante moderne prose e poesie perchè non ci 
dovranno piacere ? Sono belle, sono care, ti danno le 
ali e ti rapiscono ad una idealità, in cui 1' animo sì ri- 
posa beato, lo ho sempre fatto buon viso allo spirito di 
sana modernità, che fuga P ombra del tedio e, mentre 
ravviva la fiamma dell' arte, dà sale alla sostanza. Per 
entro agli scritti vivificati da questo spirito, tu senti 
F aria fresca e frizzante della vita vera, che palpita, 
t' investe e prepara a nobili cose. Io non mi piegherò 
mai a sacrificare il divino Manzoni, applaudendo a cri- 
tiche spietate che se ne son fatte e fanno, benché ba- 
derò sempre a guardarmi, come da un peste, da certi 
suoi imitatori stentati, sbiaditi e viziosi. Vorrei letti e 
studiati quei libri, che sono modelli di lingua e di stile, 
dettati preziosi, spiranti la fragranza . più soave della 
parlata di Tascana, la quale, finché l'Arno volgerà ìe 
aure sue acque al mare, renderà gloriosa e prospera 
1' Italia de' suoi monumenti gentili, delle sue miti co- 
stumanze, del suo gusto delicato e dell' inestimabile te- 
soro della sua lingua, tutta vita e passione, tutta poesia 
schietta e nativa ». 



— ii3 — 

II Professore e gli scolari risposero plaudendo al 
Maestro, e, poiché la notte era di molto progredita, 
preso un lume, ciascuno infilò la scala, si chiuse entro 
la camera assegnata e buon riposo ! 



:?K? 



f 



GIORNATA HI/ 



CAPITOLO I.° 

Il mattino. — 2. Considerazioni. — 3. A Monte di 
Grone. — 4. Grone. -- 5. Il Cardinal Mai e 
T. Tasso. — 6. L' acqua sparsa. — 7. parrocchie 
e pievi. — 8. La Pieve di mologno. — 9. Gli ar- 
cipreti DI MOLOGNO. — io. MOLOGNO. — il. ALL'AL- 
BERGO DELLA FONTE DI GAVERINA. 



1. La stanchezza è un grand' alloppio, dicono i To- 
ani, e, quando si è faticato viaggiato il giorno in- 
tiero, la notte si dorme sodo e tutto un sonno. E i 
nostri trovarono verissima la sentenza all'albergo, poiché 
vi fecero una tal dormitona, che tanti pagherebbero chi 
sa quanto. E quando, all'aurora, il Maestro andò a bus- 
sare agli uscì delle camere per isvegliare i fanciulli, 
questi stentarono un po' a tirar fuori le gambe e a met- 
terle giù. Ma una mezz' ora dopo erano tutti alla chie- 
setta di S. Fermo, una discreta chiesetta, linda e di 
beli' aspetto. Il Maestro vi celebrò la S. Messa, e il 
Professore e i ragazzi 1' ascoltarono, recitando intanto le 



IIÓ 



preghiere del mattino, che molti vergognosamente tra- 
lasciano. Indi tornarono all' albergo per pigliarvi il caffè. 

« Felice, lo vuoi puro o col latte ? » 

« Puro, purissimo ». 

« E tu, Beniamino ? » 

« Col latte ». 

« E non ti farà peso sullo stomaco ? » 

« Si figuri ! Digerirei i chiodi ! » 

« E tu, Giannetto ? » 

« Io lo piglio giulebbe » 

« E questo non mi va ; perchè troppo indolcito non 
lascia sentir la fragranza ». 

« Basta ! Faccia Lei ! » 

Bevuto il caffè e pagato il conto a puntino, la com- 
pagnia si mosse. 

Al balzo d' Oriente spuntava il sole indorando le 
cime dei monti e spirando all' anima ineffabili sensi; 
Panorama più stupendo di quello ai nostri non si poteva pre- 
sentare. Bergamo, a vagheggiarla di lassù a queir ora,-' 
dispiega veramente la pompa delle sue magnificenze. 
Ogni cosa ti ride all' intorno, né si può altro che be- 
nedire all'Autore di tanto vive e sì care bellezze. Dietro 1 
a loro, monti verdeggianti; ai fianchi, praterie estesis-' 
sime ; più sotto, colline e vigneti; d' innanzi, l'immensa 
pianura a perdita d' occhio. Nei vicini boschetti in gran?' 
numero svolazzavano gli uccelli, saltellando di sasso in 
sasso, volteggiando per V aria, posandosi sulle cime del 






— H7 — 

rari alberi, sparsi qua e là nei prati, nascondendosi 
dietro ai rialzi e rallegrando l'occhio colla vista e l'orec- 
chio col canto. 

2. Dinnanzi a quello spettacolo il Maestro pensava 
tra sé: c'è mai luogo meglio del monte, ove si senta 
rifiorire nuovo sangue nelle vene, ove si respiri a pieni 
polmoni, ove si vada migliorati dell'anima e del corpo, 
dove si provino una casta voluttà, una beata dimenti- 
canza delle cure, rimaste laggiù, una pace, infine, 

Che non gustata, non s' intende mai ? 

(D. Par. Ili) 

E questi uccelli, che sono sempre lieti, che cantano 
nei gentili boschetti, senza invidia, senza gelosia, ri- 
spettandosi a vicenda, non condannano tanti uomini di 
malumore, tristi e dispettosi, che odiano i loro fratelli, 
che si compiacciono crudelmente dei loro mali, che con 
malignità ne rilevano i difetti, con perfìdia ne riportano 
i fatti o i discorsi e, pieni di livore, li perseguitano, li 
danneggiano e li sacrificano alle più basse passioni?.... 
Quanta differenza fra noi e queste innocenti creature, 
:osì vaghe, così allegre, che cantano senza posa 1' inno 
dell' amore 

3. Frattanto la brigata era giunta alla contrada di 
Monte, dove il Maestro volle salutare il signor Curato, 
:he, al suono del campanello, comparve d' un tratto 
Julia porta di casa. E poiché non si erano visti da un 
)el pezzo, i due amici diedero in una vera esplosione 



— n8 — 

di voci e di saluti : « Ma che buon vento La porta 
quassù a quest' ora ? » « Come state, don Placido ? » 
« La è floridissima ! » « Anche voi scoppiate di sanità ! » 
« E questi fanciulli ? » e « taci, maledetta bestia ! » 
detto a Fritz, che il giorno prima volava correre alla 
vita di Beniamino e allora, piantato sulle zampe al- 
l' uscio della cucina, abbaiava alla disperata. Insomma, 
un incrociarsi, un confondersi così vivo di domande e 
di risposte, da dare 1' idea di un gruppo all' arrivo di 
un piroscafo. 

« Benissimo, signor Maestro ; favorisca qui con quei 
buoni ragazzi; s'accomodi. Si vede così di rado gente 
del basso a questa volta, e Lei ancor più di rado. Oh 
che piacere ! Oh che piacere ! Posso lusingarmi di aver 
P onore di ospitarli quest' oggi ? >> 

« Grazie di cuore, don Placido ; non possiamo proprie 
rispondere alla vostra cortesia. Dobbiamo partire subite 
per Piano di Gaverina ; non è un gran viaggio, ma no 1 
andiamo adagio ». 

« Come? Non vogliono arrivare nemmeno allo Sta 
bilimento climatico ? » 

« Vi abbiamo pernottato e ne torniamo adesso ». 

« Ma guarda ! E perchè non venir dame ieri sera? » 

« Ci premeva di vedere di là il tramonto e la le 
vata del sole ». 

« Basta ! Prenderanno almeno un caffè.... ». 

« L' abbiam già pigliato ». 



ii9 



« Evvia; un caffè poi non imprime il carattere ». 
E va e torna con vassoio, chicchere e piattini delle 
grandi solennità e con alcuni pasticci, che fanno cor- 
rere T acquolina in bocca ai ragazzi, i quali però non 
osarono stender loro, la mano che dietro i ripetuti in- 
viti del padrone di casa. Interrogato anche il maestro 
con un' occhiata, come per dirgli « È lecito? » V un 
dopo I' altro si mangiarono quei pasticcini, che era una 
consolazione a vederli. 

4. Un' ora dopo capitavano a Grone (ab. 1088), 
corpo principale della Comunità, che meritò tanto bene 
dal veneto governo al tempo . della sua dedizione, e patria 
del Prof. D. Attilio Plebani, giovane prete di belle 
speranze. Quanto all' origine del nome, in un docu- 
mento dell' 830, unico ricordo di questo villaggio prima 
del 1000, si ha Gorones e nella statuto del 1263 è 
detto Comune di Grahone. La forma attuale discende 
dalla forma più antica (Mazzi). Negli Estratti dall' ar- 
chivio di Bergamo, riguardanti i Suardi, è fatta me- 
moria di Fazio e Cristoforo de Grotto, notai pubblici 
e giudici ordinari nel 1463. Nel villaggio, che si di- 
stende in deliziosa altura sulla sinistra sponda del Cherio, 
si vedono anche oggi i ruderi di antiche torri, segnali 
che un dì vi penetrò lo spirito di partito. Vi sono an- 
cora cave di buonissime coti per arrotare ferri da taglio, 
invenzione particolare de' Bergamaschi (Celestino). La 
postura più bella di Grone è il sacrato della Parrocchiale, 



— 120 — 

sostenuto da rubusti muraglioni, donde si vedono d' un 
colpo d'occhio 12 paesi. La chiesa, sotto l'invocazione 
della Natività di Maria, troppo piccola al bisogno, è di 
buona struttura e vanta alcune tele pregevoli, tra le 
quali la pala dell'aitar maggiore, opera del Talpino. Le 
medaglie a fresco, di merito discutibile, sono di Giovanni 
Brigenti da Clusone. Riverito il Sig. Parroco, Don Gio. 
Battista Madaschi, che fu cortese di nominar loro al- 
cuni suoi antecessori, come D. Bernardo Micheli di 
Grone, che, nel 1752 infierendo all'intorno un'epide- 
mica febbre maligna, persuase il popolo a fare una festa 
solenne in onore alla Beatissima Vergine Maria, onde 
la contagiosa influenza non osò varcare i confini della 
Parrocchia, e don Giovanni Plebani, pure di Grone, 
uomo giusto, semplice e vei-amente pio, che nel suO ( 
governo di 43 anni, fra l'altro, innalzato il campanile, 
vi fece porre un concerto di 4 campane, già state del \ 
Convento degli Angeli di S. Stefano, soppresso nel 1770, 
i nostri uscirono fuor del paese e, preso a destra per 
una bella strada, si avviarono verso Casazza. 

5. Cammin facendo, a Beniamino venne veduta, ;i 
quasi di fronte, in mezzo alla campagna, una vaga chie- 1 
setta e volle sapere come si chiamasse. 

« Tel dissi già. E' 1' oratorio di S. Martino di Vi-' 
gano, ristaurato dall' attuale Parroco Longa, eretto, si: 
può dire, dalle fondamenta nel 1681 dalla pietà def 
popolo, divotissimo di un' antica immagine di Maria, I 



121 



jche vi è dipinta a fresco e vi fu trasportata intatta, 
|quasi per un prodigio, dalla piccola preesistente cappella». 

« E dove ha trovato sì preziosa notizia ? » 

« Da uno scritto di don Paolo Zappella, di quel- 
T uomo sapiente, che per un po' di tempo ebbe alla sua 
scuola una delle più fulgide nostre glorie, il celeberrimo 
Cardinal Mai ». 

« Finalmente ci siamo, e La dovrà proprio dircene 
qualche cosa ! ». 

« Volentieri, ma in breve. 

Come sopra una pendice della Valle Brembana fu 
a culla della famiglia del Tasso, così nell' alpestre pae- 
>el!o di Schilpario in Val di Scalve nacque Angelo Mai 
1 7 marzo 1782. Fatti i primi studi a Clusone, nel 
[796 passò al Ginnasio vescovile di Bergamo, dove il 
Direttore, don Luigi Carrara, lo additava come un unico 
esemplare da imitarsi sotto quahmque rapporto. Dopo 
'arie vicende, il Mai, la cui erudizione classica era di- 
venuta smisurata, nel 181 1 fu chiamato a Milano alla 
biblioteca Ambrosiana, dove, fra gli altri codici antichi, 
ome Galileo, provando e riprovando, guidato dal genio 
coprì le Lettere di Marco Aurelio, di Lucio Vero e di 
intonino Pio e gli scritti di Frontone (Sec. II), bella 
simpatica figura di oratore latino, in cui parve mira- 
àlmente associarsi la sapienza dei Greci e la virtù dei 
ternani, per certa sua originalità di stile da Macrobio 
ppuntato di secco e da Mamerto di pomposo, lodato 



— 122 — 

da tutti i contemporanei e dai posteri, e dal Leopardi 
proclamato il secondo fra gli oratori romani e uno dei 
più grandi uomini che i secoli abbiano ammirato. Né si 
riposò sui primi allori il Mai; poiché nel 1819 da Pie 
VII invitato a Roma come custode della Biblioteca Va- 
ticana, 1* anno appresso vi disseppelliva una terza parte 
del De Republica di M. Tullio Cicerone, alla nuova dells 
quale scoperta fu una generale esultanza pei dotti più 
insigni d' Europa, e il Leopardi, quasi in preda a su 
blime entusiamo, scriveva in lode del Mai quella stu- 
penda canzone, che finisce felicemente così : 

O scopritor famoso, 

Segui, risveglia i morti, 

Poiché dormono i vivi; arma le spente 

Lingue de' prischi eroi, tanto che in fine 

Questo secol di fango vita agogni 

E sorga ad atti illustri si vergogni ». 

« E qual premio si ebbe per tanti meriti il Mai ? I 

« In breve tempo fu ricolmo dei più alti onori, fin 
ad essere nel Concistoro del 12 febbraio 1838 creati 
Cardinale insieme col Mezzofanti. Felice congiuntura 
L* Italia e la Chiesa esultanti in un medesimo gioia 
videro rivestiti della sacra Porpora il principe dei palec 
grafi e il più gran poliglotta dei tempi antichi e m( 
derni ! » 

« E in tanta gloria dimenticò forse il Mai V umil 
paesello nativo? » 

« Ma che ? Modesto, scrive il Wiseman, ed umù 



123 



in modo che il parlargli dei suoi grandi lavori ei'a un 
obbligarlo a cambiar subito discorso con un sincero ar- 
rossire e rifiutarsi alle lodi (Viseman/, tra le grandezze 
della capitale del mondo cattolico, vicino al trono più 
fulgido che mai vedesse il sole, tra lo splendor dei sacri 
riti nel maggior tempio dell' universo, il grande Mai si 
impennava al diletto Schilpario, ripensava alla casa pa- 
terna, salutava quella chiesa dove avea pregato fan- 
ciullo, ribeveva 1' aere di quei poggi e di quelle valli e 
si pasceva di ingenue fantasie, di caste reminiscenze, 
che sono care compagne della vita e tanta parte di noi 
stessi, quando 1' animo è pio. Italo ardito, che giammai 
non posasti 

Di svegliar dalie tombe 

I nostri padri, 

sii tu benedetto in eterno ! » 

« E benedetta sia la tomba immortale, che racchiude 
le sue spoglie. Oh quanto ne deve andar superbo 
Schilpario ! » 

« T' inganni, Felice. La salma del grande e del 
buono, non è lassù, ma in Roma, nella Basilica di San 
Anastasia, suo titolo presbiterale, entro un monumento 
scolpito dall' illustre Benzoni, nel più puro stile del se- 
colo XVI, tutto classico per la forma e cristiano per il 
concetto. A quel monumento, come in devoto pellegri- 
naggio, anch' io trassi due volte e vi assicuro che mi 
pareva quasi di sentire la presenza di quel!' uomo, la 



124 



cui fama durerà quanto il mondo lontana. E da quella 
solitaria chiesa che sorge ai piedi del colle Palatino, ad 
un'altra chiesa erma e solinga due volte mi recai, a 
S. Onofrio, ove riposa nell' eterno sonno un' altra pu- 
rissima gloria bergamasca, Torquato Tasso, il cantore 
della Gerusalemme Liberata. Così i due più illustri 
figli dell' Orobia hanno onore di magnifico sepolcro nellaj 
stessa eterna Città, e a loro fino alle età più lontane 
andranno i Bergamaschi e gli Italiani a ripetere il com- 
pianto e ad apprendere gli ammaestramenti della virtù 
infelice o dell' operosa sapienza ! » 

6. In questo mezzo la comitiva era discesa fino al- 
V Acqua Sparsa, perenne, copiosa sorgente, che scatu- 
risce fra macigni enormi ad una rispettabile altezza dal 
fondo della valle alla pendice del monte Corna. 

Quella vena, che serve all' andamento di molini e 
di un edificio per lavorar le coti, nelle grandi pioggie 
è cosi abbondante che sembra un grosso torrente e a 
chi la guarda dallo stradone nazionale presenta un bello ; 
spettacolo di maestosa cascata. Il popolino un dì vi fa-' 
voleggiava stranamente d' intorno, dicendo che nelle mas- ;, 
sime piene ne uscivano frantumi di barche e remi spez- 
zati, per essere la sorgente in comunicazione col lago 
d' Iseo... Basti sapere che il Sebino n' è più basso al- 
meno 230 metri ! 

7. « Ecco là in alto Colognola colla sua torre mas- 
siccia — disse il Maestro accennando verso nord-est 



~ 



125 



Il nome le deve esser venuto da un gruppo di famiglie 
'plccota colonia), passatevi anticamente da. Mologno ». 

« E quella contrada sotto Colognolacome si chiama? » 

« Molìni di Colognola, per servirti, Giannetto, da 
nolini, che vi erano e vi sono, mossi dal Cherio. Il 
:empio maestoso poi che vedete sorgere in mezzo a 
quel piano dicesi la Pieve ». 

« Pieve ! Questa voce mi aguzza proprio la curio- 
;ità ». 

« Novità, Beniamino ! » 

« Ma se non ne ho mai. sentito neanche parlare ? 
3orre bene sulle bocche di tutti il termine parrocchia, 
}uantunque io, a dirgliela schietta, non sappia donde 
Ieri vi ». 

« Senti dunque. Le voci parroco e parrocchia sono 
nolto antiche. La prima ricorre in Orazio, satira V a del 
ibro 1°, ove si dice: 

.... et Paro chi, qui debent Ugna salemque. 
Parochus, (parecho, io somministro), un dì significava 
hi aveva V incarico di fornire il vitto e P alloggio ai magi- 
trati in viaggio per gli interessi della Repubblica, e Parochia 
ra il luogo dove facevano sosta. Gli scrittori ecclesia- 
tici poi trasportarono quei termini a significare colui, 
he è tenuto a prestare gli alimenti spirituali ai fedeli 
he sono in via pel cielo, e quella porzione della Dio- 
ssi che da un Parroco è invigilata. Fino al secolo XII°, 
in quel torno, Parocchia, fu sinonimo di Diocesi (da 



— I2Ó — 

dioicheo amministro)] ma poi si prese nettamente nel 
senso che ha oggi. Nelle città vescovili le Parrocchie 
prima dell'undicesimo secolo non esistevano, potendo 
provvedere ai bisogni spirituali i vescovi per sé o pei 
loro sacerdoti; ma nelle campagne pel cresciuto numero 
dei fedeli e per le difficili comunicazioni colle città si 
istituirono fino dalla metà del secolo IV (Mario Lupo, 
De Paroeciis ante anni. iooo). Queste chiese parroc- 
chiali o battesimali, governate già da corepiscopi, specie 
di vescovi del contado, soppressi, dicesi, da Carlo Magno, 
ed ora dignità o capi del coro, specialmente nelle Cat- 
tedrali di Germania, erano dette Pievi, dal latino plebsj 
dove solamente si amministrava il solenne battesimo, 
si tenevano le legittime adunanze del popolo nei giorni' 
festivi e si celebravano le principali funzioni. "In seguito, 
i rettori delle chiese Plebane, che dipendevano tutte dalla 
Cattedrale, furono chiamati Arcipreti, fino a tanto che; 
introdotta nei chierici o preti d' alcuna di esse la vita 
comune, il nome di Arciprete si cambiò in quel I 
Prevosto o Preposto. Tutti gli altri sacerdoti, sparsi 
nelle minori chiese o cappelle, onde anche si dicevano 
Cappellani, erano soggetti all' Arciprete ed esercitava! 
quelle sole funzioni che o erano richieste dalla necessita 
o venivano loro commesse dall' Arciprete (Ronchetti; 

Voi. 1°) ». 

8. Nelle vicinanze dei Molini di Colognola (ab. 629) 
salutato il Sig. Gardoni Battista, il quale, dopo d'ave: 



— 127 — 

ottato a più non posso, vi innalzò provvidenzialmente 
ma assai rinomata fabbrica di coperte, che va sempre 
)iù prosperando, e atira versata la Casazza, i nostri 
'erso le n si trovarono alla Pieve o chiesa Ai'cipresbi- 
evale Plebana di Mologno, che ha sotto di sé anime 
575. La Pieve, dedicata al glorioso martire S. Lorenzo, 
uol essere molto antica. In un Documento dell' 830, 
(portato dal Mazzi, se ne ha questa memoria : Ecclesia 
Sancii Laurentii sita Cavelles. E il Lupi commentando, 
a pari suo, il documento dice così : nella valle del 
ontado di Bergamo, ora detta Cavallina, poco al di so- 
ra del celebre paese di Trescore, è icn' antichissima 
hiesa Plebana intitolata a S. Lorenzo, che al presente 
chiama di Mologno (de Moloneo). — 
Il nuòvo tempio, che sorge maestoso vicino all' an- 
ca chiesa, cominciatosi a fabbricare sul disegno dei- 
ingegnere Lucchini nel 1770, per varie vicende non fu 
sminato che nel 1800 e nel 1864 solennemente consacrato 
■illa santa memoria del Vescovo Pietro Luigi Speranza, 
ontiene quattro altari tutti belli e preziosi per varietà 
; marmi e per finezza d' arte, chiusi entro balaustrate 
: marmo, forniti di un ciborio di gran valore con por- 
pina di agata, legata in lamine d' argento dorato, 
'aitar maggiore poi è un grazioso poemetto pel dise- 
10 elegante, pei lavori in mosaico e per Te statuette, 
■uesto e gli altari di S. Gaetano e del Rosario appar- 
nevano già alla soppressa chiesa di S. Agata e quello 



— 128 — 



delle Purganti al tempio di S. Agostino in Bergamo.; 
Di buon gusto sono pure il coro e la tela dell'ancona 
principale. Quanto alle grandi medaglie e alle mezze 
lune, dipinte da Mauro Piccinardi, non c'è male; come 
anche non è senza pregio la Decollazione di S. Gio-I 
vanni Battista, eseguita nel 1900 dal pittore Vezzoli dii 
Bergamo per incarico avutone dall'attuale Arciprete,] 
D. Carlo Ghezzi di Palazzago, che nel 1898, con felicej 
pensiero di innalzare un monumento a Gesù Cristo Re- 
dentore, faceva gettare le fondamenta di un nuovo cam- 
panile, disegnato dall' arch. Sac. Antonio Piccinelli.| 
Mentre nella spaziosa sacristia i gitanti stavano visi-j 
tando alcuni nobili arredi sacri, vi capitava anche ili 
Sig. Arciprete, che dalla Canonica, da lui ampliata nelj 
1896, poco prima li aveva sbirciati sulla strada e, fatti; 
i più cordiali convenevoli col Maestro, deciso ad ogni; 
costo di continuare il viaggio, lo volle almeno per urjj 
poco accompagnare. 

9. Usciti quindi di Chiesa e ammirata la nuovi) 
torre, che è già a buon punto, tutta di viva pietrai 
offerta dal Sig. Beltrami Francesco di Mologno, si av; 
viarono verso il paese. Lungo quel tratto il Sig. Arci* 
prete desiderò di conoscere alcuni de' suoi più illustri ante 
cessori. Onde il Maestro, sempre compiacente, gli disse; 
« Senta,' Signore. Dalle pergamene che Ella ger? 
tilmente mi ha posto nelle mani, da altri documenti I 
dai nostri storici risulta che primo rettore della -Chiesi 






— 129 — 

di Mplogno fu Guido Suardi, al quale nel 1269 suc- 
cedette Suardi Pietro, 26 anni appresso fatto Canonico 
della Cattedrale di Bergamo. Dopo di lui entrò Alberto 
di Terzo, che nel 1304 si segnalò non poco nel Sinodo 
tenuto dal vescovo Giovanni Scanzo. 

Abbiamo anche tre Memorie importantissime, dove 
si descrivono i beni della Plebania di Mologno, nella 
prima delle quali, in data 9 Gennaio 1452, si ricorda 
il venerabilis vir presbiter Facinus de Facis di Nembro; 
nella seconda del 1484 si fa menzione di un Ga- 
lizzi di Leffe, che nel 1489, per compenso di decime e 
di affitti, obbliga gli uomini di Gaverina ad acquistare 
pel Plebano una possessione del valore di L. 550 im- 
periali, vicina al Cherio, e nella terza del 1640 è no- 
minato D. Bernardo Caniana, il quale, succeduto allo 
zio D. Andrea, in età d'anni 76, aderendo ai Decreti 
dei Sinodi Provinciali, fa stendere V inventario di tutti 
i diritti della Pieve. Quest' ultimo, come si può vedere 
dal suo ritratto, lavorato da Leandro Bassano, doveva 
essere insignito anche di qualche dignità e grado ac- 
cademico. Nel 1636 assistette coraggiosamente gli ap- 
pestati e stabilì la- festa di S. Rocco. Nel 1678 venne 
a reggere Mologno Don Andrea Quarenghi, nel Sinodo 
Giustiniano 111° per la sua sapienza eletto esaminatore 
sinodale. Al tempo del suo regime, come si ha dagli 
Atti Quarenghi di Palazzago (7 Aprile 1681), Antonio 
Zambetti istituì erede delle sue sostanze la veneranda 

9 



130 



scuola del SS. Sacramento. Nella Priola II a pel suo 
zelo fu creato difensore del clero 1' Arciprete Antonio 
Balestra, del paese medesimo del nostro Don Andrea. 
Nel Novembre del 1765 a Giuseppe Taramelli succe- 
deva Schiantarelli Gottardo, che, veduta la necessità 
di una chiesa più vasta, sulle rovine, almeno in parte, 
dell' antica chiesa di S. Giovanni, dal Calvi detta 
battesimale non per altro, se non perchè vi era il bat- 
tistero, faceva porre la prima pietra del tempio attuale, 
aperto al culto pubblico con solennissime feste, alle 
quali volle intervenire anche il vescovo Dolimi, che 
prese alloggio in casa del Sig. Don Lorenzo Nicoli di 
Mologno, già Arciprete di Solfo e allora Prevosto (fu 
V ultimo) di S. Pancrazio in città, uomo insigne, depu- 
tato del Seminario ed esaminatore prosinodale ». 

« So che le feste di inaugurazione si celebrarono 
nel 1800; non potrei anche sapere chi era il fortunato 
Arciprete in quel tempo ? » 

« DON DOMENICO MAGNI DI OSIO 

SACERDOTE DI ANTICA FEDE 

DI VITA FRUGALE 

DI DOLCI E GRAVI MANIERE 

MODELLO DI ESATTEZZA E DI ZELO 

NEI PASTORALI DOVERI —, 

come si legge sul suo sepolcro a Suisio, dove moriva 
Parroco nel 1834. 



— i3i — 

Ci venne appresso, nel 1809, don Gioachino Cava- 
gnari, che deve essere stato un vero gioiello di arciprete. 
Egli introdusse in questa chiesa la divota funzione del 
S. Perdono d } Assisi. E' poi fresca ancora, come La 
sa bene, la santa memoria del Can. don Luigi Isacchi, 
che, nel 1882 fatto Direttore Spirituale del nostro Se- 
minario, nel 1884 lasciava definitivamente Mologno e 
il 15 novembre 1898, ultimo giorno dei festeggiamenti 
pel XVI centenario del Martirio di S. Alessandro, dei 
quali era stato P anima, colpito d' apoplessia, da una 
camera del Palazzo vescovile volava, pianto da tutti, 
alla festa del Paradiso. Ed eccoci a Lei, signor arciprete, 
che da 20 anni compiuti lavora in questa vigna. Non 
faccio per offendere la sua modestia, ma Le auguro di 
cuore che Dio secondi " tutti i suoi voti, che La possa 
veder presto finito il suo campanile,' corona di tutte le 
belle opere che ha fatto e che a buon diritto Le hanno 
guadagnato la stima e V affetto dei suoi ». 

« Per carità, signor Maestro, non mi lapidi prima 
del tempo! Piuttosto, se La sa, parliamo d' altro.- Dica 
un poco : scartabellando ha trovato qualche cosa intorno 
a Mologno ? » 

io. « Ecco. Secondo il Celestino, questo paese, che 
)ra siede sulla collina e conta circa 1000 abitanti, un 
lì era posto quasi ai piedi della laguna. Possedeva un 
bellissimo castello, al presente ridotto ad abitazione si- 
monie, donato dalla Repubblica veneta alla famiglia 



— 132 — 

Lupi per le sue benemerenze. Nel castello, come si ri 
cava da una pergamena del 1497, alla presenza dei 
notai Facilino de Iudicibus e Giovanni de Bclottis vktxwx^ 
firmato un giudizio d' arbitri fra gli eredi di Datesalvo 
Lupi e un certo Legatus (?) di Mologno. Se crediamo 
alla testimonianza del Calvi, Mologno fu fondato da un 
lngeforte, figlio di Longofredo, consigliere del re d' Un 
gheria e di Boemia, il quale nel 1007, venuto nel Ber 
gamasco, avrebbe fabbricato Mologno ed altri castelli 
Il piano venne terribilmente danneggiato dal torrente 
Drione, che ora non fa tanta paura, ma un giorno deve 
aver alzato molto la cresta ». 

« Donde il nome a quel torrentaccio ? » 
« Drion è termine greco e vale luogo piantato d' al 
beri albereto, come è quello inondato dal torrente 
donde forse la denominazione. Che sarà stato quel dì 
che' sboccando e ruggendo seppellì la Chiesa di S. Gio 
vanni, che sorgeva di fronte a quella di S. Lorenzo 
Che spavento ! Poderi rivoltati sossopra e spersi, cast 
atterrate, sparite ! Oh ! come sarà scoppiato il cuore ag 
infelici abitanti, che potevano applicare al Drione quant( 
Orazio dice del Tevere: 

Vidimus flavum Tiberim retortis 
Littore etrusco violenter undis, 
Ire deiectum monumenta regis 
Templaque Vestae ! » 

' « E intorno alla Chiesa di S. Giovanni non esiste 

vano case ? » 



133 



« Sì, fino dagli antichissimi tempi vi sorgeva un 
villaggio, detto Cavellas o Cavelles, distrutto dal tor- 
cente Drione; onde gii abitanti, per maggior sicurezza 
ulteriore, fissarono la loro stanza sul vicino colle dis- 
giunto dalla chiesa, dando al nuovo villaggio il nome 
di Mologno (Moloneum e Molonium), da viola per ma- 
cinare granaglie. Quanto poi alla spiegazione del Ca- 
vellas o Cavelles, che ricorre nel testamento di Oconda, 
probabilmente dell'anno 830, riferito da Mario Luponel 
suo Codice Diplomatico (pag. 679), il Suardi è d' av- 
viso che potrebbe essere uno storpiamento della parola 
caput vallis, cioè capo principio della Valle Caval- 
lina ». 

« Ma.... come può stare, mentre se ne trova quasi 
alla metà ? » 

« Rispondo che forse il Suardi è venuto in questa 
opinione non solo dall' essere Mologno il primo paese 
della Valle Cavallina superiore, ma anche perchè per 
(lungo tempo la vallata fino a Mologno si diceva Valle 
Trescoria e Cavallina in avanti fino alle sponde del 
Sebino, dove giungeva la giurisdizione- ecclesiastica di 
questa Pieve. 

Non per contradire così gratis al Suardi, ma sem- 
plicemente per esprimere il mio debole parere, Cavelles 
potrebbe anche essere un' alterazione fonetica del latino 
Convallis, che significa pianura in mezzo ai monti, al- 
terazione, alla quale il popolo per- maggior facilità bre- 



134 



vita di pronuncia è inclinatissimo. E che questa postura 
sia tale, basta avere gli occhi in testa. Qui o monti o colli 
danno attorno quasi da per tutto. Finalmente, seconde! 
il Mazzi, Cavelles era forse non il nome speciale di un 
villaggio, ma il più generale di un distretto o pagusì 
nel cui centro, per la introduzione del Cristianesimo, 
sorse la Chiesa di S. Lorenzo. E come nella celebre 
Tavola Traiano o di Veleia, trovata nella seconda metà 
del secolo XVIII, si hanno pagus Damitius, pagus Sal- 
yìus, pagus Valerìus, così il dotto autore pensa che 
questo nostro si chiamassse pagus Cavilius o Cavellius. 
Onde, come in altri casi consimili, rimasta solo la parte 
determinativa di questo costrutto, là chiesa battesimale 
che sorse nel centro del distretto, fu chiamata in Ca- 
vellas o Cavelles, da cui per la speciale conformazione 
del terreno circostante, o da piccole cave segnanti pat- 
tuiti confini, prese origine la più recente e non meno 
estesa denominazione di Valle Cavallina. 

L'esistenza poi di un antichissimo villaggio, deL 
quale oggi non resta più traccia di sorta, è confermata 
dalla scoperta di tombe nel fondo di proprietà Bettoni 
a mezzodì della Pieve, lungo la via nazionale. Quelle 
tombe, che non dovevano essere meno antiche della 
prima metà del secolo secondo dell' èra volgare, contene- 
vano oggetti preziosi. Il sepolcreto stava a quattro metri \ 
sotterra, coperto da strati, che si alternavano, di ghiaia?! 
e di terreno coltivato (Mantovani, Sepolcreto rom. di 



135 



Mologno, pag. 7), indizii certi della presenza dell' uomo 
e delle continuate rovine del Drione (Mazzi) », 

11. All'Oratorio dell'Immacolata, in fondo a Mo- 
logno, dettosi « Riverisco » e « Buon viaggio », 1' Ar- 
ciprete die volta a casa e i nostri, fatti due passi per 
una stradicciola a sinistra, si trovarono sulla sponda del 
Drione, che dietro al castello si getta da una forte mu- 
raglia, larga quanto il letto del torrente, innalzata per 
rintuzzare il rovinoso corso delle acque, e costeggiando 
il colle, su cui giace il castello già di Ameo Suardi, poi 
della famiglia Lupi ed ora proprietà di Francesco- Bei- 
tram i, per un rotto sentiero riuscirono ad un bell'albergo. 
Era l'albergo della Fonte minerale di Gaverina, così 
frequentato nella stagione estiva. Il luogo è messo e te- 
nuto con una certa agiata semplicità che piace ed è 
ugualmente lontano da un lusso inutile e da una ma- 
lintesa grettezza. V è un bel salone pei grandi pranzi 
in comune; vi sono comodissime stanze a modo di ap- 
partamenti e pulite camerette, per alloggiare separati 
insieme, secondo il caso, i molti forestieri ed infermi, 
che traggono a queste acque salutari anche da lontani 
paesi. La vita che vi si conduce è assai più libera e 
quieta che non sia a tante altre benefiche Fonti, ove 
ormai più che a bere 1' acqua si accorre a vedere e 
ad esser veduti, a procacciar galanti avventure, a por- 
tare fra i monti le schiavitù cittadine e ad altri scopi, 
che a Gaverina finora, grazie a Dio, noi\ si potrebbero 



i 3 6 



avere. La comitiva, avendo fermo di desinarvi, si riposò 
sulla terrazza che è davanti- all' albergo e mentre l'oste, 
cortese ed obbligante, si sbracciava e si affannava a 
mettere in pronto quanto il Maestro aveva ordinato, tra 
una partita al tresette, a dama ed alle bocce, scelse 
quest' ultima e giocò allegramente fino alla chiamata. 



91 



sr 



CAPITOLO 



Vìsita alla Fonte — 2. Salita al Colle Gallo — 
3. Gaverina con Piano — 4. La nuova Parrocchiale 
di Gaverina — 5. il Santuario del Colle di Piano 
— 6. Innanzi all' altare di maria — 7. Discesa a 
S. Vittore — 8. La Cena. 



1. « Tolte le mense e il desiderio estinto » — delle 
ivande, la brigatella discese alla Fonte minerale, che 
ortesemente le fu aperta, per assaggiare di queir acqua, 
i cui aveva sentito mirabilia. 

« Non vi aspettate, cari, che io vi voglia qui 
:iorinare un'analisi statistico -medico -fisiologica delle 
antate virtù e qualità di quest'acqua. No, no: irac- 
nt fabrilia fabri. Io non sono stato mai medico, 
è lo diventerò ora a questa Fonte. Ecco qua il 
icchiere ; assaggiatela. 'Contiene del gas, dello zolfo 

purga. Sente anche un tantino d' ingrato, neh vero ? 
la cosi poco che quasi non ve ne avvedreste, se 
ltri non ve lo dicesse. Chi patisse poi di inappe- 
?nza anche senza altri mali, si rechi a questa pic- 
ola Recoaro di Val Cavallina per otto dieci giorni, 

ve lo prometto cambiato in un lupo vorace. Ed io 



- 13» - 

l'ho provato, sapete. Nelle vacanze autunnali del 1 88 
ero così diroccato in salute che della mia povera vii 
non mi si sarebbe dato un centesimo. La tosse mi stri! 
geva, e i medici non si sapevano che dire. Ero disp 
rato. Quand' ecco, corre voce che qui s' è scioperi 
un' acqua medicinale. Ci vengo quasi condotto a mane 
mi ci fermo una quindicina di giorni ed eccomi rifatta 

Vi tornai ancora, ma, più che per bisogno, per gr; 
titudine e vi trovai sempre numerosi forestieri ». 

2. Ciò detto e saldati i conti coli' albergatore, et 
aveva trattato bene, il Maestro raccolse i fanciulli sul 
via per Gaverina. La smania di andare, di veder nuov 
cose era tale, che fin dai primi, passi egli dovette I 
cordare il proverbio : « Chi va piano, va sano e v 
lontano ». E, difatti, per chi non è molto abituato ; 
monti, questa massima è troppo necessaria per ne 
buscarsi dei malanni. 

« Con questa precauzione — continuava — 
potete percorrere in montagna perfino 40 chilometri 
giorno e la sera trovarvi in istato di gustare lietamenf 
una buona cenetta, sentire più dolce che mai un leti 
talvolta incomodo e, dopo otto ore di riposo, levarvi ì 
forze di fare altrettanto al nuovo dì ». 

E per frenarli un po', diede loro alcune notizie I 
antichi abitatori delle Valli, gruppetto di case a nor,^ 
ovest della Fonte. 

« In una pergamena del 24 Gennaio 1543 si legg 



139 



come un certo Berteli Manfredi de Vallibus diede a 
livello perpetuo pel canone annuo di 20 soldi imperiali 
a Bernardo, figlio di Pachino Zambetti di Mologno, 
una piccola pezza di terra nel luogo detto volgarmente 
ali case di aray . In un'altra del 1 Gennaio 1547 Man- 
fredo, figlio di Iacopo Manfredi de Valtibus, vende a 
Marino, figlio di Bernardo Fachini de Zambettis, di 
Mologno, due pezze di terra. In una terza poi del io 
Aprile 1509 un Berteli, figlio di Bettoni delle Valli cede 
a tre fratelli Zambetti di Mologno una pezza di terra 
nel luogo detto in pira e ne ha in cambio un' altra in 
prato cereti ». 

3. Passata la contrada di Gavarina, i nostri infìla- 
ono un sentiero, che, senza passare per Piano, conduce 
più speditamente sul Colle Gallo. Per via i fanciulli 
vollero sapere la storia del paese. 

« Questo alpestre, ma ridente villaggio, che un 
giorno comprendeva anche Casale, non presenta nulla 
I caratteristico, all' infuori de' suoi abitanti (972), molto 
ndustriosi. Piano e Gaverina sotto il dominio veneto 
erano due comuni ; ma dal governo francese furono 
jniti ed ora non ne formano che un solo. Il piccolo 
nonte, sulla cui falda orientale si adagia la contrada 
li Piano, dicesi Tinello. In questo territorio messo, come 
cedete, a campi ed a prati, nasce il torrente Dnone, che 
umoreggia laggiù e, se rigonfia, mena tanti danni. Ma 
:ccovi di fronte la più bella opera del paese, la Par- 
occhiale, nuova di getto ». 



— 140 — 

4- « Che facciata maestosa ! — dissero i fanciulli 
tutti ad una voce — Che fabbrica solenne per questi 
luoghi ! La vedremo da vicino passando di là questa 
sera? » 

« Non so, cari miei ; siccome sarà un po' tardi, ho 
timore che non ne potremo vedere 1' interno ». 

« Che peccato! Allora favorisca descrivercelo al- 
meno da questo poggio, ove ci prenderemo un po' di 
riposo ». 

« Siete fortunati", perchè V ho veduta di fresco e 
ci ho scarabocchiato qualche nota. Ma per essere più 1 
compito, mi rifaccio un pochino addietro ». 

« Faccia pure il suo piacere ». 

« La chiesa, dedicata al Martire S. Vittore, anti- 
camente faceva parte dell' Arcipreturà' di Mologno, da 
cui, come si ha in una pergamena dell' Archivio Pie: 
bano, dopo lunghe quistioni il 12 Settembre 1460 fu 
separata per decreto del vescovo Lodovico Donato I 
non del Barozìo, come scrive il Suardi. Dopo il decret(J 
venne ingrandita e intorno al 1480 vi si cominciò ad 
ufficiare. Ne fu fatta la consacrazione dal vescovo 
Dolfini il 17 Settembre 1780. Nel 1843 fu l'istaurata; 
ma, cresciuta di molto la popolazione, non era capace 
di contenerla. Tutto considerato, si pensò quindi ad : 
una chiesa nuova. L' attuale Parroco, D. Pietro Cortif 
novis, Una bella festa sale in .pulpito e ne parla al p» 
polo, che plaudendo risponde alla voce del caro Pastore. 



I4i 



Già. ferve P opera ; si demolisce in parte V antica e sul 
disegno del valente Arch. Muzio Virginio si gettano le 
fondamenta della nuova. Pareva un sogno ; ma concor- 
dia parvae res C7 r escunt, ed oggi il sogno è una realtà. 
Il tempio, dalle linee secentiste, bel monumento di fede 
I di buona volontà a tutta prova, si leva oggetto di 
compiacenza di mezzo alle due maggiori contrade e, 
nella opportuna stagione, sarà certamente frequentato 
da -forestieri, che alla rumorosa baraonda dei grandi 
stabilimenti balneari preferiscono la cura delle acque di 
Gaverina e il soggiorno tranquillo di questo angolo ver- 
deggiante, dove i casolari, alti nel sole ed allineati sul 
colle, occhieggiano dalle mille finestrelle al piccolo lago 
di Spinone, che fa scintillare le sue onde smeraldine 
tra due cime di monti. 

Il Muzio curò e diresse anche la decorazione interna, 
3pera precipua del torinese affreschista Luigi Cavena- 
ghi, e la parte ornamentale, lavoro di Fermo Taragni. 
Pittore e adornatore nel lieto riso della forma vi rifulgono 
in tutta la pompa delle loro innegabili facoltà artistiche. 
Degli affreschi, ho notato una grande medaglia centrale 
di non comune larghezza di disegno e di fattura, rap- 
presentante un santo, che raccoglie la testa del martire 
S. Vittore, del quale sono raffigurate la flagellazione e 
la decapitazione in due altre mezzelune laterali. Loda- 
ssimo poi è il Crocifìsso posto in cima all' arco, che 
incornicia V aitar maggiore, beli' altare di marmo con 






142 



tribuna di stile fantoniano, trasportatovi dalla chiesa 
vecchia insieme col quadro del martirio del santo Titolare 
che il Calvi dice di Giambattista Moroni e il Maironij 
da Ponte d'incerto autore. Insomma, vi assicuro che il 
nuovo Tempio, onde questo montano villaggio si è ar- 
ricchito, nel suo genere è uno dei più solenni della no- 
stra Diocesi ed auguro di tutto cuore al Sig. Parroco 
ed agli abitanti di Gaverina che questo monumento! 
della loro concordia e dei loro sacrifìci nella prossima 
stagione di cura sia completamente finito ». 

5. Ai fanciulli, che con viva attenzione avevano se- 
guito il discorso del Maestro, pareva milP anni il mo- 
mento di trovarsi al piccolo Santuario, che già spiccava 
davanti a loro sul Colle Gallo. Quel Santuarietto è un 
testimonio della materna corrispondenza di Maria ai di- 
voti passeggeri, che le rendono qualche tributo. Nel- 
P anno 1690, come riferisce Flaminio Cornaro, un buon 
uomo, chiamato Gian Antonio Aquila, che in compagnia 
d' un suo amico si conduceva a Gaverina, accostatosi « 
ad un capitello di pietre cotte, eretto sulla strada co- 
mune, volle fermarsi un istante a salutare V Immagine; 
di nostra Signora ivi dipinta, rimproverando nel mede-; 
simo tempo il compagno, che si rideva de' suoi atti, 
di religione. Orbene, mentre pregava così, essendo! 
circa un' ora di notte gli appare la Regina del Cielo,,' 
nel cui mirabile aspetto risplendeva un non so che di; 
divino e dalla cui persona traspariva una maestà tutta 



— 143 — 

labile, una bellezza, una grazia tale da rapire ai più 
iti trasporti. A quello spettacolo di paradiso Antonio si 
)stra colla fronte per terra e, uscito quasi di mente 
se stesso, adora e prega. Ma la divina Madre con in 
1 labro il sorriso degli Angeli così gli favella : « An- 
ìio, da parte mia annuncierai agli anziani di Piano 
Gaverina essere mio volere che in questo luogo si 
ìalzi una chiesa dedicata al mio nome ». Disse e sparve. 
>n credette il popolo alle parole di Antonio, anzi lo 
De in quel conto che spacciator di fole. Nel medesimo 
S'go gli riapparve Maria, lo consolò e gli rinnovò ileo- 
indo. Alla fine ottenne credenza, e nel 1695 con 
Ila gara di tutti si die principio alla fabbrica del 
ntuario, finito il quale, gli operai pensarono di levare 
la nicchia del vecchio capitello la sacra pittura. Ma 
s ? In quel punto il cielo si oscurò con minaccia di 
•a tempesta; onde deliberarono di cessare da tal la- 
•0, e tosto le nuvole si dissiparono. Il divino volere 
i poteva essere più manifesto e la sacra Immagine 
lase esposta alla pubblica venerazione entro la nuova 
esa nello stesso umile ricettacolo, che già sorgeva 

battuto sentiero. Il Santuarietto è di bella forma, i 
■ti vi concorrono frequenti e nel dì 5 Agosto vi si 
i bra sempre solennissima festa. 

6. Era bello vedere là dentro inginocchiati piamente 
Manzi all' altare di Maria i nostri giovanetti, che con 
ìtii pensiero vi deposero anche il vago mazzo di 



1 



— 144 ~ 

fiori raccolti il giorno prima dal Grimoaldo al Torrezzj 
Il Maestro, che n' andava commosso, recitato il S. R 
sario, salutò Maria con questa 

OD1CINA 

Plaudi esultando, o popolo felice, 
A la Regina del Rosario santo, 
Che a te soavemente benedice 

E arride tanto. 
Non pur Fangiono, dove prima apparve, 
Vide perenni i doni suoi graditi ; 
Ma sua magnificenza ancor si parve 

Nei nostri liti. 
Trassero meste all' are sue le genti.... 
E ogni malor, pregando, disparìa.... 
Orobia tutta ne' maggior cimenti 

La disse Pia. 
« Madre, che d' alte laudi qui Ti adorni, 
Pel tuo Rosario sul traviato stendi 
Larga virtude e, al buon cammin se torni, 

De ! Tu il difendi. 
« Rinfranca 1' alma del tapin, che trema ; 
Consola 1' orfanello, al mondo ignoto, 
E, di chi T'invocò, nell'ora estrema 

Corona il voto ». 

7. Visitati i bei paretai, uccellande di primo ordhi 
che sono intorno alla Chiesa, e dai capanni a ferit 
veduti i boschetti, che si distendono per lunghissi;- 
tratto fra la Valle Cavallina e la Valle dell' Abba2 



- 145 - 

nei quali d' autunno con reti e retoni si prendono tante 
povere bestioline che, infilate in uno spiedo coi crostini 
e colla salvia, sono la delizia dei tenditori e degli amici, 
i nostri discesero a Piano, donde, salutata la zia Catina, 
buona madre di famiglia, se ve fi' ha, continuarono il 
viaggio, premendo a tutti di essere all' albergo della 
Fonte prima che annottasse. Ma a S. Vittore stava ap- 
postato il signor dcn Pietro, che, veduto il Maestro, gli 
andò incontro, V abbracciò caramente e con quella cor- 
tesia, che lo distingue, invitò tutta la brigata nella ca- 
nonica : dopo andrebbero dove meglio loro piacesse ; ma 
intanto non gli dessero questo dispiacere di passargli 
sulla porta senza aggradire almeno un bicchiere di vino 
e dare un' occhiata alla nuova chiesa, che gli è costata 
tanto di sacrifìci, divisi col suo bravo coadiutore, Nicoli 
don Patrizio. — Che cosa potevano fare i nostri, se non 
cedere alle dolci insistenze del Parroco ? Entrarono e 
con loro grande meraviglia trovarono già tutto disposto 
non solo per un rinfresco, ma per la cena e per 1' al- 
loggio. 

8. « Di qui non si parte stassera, disse ridendo e 
Stropicciandosi le mani don Pietro. Un bocconcino lo 
posso dare anch' io e i letti non mancano. Alla buon'ora, 
Maestro ! La è restata in trappola ! Che La si credeva 
forse che io non li avessi veduti salire al Colle sul 
sentiero, che sta di fronte al sacrato ? Ho occhi di lince, 
sa Ella, e conosco gli amici a mille miglia, e ho detto 



— 146 — 

fra me e me : non potranno fermarsi lassù questa notte; 
non vi è posto per quattro. Per andare a casa devono 
passarmi sull' uscio. Ho teso la rete e ci hanno dato 
dentro. Che piacere! Evviva il Maestro e questi giova- 
netti, che devono essere fior di scolari ! » E così dicendo 
disponeva ciascuno al suo posto. Prima un po' di pro- 
sciutto che diceva: mangiami, mangiami; poi una buona 
scodella di zuppa per accomodare lo stomaco e dopo 
lasagne e formaggio. A corto dire, una cenetta proprio 
a modo e una sera goduta la più allegra fra piccoli, 
ma continuati e saporiti aneddoti del passato e del pre- 
sente, finché si sentì un tuffete! Era Giannetto, che, 
pien di sonno, aveva dato del capo sul tavolo. Quello 
fu come il segnale di andare a dormire e, difatto, det- 
tosi « Buona notte », ciascuno si ritirò nella propria 
stanza. 



*?i 



F 



GIORNATA IV. 



CAPITOLO 



i. a s. vittore. — 2. la partenza. — 3. per via. — 4. 
il castello di blanzano. — 5. blanzano. — 6. guelfi 
e Ghibellini. — 7. Spinone. — 8. all' Albergo di 
S. Carlo. 



1. Bisogna proprio dire che Beniamino fosse frugato 
da una irresistibile necessità di moto, poiché, ad onta 
del cammino e della stanchezza del dì innanzi, trovò an- 
cor naturale di levarsi due ore dopo la mezzanotte per 
aprir la finestra e veder, se appariva P aurora. Felice, 
che dormiva leggermente, sentendo muoversi e scric- 
chiolar qualche cosa nella stanza, si destò e ad un fioco 
barlume, che entrava in compagnia di una brezza sot- 
tile, scorta una larva bianca spiccare dal fondo oscuro 
di quel cielo notturno, mise un grido acuto: « Chi è 
là? Oime ! Chi è là? Maestro, ai ladri! » 

« Zitto, Felice, gli risponde, chiudendo la finestra, 
Beniamino. Son io, son io. Dormi tranquillo ; speravo 



148 



che fossero almeno le quattro, ma è ancora notte pro- 
fonda ». 

E si ricacciò sotto le coltri per non destarsi se non 
al suono dell' Ave Maria, che svegliò tutti. Discesi nella 
chiesa e celebrata la S. Messa, quella mattina voluta 
servire da Giannetto, il Maestro si inginocchiò in mezzo 
agli scolari per ringraziare insieme Iddio della notte fe- 
licemente passata e pregarlo di accompagnarli in avvenire. 

2. Il signor Parroco, che li aveva preceduti d' un 
poco ed aveva assistito ai loro pii esercizii, li invitò poi 
in casa e, versato a tutti un buon caffè, disse : 

« Il Signore ha proprio esaudito la mia preghiera. 
Non desideravo di meglio. Così sarà giocoforza che si 
fermino da me almeno almeno qualche oretta. Vedano: 
il tempo si è messo in sul piovere e già pioviggina e 
sgocciola che è un piacere. Con questo tempaccio io 
non li lascio partire ! » 

« A buon tempo ognun sa ire, dice un proverbio, e 
noi sapremo andare anche a tempo cattivo. Ci preme 
troppo di non indugiare. D' altronde i ragazzi hanno il 
loro bravo ferraiuoletto a cappuccio, ed io, poiché il tempo 
non vorrà stare ai serenissimi nostri comandi, potrei 
tirarmi addosso quel cappotto che è là in cucina attac- 
cato ad un gancio » . 

« Ma che ? È tutto sdruscito, — gridò di là la perpetua 
— è una vera ragnatela ! E il mio padrone non se lo mette 
che quando va alla posta ad aspettar gli uccelli. Un 
ombrello piuttosto.... ». 



149 



« No, no; dobbiamo passare per dei sentieri troppo 
stretti e un ombrello sarebbe più male che bene; mi 
dieno quel cappotto e vedranno come me lo saprò ac- 
conciare addosso ». 

E se lo ebbe e se 1' adattò a modo di cuffitto da 
parere V elmo di Timur o Tamerlano. Il signor Parroco 
ed i ragazzi alla vista del Maestro, che sembrava la 
Befana, che va attorno di notte, come dicono le nonne, 
a far paura ai bambini, risero la loro parte, e anche 
esso che lo portava, per quanto ne poteva discernere, 
ne crepava dalle risa. 

« A nord-est della chiesa si apre un sentieruzzo che 
per un po' corre in un suolo acquidoso e quando piove 
è sì molliccio e rotto, che a stento se ne possono ca- 
vare i piedi. A malincuore del Parroco i nostri si misero 
per quello, difendendosi alla meglio dalla pioggia che 
-cadeva fitta, ma non minacciava di cadere a lungo. 
Quei pochi che li scontravano, sbarravano loro addosso 
tanto di occhi stupiti, credendoli quasi ambasciatori e 
corrieri di Malebolge; ed essi allora, tosti ed impettiti, 
avanti senza ridere, quantunque poi, appena oltre dieci 
o dodici passi, convenisse spesso rompere in iscrosci sì 
forti da essere sentiti fin giù a Mologno. Ma il bello 
fu ad una contrada discosta dalla Chiesa un venti mi- 
nuti, dove con quei malaugurati cuffìoni, tramutati in 
grondaie, fecero la figura dell' orso che balla. Dandosi 
la voce tutti traggono agli usci ed alle finestre per vedere 






150 



la novità. — Perdinci ! una compagnia di stregoni ! 
— No, no; non avete veduto quel dinnanzi, che aveva 
1' aria del re di casa bruna, con quella robaccia mu- 
rata addosso dall'acqua?,... — Ohe, arrivate tardi, e 
avete perduto un nuovo spettacolo ; sono passati adesso 

adesso certi individui, con certi cappelli — Ah, io ero 

alla porta, e fra essi e' era anche un prete, e che pezzo 
di prete! Alto, complesso.... ed era quello rinvolto in 
quel cappotto da strapazzo. — Chi saranno mai ? Forse 
zingari? — Oh zucche! Zingari con un prete? Non ne 
ho mai visto in vita mia. — Africani ? — Ah sì, par- 
lavano come noi. — Vattel a pesca. — Insomma, buono 
che ai giorni nostri non si corre, come nei tempi ad- 
dietro, a credere così leggermente stregoneria qualunque 
cosa che esca dall' ordinario; altrimenti i nostri sarebbero 
stati creduti quattro negromanti autori del tempo e 
fors' anco presi a sassi. A un certo punto però vedendo 
che il cielo stava per ismettere il broncio e il sole da 
finestrelle aperte fra le nubi faceva capolino, il Maestro 
si strappò di dosso il cappotto e, gettatolo all' albero 
più vicino : « Va, che il diavolo ti porti — disse — o 
cencio malaugurato, che fai correre i paesi e' alma- 
naccar la gente! » 

4. Avevano camminato circa un'oretta per sentieri 
fangosi, per prati e bellissime uccellande, quando il 
Maestro, fermatosi bruscamente, stendendo la mano in- 
nanzi, esclamò: « Ecco il castello di Bianzano! » 




BIANZANO — Castello dei Suardi 



LIBRARY 
OF THE 



univec: 



Come un gigante severo, posto a guardia di una 
schiera di timide donzelle, la torre alta e massiccia, ri- 
cordo di violenze e di terrori, getta sulle case del pic- 
colo paese un' ombra sinistra che solo P incanto del 
cielo luminoso e del fertile altipiano può dissipare. Il 
castello di Bianzano ! Pel pellegrino è la memoria più 
tragica delle vicende della Valle, un lembo di Medio 
Evo, rimasto come testimonio del passato. Niente, anche 
oggi, può far dimenticare i fatti, per cui i nòstri ca- 
stelli in generale sono sorti e venuti in fama. Certo, 
i partiti furiosi diedero da prima origine a questi edifici 
di offesa e di -difesa, onde il signorotto poteva assicu- 
rarsi il dominio della plaga circostante e esercitarvi da 
spavaldo ogni sorta di pirateria. A quei tempi, di ma- 
gistrati e leggi o non ve n'erano, o erano inefficacie 
parziali, impotenti a procacciare agli individui, la quiete 
del vivere domestico e civile. In mezzo al disordine, 
all' arbitrio, alla confusione dei reggimenti trionfavano 
i più forti. 

« Maestro, si sa chi fabbricò il castello di Bianzano ? » 
» Sì, Felice. Il Maironi nel suo Odeporico scrive che 
fu eretto dalla nobile Famiglia Suardi verso la metà 
del secolo XIII. La sua sentenza conviene colla sentenza 
del Celestino, che dice: — Bianzano ha un bellissimo ca- 
stello, fabbricato da un Suardi, come si legge in una 
pietra, nel 1233, largo ogni facciata 50 braccia, con 
tutte le stanze a vòlto e con una gran torre, alta brac- 



- I$2 - 

eia óo. Si entra per due porte e sopra la prima è in- 
tagliata in vivo P arma suarda in due campi : nelP in- 
feriore è un' aquila, che tiene fra gli artigli una lepre, 
e nel superiore è un leone. — Al Celestino ed al Mai- 
roni si accorda benissimo anche il Ronchetti ». 
« E il nome del fondatore non si conosce? » 
« Sicuramente non si può stabilire. Lo si vuole 
eretto da un Tcidaldo ; ma dei Teutaldi ne abbiamo 
molti; per esempio, Teutaldo di Gualtiero, Teutaldo di 1 
Anguilla, Teutaldo di Lanfranco e Teutaldo di Gu- 
glielmo, detto Riosc (linea dell' attuale conte Gianforte), 
che si trova nella Genealogia dei Suardi, ramo dei 
Teutaldi, dal 1224 al 1244. Ora, il castello essendo 
stato eretto nel 1233, non lo si potrebbe attribuire a 
quest'ultimo? Le sono induzioni e nulla più. Quello 
che è certo si è che fu fondato da un Suardi, che nel J 
secolo XVII n' era padrone ancora un Suardi, il conte 
Girolamo, che poi, precisamente non si sa quando, fu ; 
venduto e che alcuni anni or sono dal conte Gianforte j 
fu redento. La sua posizione doveva essere terribile,/, 
perchè difficilmente potè essere espugnato. Anche ora 
che è diroccato e guasto, nel riflesso azzurro del cielo,! 
sullo sfondo verde dei boschi, ha un senso di poesia 
mistica, poesia evocatrice, quale ben pochi punti della( 
Valle possono offrire. E che sarà stato un dì, quando-! 
aveva le sue muraglie nereggianti e merlate, quattro- 
altre torri minori agli angoli, prigioni e sotterranei, ponte' 
levatoio, fossa e controfossa? » 



153 



Così dicendo giunsero al castello e vi entrarono. 
Sotto quelle vòlte gigantesche pareva loro di sentire an- 
cora il pesante calpestìo dei bravi, armati di tutto punto, 
pronti ad eseguire un ordine del padrone o di ritorno 
:on qualche preda. Neil' ampio cortile vedevano il ca- 
tellano, che alto, dal fiero cipiglio, passava tra due file 
li servi devoti e disposti ad ogni sbarraglio. Dai neri 
>ertugi aperti nei fianchi della torre maggiore, giunge- 
vano al loro orecchio i lamenti' delle povere vittime, 
gettate nelle orride mude, . nei misteriosi sotterranei, di- 
sperate forse per sempre di ìivedere la luce del giorno. 
Vd onta degli avanzi di buone pitture, quante tristi 
nemorie in quei saloni, per quelle scale, in quei tra- 
fcpchetti ! Al racconto del Maestro i fanciulli si senti- 
vano correre i brividi per le ossa ; onde egli li condusse 
uori a visitare il paese. 

5. Bianzano (ab. 450) in un documonto dell' 830, 
in quel torno, è detto Bientiano, unica menzione del 
illaggio prima del 1000. Negli statuti del 1263 è 
hiamato Bienzano; poi Brienzano e Brianzano, tutte 
torme corrotte di una più antica, che doveva suonare; 
3landianum, da un gentilizio Blandiits, come in mol- 
issimi altri luoghi, assai diffuso anche nel nostro territorio; 
)0ichè, oltre a questo nome locale, che ne attesta 
'esistenza, abbiamo anche due iscrizioni trovate nella 
ittà e suoi dintorni, l'ima delle quali ricorda un L.< 
Slandius, l'altra un Q. Blandiits montanics, cioè Q. 



— 154 — 

Blandio di montagna, che potrebbe essere chi diede 
nome a Bianzano (Mazzi). 

I caseggiati vi sono rozzi, di tipo vecchio — L< 
sua Parrocchiale fino all'anno 1695 fu la chiesa sussidiaria 
fuori del paese a mezzodì, fabbrica dei bassi secoli 
ristorata nel 1767, col titolo di Maria Vergine Assunta 
Dopo si fabbricò la Parrocchiale nuova, dedicata a S 
Rocco, la quale fu consacrata il 9 luglio 16 14 da 
vescovo Emo. Non ha molto, fu allungata ed abbelliti 
per cura dello zelante Parroco, Don Luigi Colleoni 
succeduto a Zucca Don Gottardo, il quale ebbe anch* 
il felice pensiero di trasportarvi dalla sussidiaria unz 
ben conservata tribuna in legno, opera fantoniana, che 
fu dai nostri assai commendata. Ma sopra ogni altri 
cosa attirarono la loro attenzione due bellissimi quadri 
attribuiti l'uno al Palma il vecchio e l'altro al Palms ( 
nipote, poco meno celebre dello zio (Maironi). Usciti di 
chiesa e lodata la bella torre, eretta l'anno 1853 e ne 
1854 fornita di un armonioso concerto di cinque cam 
pane dal Parroco Olivati di Gorlago, i gitanti avrebbero 
percorso volentieri il trato di là a Ranzanico, che è 
una delle più belle passeggiate che si possano fare ir, 
Valcavallina. Ma siccome stava loro a cuore di visitai 
Spinone e Monasterolo, si misero invece per la via mu< 
lattiera, che da Bianzano conduce al basso e non manca 
'di amena varietà. 

6. A un poggio, donde si gode la vista di una grar 



- 155 - 

-te della Vallata, la comitiva s'arrestò a contemplare 
:ora una volta il vetusto castello, che ti sembra quasi 
mozzicone di un enorme scheletro d'eroe caduto sguai- 
ido la spada, e Beniamino, memore di una promessa 
l Maestro, gli disse : 

« Non sarebbe ben fatto riposarci un pochino su 
ssto morbido praticello e sentire finalmente la storia 
fuei partiti fierissimi, che offrirono il primo pretesto 
innalzare tanti castelli in Valcavallina ? » 

« Vedo : tu vuoi dunque sapere dei Guelfi e dei 
■bellini ». 

« Guelfi e Ghibellini ?... — fece Giannetto inarcando 
ciglia — Ma chi erano costoro ? Barbari forse, venuti 
I settentrione... ? — » 

« No, no ; gente dei nostri paesi, capisci ; proprio 
ite di casa nostra, che si guardava in cagnesco, si 
tteva e si lacerava spietatamente. Ma... sono fatti 
losi pure a ricordarli... parliamo d'altro ! » 

« Ma che ? Son cose passate ! Ce ne dia almeno 
'idea ». 

« Basta... a dirvela schietta, mi vi conduco a ma- 
cuore ; ma via... Vi ho promesso che avrei risposto 
npre e i patti sono chiari e limpidi come l'acqua e 
ano i savi e i matti ». 

,« Benone! — gridarono in coro quei tre diavoletti, 
tellando attorno al Maestro, rifatti dall'aura quasi 
ridiana — così sapremo anche questa e, se alcuno 



156 



ce ne domanderà, La Vedrà squadernargliela che 
remo ! » 

« Bravi ! Sappiate dunque che i Guelfi 

Ghibellini erano due sètte, che si accaneggiavano 
vicenda... » 

« Ma quando e come e dove si formarono ? » 
« Accipicchio che furia ! Una cosa per volta 
Queste due fazioni nacquero in Germania dalle rivali 
fra Corrado III, detto il Salico, duca di Svevia, 
Enrico il Superbo, duca di Sassonia. Nella battaglia 
Weisberg, combattuta l'anno 1140, Enrico diede 
suoi cavalieri, come motto di guerra, il nome di We\ 
appellativo della sua principesca famiglia, e Corra' 
distinse i suoi con quello di ÌVaiblingen, luogo de 
sua nascita. L'odio de' capi si comunicò ai popoli 
guerra in breve divampò spietata in tutta la Germania e 
termini di Welf e di Waiblingen nella pronuncia italia 
diventarono Guelfi e Ghibellini, che si mantenne; 
poi anche quando i tempi e gli intendimenti dei par 
giani erano mutati. Nello scompiglio di quell'epoca, 
cui più non fioriva l'antico decoro della pietà, i pri 
si fondavano sopra la forza morale e si argomentava^ 
di stringere le genti attorno al nome e all'autorità de 
Chiesa; i secondi, fidando nella sorte dell'armi, as 
ravano a far risorgere salda e potente l'autorità de 
imperatori. Perciò i Guelfi si dissero pontifici ed imf 
riali i Ghibellini. Questa lotta fra Impero e Papatoi 



157 



e fuse anche fuori di Germania e in Italia, specialmente, 
)pagò le più accanite fazioni, sorte intorno al 1280 
rancori di private famiglie di Firenze, come narra 
punto .nella sua nervosa Cronaca Dino Compagni. 
1 quella fonte uscì un gran fiume, che desolò il Bel 
ese. Guelfi e Ghibellini, secondo Dante, erano del 
ri colpevoli della infelicità della Patria lacerata e, 
nchè Ghibellino, li confina senza pietà fra la perduta 
ite. I Guelfi osteggiavano le ragioni dell'Impero; 
ghibellini si indebolivano a vicenda. I Guelfi si schie- 
rano sotto le bandiere dei gigli d'oro (insegna della Casa 
Francia) contro l'aquila imperiale; i Ghibellini,, sotto 
testo di combattere per l'Imperatore, cercavano soltanto 
loro basso interesse. 

L'uno al pubblico segno i gigli gialli 
Oppone e l'altro appropria quello a parte, 
Sì che forte a veder è chi più falli. — 

(Par. VI). 

Non vi era misericordia ; si odiavano senza fine, ca- 
andosi di improperi e di maledizioni e passando bene 
sso alle vie di fatto, .alle percosse e agli omicidi. I 
felli insorgevano contro i fratelli, si tradivano e si 
ssacravano nelle pubbliche piazze, non per altra ragione 
5 per essere tra loro di parte contraria. Anzi, la dia- 
ica furia si era spinta tant'oltre, che si bruciavano 
case ..cogli abitanti, si commettevano le più nefande 
lleratezze e si faceva della Patria una povera schiava, 



i 5 8 



un'inferma, un ostello di dolore, un teatro di crude 
Il Divino Poeta ne freme, la sua ira rompe gli ar| 
e trabocca : — 

Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
Nave senza nocchiero in gran tempesta, 
Non donna di province, ma bordello ! — 

(Purg. I 

E come mai avrebbe potuto contenersi ? Tutto and; 
a socquadro ed a rovina, né vi aveva chi pensasse 
porvi un efficace rimedio. Gli avvisi che i genitori 
vano a' loro figliuoli erano che non venissero mai 
patti con quelli di contraria parte, ma che si recass 
a gloria di opprimerli, di scannarli. Furore d'inferi' 
barbarie, tirannia, delitti, orrori inauditi, vane osservan 
superstizioni, magìe ed incantesimi dilagavano e sig,[ 
reggiavano per tutto. I figli si combattevano perchè 
erano combattuti i padri. Il sangue voleva essere lavi 
col sangue ! » 

« Che stato miserando ! — esclamò Felice, dal j 
volto era ornai sparito il rossore diffusovi per l'osseri 
zione del Maestro. — E questa peste di partiti si I 
seminò anche in mezzo ai padri nostri ? » 

« Purtroppo e come ! Fino verso il 1290, quarì 
era governata dal suo più potente cittadino, Sul 
Alberico, Bergamo andò lieta d'una bella tranquillità' 
nomi di Guelfi e Ghibellini vi si ignoravano, e le spà 
o avevano riposato nei loro foderi o non si erano sgu 



I — 159 — 

hate che pel bene comune. Ma eccoci all'anno 1296, 
inno funesto, in cui, per bramosia di preminenza per 
gelosia di comando, tra' Suardi e i Colleoni, altra fa- 
Triglia illustre e potente, attaccatasi sanguinosa baruffa 
ì rimastovi ferito di lancia Giacomo Mozzi, fautore di 
Alberico, la fazione suarda si vide soverchiata. Allora 
Alberico volò a Milano da Matteo Visconti, capo de* 
3hibellini, e sì lo pregò di un pronto soccorso, offren- 
iogli per compenso la signoria della Città, ove la parte 
lemica venisse umiliata. Non cadde a vuoto ristanza 
iel Suardi, che, avutone cavalli e fanti, con forte nerbo 
di esercito marciò sopra Bergamo, vi entrò, ne scorse 
/ittorioso le contrade, ne occupò di primo lancio la rocca 
d obbligò i Colleoni a sloggiarne ed, a cercarsi altrove 
dìù sicuro rifugio. Per tal modo Alberico ritornò al suo 
stato primiero e, per togliere agli avversari ogni via di 
ifarsi, proscrisse i fuggitivi fino al terzo grado e ne di- 
strusse dalle fondamenta le case e le fortezze. Intanto, 
come governatore di Bergamo, fu mandato dal Visconti 
jn certo Ottorino Mandello. che non poteva proprio 
iire d'essere capitato nel paese della sua fortuna; poiché 
; ndi a poco, dopo nuova e fierissima pugna seguita fra 
Bonghi, Rivola e Colleoni da una parte e fra Alberico 
ì i suoi fautori dall'altra, i fuorusciti, ingrossati di mi- 
nero, fecero tale impeto nella città, che il governatore 
dovette riparare a Milano, e fu prudenza di Alberico ri- 
tirarsi da Bergamo colla sua parte, che, forte nei ca- 



— ióo — 

stelli del contado, prese il nome di parte estrinseca, 
mentre la dominante nella Città chiamavasi parte intrin- 
seca (Calvi, Campidoglio, Can. G. Finazzi). Nel 1307 
per aìcunì venerandi religiosi tra' contendenti si fece 
la pace, frutto della quale fu il ritorno di Alberico, che 
rese la patria tranquilla fino alla sua morte, avvenuta 
nel 1309. 11 suo corpo fu sepolto con grande onore 
nella chiesa di S. Stefano, ora distrutta, e sul marmo, 
che ne chiudeva la tomba, si leggevano questi versi : 
Moi'ibus egregius, constans, probus, altus in urbe, 
Prudens, dilectus, notus, dum vixit, in orbe, 
Prole Suardorum natus mine dormii in isto 
Albericus tumulo, cuius, Christe, memor esto. 

« E dopo questi fatti non si parlò più di Guelfi e 
di Ghibellini in mezzo a noi ? » 

« Ma che dici, Beniamino ? Quello non fu che il; 
principio. Per tacer d'altro, il Ronchetti all'anno 1362J 
(Voi. V.) scrive: — Nella stessa guisa, che la peste, portata ( 
in Italia dalle contrade dell'Inghilterra, andava spar- 
gendosi con tal forza ,e successo, che la nostra città 1 
provincia si empiva di morti, così altra peste d'un fiero, 
entusiasmo in quest'anno entrò di nuovo nelle menti' 
dei Bergamaschi a corromperli, seco traendo una lunga, 
iliade di mali e di stragi. Fu essa la rinnovazione delle* 
fazioni de' Guelfi e Ghibellini, che tornò a lacerar le 
viscere di questo nobil contado. — Il medesimo storico al- 
l'anno 1407 nota come le sanguinose discordie ribolli- 



iói 



rono più che mai tra' diabolici partiti, che in molti luoghi 
della Provincia fecero danni gravissimi rubando, abbru- 
ciando, ferendo ed uccidendo (Voi. VI). A questo pro- 
posito non vi voglio tacere un caso veramente nuovo e 
strano (Maironi), ricordato in un' antica autografa cro- 
naca, secondo la quale un potente individuo ghibel- 
lino, domiciliato a Costa di Mezzate, scortato da' suoi 
si appostò sulla strada maestra di Valcavallina e, ve- 
dutovi passare uno, gli chiese di qual partito si fosse; 
ed avuto per risposta che era guelfo, lo fece subito le- 
gare e tradottolo alla sua casa Io appicò alle travi della 
cantina, in adempimento di un voto : quia iuraverat 
unum Guelfum sacrificare Deo / Né fu il solo a fare 
simili voti, come a tempo opportuno potrete vedere 
nella Cronaca, rozza, ma utilissima, del nostro Castello 
Castelli, ove sono largamente registrati i perfidi giu- 
ramenti, i bassi raggiri, le frodi inique, i massacri cru- 
deli, gli incendi, le rapine, a cui i nostri poveri padri 
si erano abbandonati in quei tempi infelicissimi ». 

« E dopo quei venerandi Religiosi che Ella ha ac- 
cennato poco fa più nessun altro si adoperò a sedare 
quelle orride discordie civili ? » 

« Oh sì! Negli anni 141 1 e 1422 (?) si industriò 
tanto quel gran paciere, che fu S. Bernardino da 
Siena, il quale in più luoghi delle sue Prediche ricorda 
con profondo rammarico le miserie estreme della nostra 
Città. Sentite il brano seguente : — O patria preziosa, 



IÓ2 



o bella Lombardia, come stai tu per queste parti ? Va' 
prima a Piagenza, che per queste parti è stata da due 
mesi che in tutto v'era due preti e tre frati in tutta 
la città e non più ; a Como per le parti guasta ; in 
quella in tutto non evvi che il quarto delle case ritte. 
A Bergamo peggio che peggio... E dicovi che così viddi 
il suo sterminio, come io sto ritto qui, e come io tocco 
questo luogo. Della roba del mondo non ti dico come 
per queste parti ella va... E però guardatevi da questo 
pessimo veleno delle parti. — (Prediche volgari di 
S. Bernardino, ediz. di Siena 1.853) »• 

« Signor Maestro, ora capisco anch' io come la si 
induceva di mala voglia ad accennare fatti così truci, 
indegni e vituperosi, che dovrebbero seppellirsi nella 
dimenticanza col suggello della pubblica esecrazione. 
Non se ne può cogliere proprio qualche buon frutto ». 

« Adagio, Felice ! Il buon frutto non manca ed 
è di poter conoscere più al vivo la profonda e quasi 
insanabile piaga, che menò sì largo guasto materiale e mo- 
rale in tanti luoghi d'Italia e specialmente nella nostra Ber- 
gamo. E perchè dei passati traviamenti dei padri nostri 
non ti meravigli troppo e non ne creda così spente 
remote le cagioni, che non possano, fosse pure sotto 
altre forme, recare gli stessi funestissimi effetti sociali, 

senti le filosofiche e vere osservazioni che fa un nostro 

j 
famoso savio, il Petrarca, scrivendo appunto jdelle 

giierre civili nel Libro II. Del rimedio dell'una e del- 



163 



l'altra fortuna : — Acciocché non ci occorra cosa non 
pensata o per le esterne o per le civili guerre e acciochè 
alcun caso all'improvviso non ci offenda, rivolgiamoci 
spesso nella mente che non pure gli uomini, ma tutte 
Je cose umane, dall'animo in fuori, sono mortali, e che 
Je città hanno le malattie dentro, come i corpi umani, 
e qualche volta ancora vengono al di fuori ; onde 
ne nascono le discordie e guerre civili, e che tutte le 
cose hanno un termine che non si può passare. Queste 
■considerazioni ci faranno più costanti contro i casi 
pubblici come i privati, e questo pensiero alla fine ci 
aprirà la via, se non amena e dolce, almeno più tolle- 
rabile, alla povertà, all'esilio ed alla morte e ci mostrerà 
che questo male, che pare proprio della nostra città e 
del nostro tempo, è male comune di tutte le città e, 
più o meno, di tutti i tempi. — Così, cari miei, la 
pensano i savi, che nel passato, più che nelle vaporose 
illusioni della fantasia, cercano e trovano la guida del 
presente e l'ammaestramento dell'avvenire ». 

7. Levatisi da quel poggio in due salti furono a 
■Spinone (a bit. 446). 

Questo paesello ameno e gradevole, posto in mezzo 
a vigneti, un dì fecondi di vini saporosi e delicati, ma 
oggi in rovina pel malanno della fillossera, giace sulla 
destra del lago, a cui dà il nome. Se ne togli la bella 
postura, di notevole non vi è nulla. È fuori di dubbio 
che anticamente nello spirituale dipendeva da Monasterolo, 






164 



da cui si separò per la troppa incomodità di recarvisi, 
specialmente in tempo d'inverno. Nel 1575, vale a dire 
all'epoca della visita di S. Carlo, tra il Prevosto di 
Monasterolo e il nuovo Parroco di Spinone si agitavano 
ancora alcune controversie, che poi furono composte dal 
s. Cardinale. Il Prevosto dovette cedergli un quinto del 
suo benefìcio, ossia tutto quello che possedeva sul ter- 
ritorio di Spinone. La sua Parrocchiale fino verso il 
1620 fu la chiesa, ora sussidiaria, di S. Pietro advincula,. 
di assai antica struttura, riabbellita di fresco dall'attuale 
Parroco, Don Pietro Beltramelli. La presente, che sorge 
nel paese, dedicata ai Ss. Apostoli Pietro e Paolo, se- 
condo il Calvi, fu incominciata, a spese di Giambattista 
Suardi, il 3 marzo 161 8. Quanto al disegno, non c'è 
male; ma, per la cresciuta popolazione, soverchiamente 
angusta. Di pitture di qualche pregio ha il battesimo 
di Cristo, il quadro all'aitar del Rosario e i misteri 
relativi, dipinti da Domenico Carpanino di Clusone. : 
Vi è eretta la Confraternita della S. Cintura e vi si dà 
la Benedizione di S. Carlo ai bambini rachitici, portati 
ai piedi del suo altare anche da lontani paesi. 

8. Oramai l'aura meridiana aveva aguzzato l'appetito 
a tutti, ma specialmente a Giannetto, che non ci vedeva / 
più. Onds il Maestro si diresse all'albergo S. Carlo, ? 
costrutto, non ha molto, dal sig. Amalio Amore e ben 
condotto. Dalla spaziosa terrazza, che guarda ad oriente, ; 
si ha una bella vista del romantico lago e delle verdi 



i6 5 



montagne. Questo albergo e l'altro, che gli sorge quasi 
di fronte, per la buona cucina e per la mitezza dei 
prezzi, sono assai frequentati, specialmente nella stagione 
estiva, da Bergamaschi e forestieri, che vi si recano 
in cerca di quella quiete, che è tanto necessaria a chi 
lavora tutto Panno negli studi, nel commercio e negli 
impieghi, o a fare la cura delle acque della Fonte mi- 
nerale S. Carlo, scoperta da poco tempo, acqua ricono- 
sciuta ufficialmente gasosa — alcalino — solforosa — 
purgativa, gradevole al palato, leggera e molto diuretica, 
suggerita e ordinata da valenti medici ai loro ammalati 
di dispepzie, di catarri cronici — gastro enterici, bron- 
chiali e vescicali. Promesso all'albergatore che sarebbero 
senza fallo ripassati di là nelle vacanze d'autunno, i 
nostri, piegando a sud, prima per un piccolo tratto sulla 
Via nazionale e poi per una straducola, che mette ad 
un ponticello sul Cherio, si diressero alla volta del Ca- 
stello di Monasterolo. 



^ 



lNT 



CAPITOLO 



I. IL castello di MONASTEROLO. — 2. MONASTEROLO. — 

3. la parrocchiale. — 4. flgadelli. — 5. il padre 
del maestro. — 6. visita alla chiesa. - 7. la 
Rovina. — 8. Visita al Cimitero. — Una quistione 
di musica. 



i. Il castello di Monasterolo sorge in luogo alquanto 
eminente, donde si dominano buona parte del lago e 
V imboccatura del Cherio. Dev' essere molto antico, 
come risulta da un documento dell' anno volgare 989 
(èra pisana), nel quale si dice : Hactum (sic) castro Mo- 
nasteriolo, che, secondo il Mazzi, è senza dubbio il ca- 
stello sul lago di Spinone. Con queir Atto Auberto, tìglio 
di Appone, conte di Mozzo, donava alla Chiesa e Ca- 
nonica di S. Alessandro in Bergamo, ove riposava il 
corpo del padre, una sua possessione situata in Lallio 
(Ronchetti). Si vuole da taluno che il nome di questo 
castello prima del 1000 fosse Alito ; ma non si può pro- 
vare. In una vendita del 1022, fatta da Agemundo di 
Mozzo, si legge: Actum infra castro Monasteriolo (sic!). 
Ne fu già proprietaria la nobilissima Famiglia Terzi, 
colla quale sono forse dalla lungi imparentati i signori 



i68 



Terzi, che Io possiedono attualmente. Questi vantano 
fra i loro antenati alcuni illustri personaggi, come, per 
tacer degli altri, che figurano nelP Albero Genealogico, 
Giuseppe Orsino, le cui signorili ragioni sul rispetto do- 
vuto a' suoi poderi e diritti, specialmente nei Comuni 
di Spinone e di Monasterolo e su! lago, manomessi da 
ignoti ladri e malfattori, furono riconosciute e solenne- 
mente difese, con minaccia di severissime pene ai col- 
pevoli, da Erizzo, 99 Doge di Venezia (Ducale), e Già- 
cinto, figlio di Giuseppe, il quale il 12 febbraio 1734 
in Venezia dall' amplissimo Collegio dei Dottori, a pieni 
voti e con grande onore, fu laureato in Filosofia ed in 
Medicina, con facoltà di insegnare, disputare e confe- 
rire altrui titoli accademici e dignità superiori (Pergamena). 

Nel castello è 1' Oratorio di S. Anna, eretto da Ga- 
briele Terzi, forse per desiderio di Anna, baronessa 
Naysan, sua madre (?), nel 1626, come consta da per- 
gamena del 14 agosto di queir anno, quarto del Pon- 
tificato di Urbano Vili. 

2. Ringraziato il signor Achille Terzi, che volle gui- 
darla pel troppo sciupato castello, la comitiva, percor- 
rendo la strada che costeggia il lago sotto la ripida 
falda occidentale del monte Corna (m. 1276), giunse a 
Monasterolo (ab. 820), che le parve poco pulito. La 
sua appartata ed erma situazione, tutta fatta pel rac- 
coglimento che professavano i primi monaci, avvalora 
F opinione che , vi esistesse già un piccolo convento di 



UN' 



— i6(j> — 

ìènedettini (Maironi). Il Calvi scriveva che di quel 
lonastero restavano ancor le vestigia nelle mura et campi. 
! in una casa nel centro del paese qualche cosa d'an- 
co si scorge davvero anche al presente. Vi sono un 
ampo ed una fontana, detti campo e fontana dei frati. 
cenni poi che il P. G. Novati, abate di S. Paolo 
' Argon, in una sua cronaca manoscritta, Rerum Mo- 
asterii S. Pauli de Argon.... notitiae, ci lasciò riguardo 
i un Cenobio, chiamato di S. Salvatore in Monasterolo, 
lettono fuor di dubbio 1' esistenza di questo convento, 
le, secondo lui, sarebbe stato distmtto verso V anno 
80 dai Longobardi, i quali, specialmente nel Berga- 
asco, si abbandonarono alle più barbare violenze. Mo- 
isterolo, già ricordato nel Documento del 989, ha un 
1 territorio messo a campi, a pascoli ed a boschi anche 
fruttifero castagno. Questo piccolo paese nel 1838 
accingeva ad un' impresa gigantesca, cioè alla costru- 
irne di un ponte sul lago che doveva unire Monaste- 
lo e Spinone. Ma 1' opera, che si intendeva di compiere 
memoria dell'incoronazione dell' imperator Ferdinando I, 
)n si sa perchè, andò fallita (Suardi). 

La mattina dell' 8 ottobre 1846 in questo Comune 
xadeva un fenomeno singolarissimo. Mezz'ora prima 
1 giorno, a eie! sereno e tranquillo, senza indizio al- 
ino di vento, di lampo di tuono, in un cortiletto 
esso il molino udivasi un grande fracasso, come di 
l«a pesante caduta dall' alto. Certi contadini, che già 






170 



vegliavano a pigiar le uve, vi trassero solleciti, sospe 
tando di qualche sinistro. Ma, perchè era ancora notti 
non videro nulla. Fattosi chiaro, trovarono il suolo di 
seminato di varii pezzi di una materia bianchiccia, 
quali indicavano chiaramente essere già stati un so 
masso, frantumato e disperso cadendo. Che cosa era 
Un bolide o stella cadente o pietra meteorica, che I 
scoppiata, detonando, prima di arrivare in terra e vi 
era infranta. Lo Schiapparelli è d' avviso che la m 
teria cosmica dei bolidi provenga dalla dissoluzione 
comete. Il pezzo maggiore, del peso di 70 once, fu ra 
colto e portato nel ricco museo dell' illustre archeol jj 
e numismatico signor Paolo conte Vimercati-Sozzi 
Bergamo. 

3. Dalla piazza i nostri pellegrini si condussero al 
Parrocchiale, che al di fuori, dal fianco sinistro, ha 
14 cappellette della Vìa Crucis proprio belline, fati 11 
erigere nel 1708 dal prevosto Zilioli di Casnigo. 
Chiesa, che già ebbe soggetti Spinone e Figadelli, 
intitolata al SS. Salvatore e lungo, i secoli subì va, 
vicende. Secondo il Calvi antichissima, nel 1623 fu 
maneggiata per un fatto di sangue nella persona e 
prevosto Giacomo Nazari di Borgo di Terzo. Era la s fi 
conda Domenica di agosto (giorno 13), quando, meni 
si cantavano ■ i vespri, un chierico della Parrocchia, ra l 
si sa di che adontato, con mano sacrilega gli pian 
uno stile nel petto. La sorpresa, lo spavento, il tumul 



I7i 



ì\ popolo è più facile immaginare che descrivere a pa- 
lle. Il prevosto, sollevato da un lago di sangue e soc- 
>rso de' più opportuni rimedi, volle essere trasportato 
la paterna casa, dove pochi giorni dopo morì. La Par- 
>cchiale fu riconciliata dal vescovo Federico Cornare; 
la, per cambiamenti voluti, essendo riuscita troppo 
iccola, nel 1636 si venne nel divisamente di aggran- 
fia, e nel 1653 compariva, difatto, in nuova forma, 
■a ultimo, nel 1903 fu ancora ampliata per lungo e 
i traverso, provveduta della porta maggiore e adorna 
una discreta facciata. Il Calvi, parlando della Chiesa 
S. Salvatore, la dice ricca di tre altari di marino e 
pitture stimatissime. E sono belli davvero quegli ai- 
ri, specialmente il maggiore, lavorato da Bartolomeo 
anni di Gazzaniga V anno 1670 dietro il disegno del 
Iva. Il bassorilievo che si vede, rappresentante la Na- 
/ità di Cristo coi pastori che lo adorano, come pure 
lodatissimo gruppo della Pietà, che vorrebbe essere 
>sto più in rilievo, sono del celebre Andrea Fantoni. 
coro, del 1700, è opera di Antonio Piazzoli di Como 
la bella statua della Madonna si attribuisce al Sanzi. 
quadri della Trasfigurazione e di S. Rocco furono 
pinti dal Carpanino di elusone nel 1655. Di quello 
Ì Rosario non si conosce Fautore; se non è di squi- 
a bellezza, è però buono come quelli del Carpanino. 
è ricchézza di paramenti e di arredi sacri, di una 
rta antichità e moderni, dovuti questi allo zelo del- 



— 172 — 

1' attuale coadiutore, don Alfredo Benedetti, e alla mi 
nificenza del signor Prevosto. Entro una bella urna, 1 
voro del Manni, è un'insigne Reliquia, il capo dt 
glorioso martire S. Cassiano, secretarlo di Traiano irr ; 
peratore, per le buone parti del Prevosto don Raffaeli 
Marchesi ottenuto dal Cardinale Ottoboni, che in M( 
nasterolo possedeva un beneficio. Quella sacra test« 
fu portata da Roma a Bergamo da Pietro Verteva e J 
suo ingresso in paese fu salutato dalla gioia più vi 
(Carte di Curia). 

Usciti di chiesa, i nostri ammirarono il campami. 
chtì per altezza e architettura un dì era dei miglio 
della Diocesi (Calvi), incominciato nel 1657, compii 
cinque anni dopo e nel 1675 fornito di orologio. Dal 
torre alla nuova Canonica i fanciulli domandarono 
Maestro qualche notizia dei principali Prevosti di l\|l 
nasterolo, ed egli rispose : 

« Da un Atto citato dal Ronchetti, ove si nota ci 
il io Luglio 1478 in Borgo di Terzo il Sig. Gabriel 
de' Terzi, coll'autorità della Sig. Orsina, sua madre 
tutrice, fondò colle sue sostanze il pingue beneficio p 
rocchiale di Monasterolo, risulta che in quel tempo re I 
geva Monasterolo e Spinone Tommaso Mutti di Gron 
Dal 1567 al 1580 governò un bresciano, Dionisio 1 
derici di Erbanno, che era anche Vicario Foraneo de! 
Plebaglia di Moiogno (Sin. Corn. II). Questi nel i| 
accolse S. Carlo Borromeo, che con suo decreto (A 



173 



quella visita) lo sospese dalla confessione per impe- 
cia/... Finì i suoi giorni a Ranzanico. 

Nel 175 1 vi moriva in odore di santità il sac. Lollio 

Volpino. Dal 1794 al 18 17 fu prevosto Don Giam- 
ttista Cadei di Adrara, la cui memoria è tuttavia in 
nedizione. Nei 1850 entrava in Monasterolo Don All- 
ea Carminati di Brembilla, prete erudito, che la notte 
1 23 Giugno 1869, a scopo di furto veniva barba- 
mente assassinato da un suo nipote. (Arch. Parr.). 

12 Agosto 1855, infierendo il colera, che in poche 
I vi aveva già mietuto 12 vittime, tra le quali il Curato 
1 paese, il Carminati, alla presenza di tutto il popolo 
rrorizzato fece il voto solenne di festeggiare sempre col 
aggior possibile sfarzo quel giorno ad onor di Maria. 

Finalmente dal 1 Dicembre 1878 a questa parte 
?ge con saviezza la Parrocchia Don Pietro Azzola, a 
i auguro di tutto cuore lunghi anni prosperi e felici. » 

4. A circa 2 Chilometri da Monasterolo è Figadelli 
| 4 280), secondo il Celestino, fabbricato verso il 1300 

un certo Fegato (?), dando forse il nome alla con- 
ida, che fa parte del comune di Piangaiano. Air Oratorio 
1 Legnavo il Maestro si fermò un istante coli' occhio 
;so sul lago. 

« Che c'è ? » — gli chiesero gli scolari. — 

« Passando, guardo questa specie di golfo, sul 
iale, per vaghezza di pattinare, d' inverno marinavo 
laiche volta la scuola. Ma non la mi andò sempre liscia. 



— 174 — 

Poiché un bel dì il mio maestro, Don Giuseppe Panser 
prete istruito per bene, allora Curato a Monasterolo 
al presente cappellano in Duomo, se ne accorse e r 
ne riprese dinnanzi a tutta la scolaresca. Ed io, che ni 
intendevo a sordo, capii lo sproposito e mi rimisi poi 
subito in carreggiata ». 

Indi raccontò loro qualmente Figadelli, che nello spi- 
rituale già dipendeva da Soito, verso il 1600 fosse 
stato unito a Monasterolo, da cui, non per qualche rug- 
gine di certuni, come va fantasticando il Suardi, ma 
per la troppa distanza sì separò nel 1654 con Decreti 
firmato, a quanto pare, da! vescovo Gregorio Barbarig» 
Già ne apparivano le prime case. Il paesello, assiso 
graziosamente tra fertili campi sull'estrema falda set- 
tentrionale del Torrezzo, guarda il lago, che lambe i 
suoi piedi e in esso sembra specchiarsi. Come vi è 
grato il soggiorno, quando si è stanchi di studi I 
di scuola ! Come vi si dimentica subito il rumore as- 
sordante e molesto della città e si assapora beata- 
mente la solitudine, rotta soltanto dal susurro delle 
onde, dal fischio della locomotiva tramviaria e dal 
ruotar de' carri, che passano dall'opposta riva ! A nord 
est è una casa, chiamata un dì Torre de' Pagani, ove 
sono ancora i rimasugli di un fortilizio. Qualche cosa 
di simile doveva pure essere un fabbricato che sorge in 
alto quasi a metà del paese. A mezzodì è una picc 
contrada, detta Moi, fino al 1890 nello spirituale 



LIB 1 
OF 



UN'-: 






175 



iendente da Monasterolo, ed ora soggetta alla Parrocchia 
li Figadelli. Gli abitanti del villlagio sono quasi tutti 
Gambetti, ultima forma delle antiche de Zambellis 
: orse da Zambellus Suardi di Bianzano — Archivio di 
Jergamo — ), de Zambetis, de Zambettis, ricorrenti nelle 
arte dell'Archivio Parrocchiale dal 1392 al 1650. Alcuni 
i questi portano il soprannome di Sammarchi, dall'at- 
accamento dei loro maggiori alla Serenissima Repubblica 
^eneta. Al dosso del Gerone, donde si vede tutto Fi- 
adelli, signoreggiato dal campanile, il Maestro esclamò : 

« Oh quanto mi tarda l'ora di arrivarci ! Sento una 
impatia ineffabile per quel paesello. Ho veduto tanti 
ei luoghi e tante città; ma quell'angoletto mi sorride 
'una maniera speciale ! Ne provo proprio intimamente 
1 nostalgìa ! Colgo ogni occasione per venirvi, per 
arlarne e, se volete, anche per esaltarlo ! 

« E questo si capisce bene ! — osservò Felice — 

È istinto di natura 

L'amor del patrio nido... 

(Me tasi. Temisi.) ». 

« Oh sì ! Alla fin fine, il luogo dove si è nati, la 
hiesa dove si è stati battezzati e si sono fatte le prime 
reghiere, i parenti, gli amici sono ricordi dolcissimi... 
lon dimenticherò mai... 



— 176 — 

Qual tra le amate fronde l'usignolo, 
Allor che cade il sole e il dì si oscura, 
Quasi obliando la fatai pressura, 
Disfida al canto degli augèi lo stuolo ; 

Tal io dagli ermi poggi, ov' ero solo 
Il gregge a pascolar, mia dolce cura, 
Ai cieli azzurri che m'offria natura 
Spiegavo ardito su' miei pari il volo.... 

Dopo tant'anni e tanti eventi in cuore 
Le dolci visioni ad una ad una 
Riedono tutte con novello ardore ! 

No, che vinto non sono ! Entro si aduna 
Delle memorie e della speme il fiore 
Contro il vario giostrar della fortuna ». 

5. Vicino al paese, al porto Tommaso,, dov'è Fan 
fico confine della grande Comunità di Solto, scorgon 
venir loro incontro lentamente un ometto presso ali. 
settantina, ma vegeto e allegro. È proprio lui, il padr 
del Maestro, un contadino, ma, per tale, colto abbastanza 
che non ha nulla di quei modi secchi, astratti e dui 
tativi, i quali da molti a bello studio accartocciati, circek 
voluti, come li direbbe un abile moderno leguleio, si re 
putano necessari per farsi credere quel che non sono; 
Egli parla con ogni galantuomo, e con lui si vorrebb, 
stare sempre. Dice netto quello che sente e quello chi 
vuole e, quando simpatizza col suo interlocutore, si ei 
fonde come un fanciullo, che abbia finalmente trovat; 
un vispo compagno, col quale giocherà à rincorrere 



177 



lungo le sponde fiorite di un fiumicello o tra le aiuole 
profumate di un giardino. 

Salutato il Maestro ed abbracciati i fanciulli che non 
vedeva da qualche tempo, tra la festa di tutti li volle 
subito a casa, dove era stato amorosamente disposto 
per un buon rinfresco che la brigata si godette con un 
piacere che non mai il maggiore. 

6. Sparecchiato tutto con incredibile appetito, gli 
scolari, a cui prurivano le gambe* dissero : 

« Maestro, ed ora dove andiamo ? » 

« Alla Chiesa, carini, a visitare il Signore ed a 
ringraziarlo ». 

La piccola chiesa di Figadelli, infoiata a S. Michele 
Arcangelo, nella Dedicazione del quale (29 Settembre) 
il 31 Agosto 1689 Papa Innocenzo XI concedeva per 
7 anni nelle forme prescritte l'Indulgenza Plenaria (Perg.), 
deve essere stata fabbricata nel 161 8 in quel torno, 
quando, cioè, si iniziarono le pratiche per la separazione 
da Monasterolo. Questo si argomenterebbe dal Testa- 
mento di Giacomo Gardoni 22 Marzo 161 8 e dal rela- 
tivo codicillo, rogati dal notaio Gabriele Terzi di Borgo 
B Terzo. Cresciuta. la popolazione, nel 17 19 fu ampliata 
e ridotta alla forma attuale, forma bruttina anzi che no 
«per la disproporzion delle parti. Nel 1765 Fra Matteo 
da Vertova vi erigeva regolarmente la Via Crucis. Non 
Dossiede né affreschi, né quadri di qualche valore; ha, 
nvece, tre altari di marmo, di stile fantoniano, con una 



- 1 78 - j 

grande tribuna di legno al maggiore, eccellentemente 
lavorata e molto stimata. Quanto ad oggetti preziosi, 
da alcuni anni vi si desiderano una croce e un turibolo 
con navicella, d'argento e di squisito disegno. All'altare 
dei Santi, entro una bella Urna, riposa il Corpo intiero 
del Martire S. Felice, tolto dal Cimitero romano di 
S. Calepodio sulla Via Ardeatina. Questa insigne Re- 
liquia l'anno 1684 da Fra Giuseppe Aquilano, vescovo 
porfìriense, fu donata al Cardinale Vincenzo Maria Or- 
sini, che, a sua volta, la regalò a Fra Girolamo Maria 
Balbi dell'Ordine dei Predicatori, amicissimo del Padre 
Bernardino Zam betti, il quale gliela domandò e se l'ebbe 
per la Chiesa di Figadelli, da 30 anni fatta Parrocchia. 
Nelle Carte di Curia è notato ancora come il popolo si \ 
condusse a ricevere con grande pompa e venerazione il 
prezioso Corpo fino alla Pieve di Mologno e come il 
30 Agosto 1801 dalV Urna vecchia e consimta lo volle 
solennemente riposto nell'attuale. In una Pergamena si 
legge che il 19 Agosto 1692 Papa Innocenzo XII con- 
cesse per 7 anni l'Indulgenza Plenaria a tutti quelli, 
che la festa del Martire (ultima Domenica d'Agosto)-^ 
confessati e comunicati ne avessero pregato innanzi I 
all'Urna secondo la mente del Sommo Pontefice. Si : 
trova poi che primo Parroco di Figadelli fu D. Remigio 
de Vaccis, di Trescore ; che a lui succedette Don Ber- 1 
nardino Suardi di Gaverina e che nell'anno 1700 reg- 
geva un Giudici di Monasterolo. In seguito figurano 






179 



alcuni Frati Francescani. Più da vicino governarono Ghitti 
don Domenico di Cerete Alto, Manzini don Carlo e Zon don 
Giacomo di Fonteno, succeduto a Don Quirino Spam- 
pati, che nel 1877 promosso a Grignano e di là nel 
1898 chiamato Direttore Spirituale nel Seminario di 
Bergamo, nel 1899 veniva creato anche Canonico della 
Cattedrale. A lui, che ricorda sempre con tanto affetto 
il popolo di Figadelli, si desidera una vita lunga e felice. 
Il Parroco vivente è Don Davide Colombo di Bergamo. 

7. In sull' uscire di chiesa Beniamino guardando in 
alto domandò : 

« Maestro, che cosa rappresenta quella pittura là 
sotto la vòlta ? » 

« Rappresenta la Rovina,, che la notte dal 21 al 
22 Novembre 17 19 minacciò di seppellire il paese. Che 
notte dovette essere stata quella pei nostri maggiori ! 
Saranno certo fuggiti chi da una parte e chi dall'altra, 
disperati forse di rivedere al mattino i loro campi, le 
loro case... Era un monte, sapete, che crollava sul paese. 
Sarà sembrato un finimondo : ma sopra di loro veglia- 
vano amorosi i Santi Protettori, che miracolosamente 
salvarono intatti il paese e i suoi abitanti. Questi poi, 
mentre a metà del monte scavavano una gran fossa e 
tettavano una lunga muraglia, quasi ai piedi della ro- 
vinosa frana di comune accordo innalzavano in rendi- 
mento di grazie una chiesetta e stabilivano per voto la 
festa, chiamata delia Rovina ». 



— 180 — 

8. Così dicendo il Maestro s'avviò coi fanciulli al 
Cimitero. Al cancello di ferro Beniamino, veduto il suo 
nome scritto sopra una lapidina bianca a sinistra, disse: 

« L'ha conosciuto Lei il giovanetto, di cui qui si 
leggono benedizioni ? » 

« Se l'ho conosciuto ! Era vostro zio, Aveva nov( 
anni non ancora finiti, e la gente diceva che non po- 
teva campare. Era troppo sviluppato e pareva proprio 
un frutto fuor di stagione. Leggeva con garbo qualun 
que libro, scriveva bene e sapeva già far di conto. 
Catechismo poi formava la sua delizia. Le divozioni 1 
diceva da sé mattina e sera ; in coro cantava come 
preti e, quando suonava il mezzo giorno o V Ave Maria 
si inginocchiava dovunque fosse e voleva sentire YAn 
gelus. Albergava davvero 

Pensier canuti in giovanile etade. 

Era grazioso di viso, di carnato fresco, bianco com 
la neve. Occhi neri neri, folta capigliatura, bionda com 
oro filato. Insomma, una bellezza. Non era mai stat 
ammalato ; ma un giorno gli venne un po' di affezion 
al cuore. Pareva una piccolezza da nulla. Ma eh 
volete ? Gli prese anche una febre, ma di quelle maligni 
Poi venne la tosse, e quando, dopo Pasqua, la mattin 
della mia partenza pel Seminario fui al suo lettuccio 
ve lo trovai alle prese con quella tosse maledetta, sco{ 
piai in un pianto dirotto e dissi : Poverino ! Non i 



— I8i — 

vedo più !... — E più noi vidi. Due mesi dopo egli si 
spegneva come un lumicino. 

Ma fosse tutto qui. Appresso ammalò la mamma, 
una donna rara, sapete. Voi non 1' avete potuto cono- 
scere bene quel tesoretto di nonna, benché la vi avesse 
sempre sulle ginocchia. Dunque ammalò, ed io per la 
sua guarigione visitai parecchi Santuarii : quello della 
Madonna di Trescore, della quale era tanto divota ; 
quello di S. Caterina, e se l'ho pregata di cuore l'Ad- 
dolorata ! Ma non c'era più modo di salvamento. La 
mamma stette malissimo.... Finalmente, la notte dal 15 
al 16 Gennaio 1902 non diede più senso d'essere viva 
e mi morì nelle braccia... Che notte fu mai quella per 
tutta la famiglia ! Avremmo voluto morire anche noi. 
Ci temperava però l'estrema amarezza la gente del paese, 
che ripeteva : Se non è in Paradiso la Bettina, non ci 
va più nessuno ! Le furono fatti funerali solenni per 

[Concorso di popolo e di Sacerdoti, che presero tanta parte 
al nostro dolore. Dal Seminario, a nome di tutti i miei 
riveriti Colleghi e dell'ottimo sig. Rettore, Don Davide 

!Re, ci venne, conforto prezioso, Don Flaminio Belotti. 

|Ora ci siamo dati un poco di pace e le abbiamo posto 
quel monumentino che vedete là quasi in cima a mano 
sinistra. — Mamma dolcissima, benedite dal cielo alla 
vostra diletta famiglia e pregate sempre per noi ! » 

Così detto, tergendosi tutti le lagrime, al pallido 
raggio della luna, che illuminava quella scena pietosa, 



— 182 — 

si inginocchiarono dinnanzi al cancello a recitare il S. 
Rosario ; indi, alla chiesa tolta la perdonanza, tornarono 
a casa, dove trovarono il curato di un paese vicino, il 
quale, saputo dell' arrivo del Maestro, era venuto a sa- 
lutarlo. 

9. « Carissimo Curato, vi siete preso troppo di- 
sturbo...» 

« Oh no ! La sa ; da casa mia è una breve pas- 
seggiata che io faccio tante volte. Stassera poi sento 
un bisogno prepotente di svago, perchè l'ho a più non 
posso con un organista, che ebbe l'ardimento di dirmi 
che vuol suonare come gli pare e piace. Ma La crede 
che è impossibile tirare innanzi così ? Se fossi stato in 
paese quando L'è passata, Le avrei già detto tutto ; 
ma perchè ero assente per ufficio e temo che domattina 
L'abbia a prendere il volo a buon' ora, benché sia un 
po' tardi, son venuto adesso per vederla e per sentire- 
che debbo rispondere al messere, se torna allo sconcio». 

« L'avete proprio indovinata ! Domattina, per amore 
per forza, ci bisognerà saltar fuori del letto assai per 
tempo, se la sera vorremo essere dove abbiamo stabi- 
lito. Dunque dicevate che un organista vi ha risposto 
male....» 

« Sicuro ! Spesso spesso gli fo qualche ripassatina, 
perchè in Chiesa non voglio assolutamente roba da teatro;, 
ma egli ci sdrucciola quasi sempre e con quale strim- 
pellaménto... Ama di suonare all'allegra, di fare strepito, 



- i83 ~ 

di stordire e mi fa stare tutta la gente volta in su a 
collo torto, come se per sentire sia necessario anche ve- 
dere. E che si vede? Le canne dell'organo e le spalle 
dell'organista. Ma tant'è ; non la si vuol capire ; si 
vuol durarla nel distrarsi e nel distrarre : Le assicuro 
che nel sentire certe cavatine, certe ariette, certi motivi, 
un pot-pourri dell'Aida, i brindisi della Traviata e ap- 
passionate polke e vorticosi valzer e sfrenati galoppi, 
che trasformano la chiesa in teatro, in sala da ballo, 
in campo di battaglia, mi si rivolta lo stomaco e ar- 
rabbio che più non ce n'entra, perchè questa merce 
non la voglio, non la voglio. È una vera sconcezza. 
Ogni cosa al suo posto. Dico bene ? » 

« Anzi benissimo ». 

« E noti che e' è di peggio. V organista, talvolta, 
alle mie osservazioni fa lo sbadato e tal' altra mi si ri- 
volta persino contro, dicendomi che mi impacci dei fatti 
miei, che io non ho il diritto di fare degli appunti sul 
suono dell'organo e sull'accompagnamento del canto o, 
per lo meno, mi risponde che di vera musica di chiesa 
c'è difetto e che so io ». 

« Fanfaluche ! Per non parlare dei pezzi originali 
per organo del Maestro Filippo Capocci e di altri, p.es. 
del nostro Matioli, la Musica Sacra di Milano ne va 
pubblicando ogni mese. Piuttosto, manca lo studio. 
Qnanto poi al suono in Chiesa, il sacerdote non solo 
ha il diritto, ma ha il dovere strettissimo di tener aperti 



184 



gli occhi, perchè proprio a lui è commessa la cura della 
musica di chiesa, del canto popolare e del suono del- 
l'organo. E volesse il Cielo che Porgano, questo re 
degli strumenti, accompagnasse sempre a dovere le sacre 
melodie ! in chiesa non si desidererebbe più altro. E se 
questa cosa fosse stata a cuore ai sacri ministri, certi 
sconci o non sarebbero entrati o si sarebbero già tolti 
e l'ignoranza del suono liturgico e (ve lo dico in un 
orecchio, perchè niuriò mi senta) del canto corale, non 
sarebbe né sì grande, né sì comune ». 

« Verissimo ! Oh come si canta male nelle nostre 
chiese ! Alcuni vociano a squarcia gola; altri ti martellano 
tutte le note, così che t'intronano e altri, e sono i più, 
o si curano del canto come del terzo pie che non hanno, 
o ti vanno a capriccio, che è un vero sfinimento a 
sentirli. Ma la Chiesa si lagna giustamente di tutti 
costoro ». 

« E La sa come si scusano ? Dicono che tanto e 
tanto il popolo non ne comprende gran fatto, che la 
Chiesa per questo non cadrà a terra e simili filastrocche ». i 

« Ben detto ! Il popolo non ne comprende gran 
fatto... il popolo non se ne interessa,., ma, in nome 
del Cielo, di chi ne è la colpa ? Il popolo, lì per ' 
lì, non capirà certe sfumature, certe finezze d'arte; ; 
la regola d'oro forse non calzerà sempre per lui, benché 
ì maestri ne debbano fare gran conto; ma è falso, i 
falsissimo che il popolo non sia tocco da una buona 



i85 



esecuzione, come è fuor di dubbio che non può invo- 
gliarsi dei canti della Chiesa, non li può amare, allorché 
:ertuni te li gettano giù rozzamente e macchinalmente, 
n questo caso che dovrà dire il popolo ? » 

« Che i canti di Chiesa sono barbari, vieti, mum- 
ìiificati e peggio ! » 

« Appunto; e allora non è meraviglia che il canto 
;acro non goda più comunemente quella stima che si 
nerita. Tenete per certo che trattar male i canti della 
Chiesa è un abuso imperdonabile, è uno strapazzo del 
uogo santo, è un peccato ! Anche dato e non concesso 
he il popolo non ne intenda tutto, noi ricordiamoci 
;he il sacerdote canta a nome della Chiesa e tiene il 
uogo dello sposo, i cui amici, mentre si intona il cantico 
nozze, godono e se ne innamorano. Ricordiamoci che 
1 canto ecclesiastico è tanta parte del culto divino; che 
a sua storia è la storia medesima della Chiesa; che il 
onoscerne l'importanza dal lato storico e liturgico è 
)orzione della scienza teologica; che è nostro dovere 
tudiarlo, eseguirlo e farlo eseguire come si conviene; 
inalmente, che chi sentenzia che pei Gregoriano ogni 
'oce } ogni cosa è buona, dà una sentenza da stolto e, 
ion essendo empio, dimostra un'empietà imperdonabile 
ontro quelle venerande melodie, che furono create dal 
;enio nei tempi più belli, che perfino il protestante 
^hibart chiamava « veramente celesti, il vero canto 
Iella Chiesa, la dolce cura dei Padri, dei Romani Ponte- 



i86 



fici e dei Concili » — Chi sa dire con quanta dolcezz 
avranno cantato le lodi del Signore i primi cristiani nel! 
prigioni, airOstriano, nelle Catacombe ? Chi può imrm 
ginare come, più tardi, saranno stati soavi i cori de 
canti congregazionali f II grande Agostino lasciò scritt 
che ne era fortemente rapito e piangeva di tenerezza 
« Quanto siamo lontani da quei tempi e da qu« 

canti! ». 

« Oh ! purtroppo ! Però neanche oggi la cosa 
come pare, disperata. Non una volta sola la musica 
chiesa si trovò a mal partito ; eppure si riebbe sempre 

« Poiché mi piace tanto sentirla parlare, favorisc 
dirmi quando e per chi... » 

« Parliamo un poco in grande : 

i. Nel secolo IV, per opera dell'illustre Padre del 
Chiesa, S. Ambrogio ; 

2. Nel secolo VI, pel Pontefice S. Gregorio Magn; 
che pel canto di chiesa diede un metodo particolare;; 

3. Nel secolo Vili, pel Papa Adriano I in Italia 
in Germania pei due Coristi, Pietro e Romanus, eh 
chiamativi da Carlo Magno, vi usarono l'Antifonari 
Gregoriano, ora custodito nel Monostero di S. Gal 
nella Svizzera ; 

4. Nel X secolo, pel monaco Guido d'Arezzo, i 
ventor delle note e considerato a buona ragione il pad : 
di tutti i maestri di musica sacra; 

5. Finalmente nel secolo XVI. 






- i8 7 - 

Dovete sapere che nei due secoli antecedenti la 
jcuola fiamminga, che pure vantava dei meriti, ebbe 
àrga influenza in Europa, in Italia e in Roma colla 
>ua musica secolare o profana, che entrò con grave 
scandalo anche in chiesa, storpiandone e adulterandone 
1 canto vetusto e accompagnandolo malissimam ^nte. 
buoni ne erano addolorati; ma del porvi un rimedio 
;ra nulla. Venne S. Filippo Neri, che, tutto compreso- 
Iella necessità di una riforma, ne esortò all'impresa 
'Animuccia fiorentino e specialmente Giovanni Pierluigi 
fa Palestrina, detto il Paièstrina. Questi, nato nel 1524 
: morto nel 1594, assecondando i desideri di S. Filippo, 
< per la maggior gloria dell'Onnipotente e quale testimo- 
lianza del suo affetto alle congregazioni dei fedeli » 
:ompose messe, mottetti ed inni in tal numero, che il 
atalogo delle sue opere è anch'esso un'opera e non di 
nccola mole. Chi non ha sentito parlare di sue tre 
nesse a 6 voci e specialmente di quella dedicata a 
*apa Marcello ? Qui vedete un vero genio, il grande 
iformatore, il più grande compositore di musica sacra. 
>er non parlare poi del S. Concilio di Trento (Sess. 
vXII.), richiamarono alle sue fonti e alla sua maestà 
r eneranda il canto ecclesiastico Benedetto XIV (Costit. 
ìnnus, qui hunc vertentem del 17 febbraio 1749), molte 
inodi provinciali e anche diocesane, e sempre con esito 
elice. Anche Pio IX e Leone XIII si interessarono non 
>oco di canto sacro, ora incoraggiando questi, ora lodando 



— 188 — 

quelli, ora proponendo un'edizione ed ora un'altra. Ma, 
per venir più da vicino, non posso tacervi di una ma- 
gnifica Pastorale del vescovo Pietro Luigi Speranza di 
s. m. in data del 14 gennaio 1863 ». 

« Confesso la mia ignoranza ; non la conosco proprio 
per nulla. Sarebbe tanto cortese di darmene un'idea ? » 

« Sentite, caro ; vi mena oro da cima a fondo e 
tutto si vorrebbe riferire; ma io mi limiterò a dirvi che, 
dopo d'aver raccomandato ai Parroci e ai Fabbricieri di 
vigilare i rispettivi organisti e anche di licenziarli, ove 
li trovassero disubbidienti, lo Speranza fa obbligo a tutti 
gli ecclesiastici di dare assidua, capite ? assidua e dilì- 
gente opera al canto Fermo] ordina che nelle chiese, 
sopra tutto di campagna, ove è scarso il numero de: 
sacerdoti, i Parroci trascelgano dal popolo alcuni laici 
di buona voce e di fino orecchio e li addestrino ne! 
canto, insegnando loro alcune messe di facile esecuzione 
e quelle altre preci, che più frequentemente ricorro» 
nelle Funzioni sacre. — Per tal modo, scrive, sar^ 
meglio provveduto alla maestà del culto divino e i 1 
popolo supplirà, bisognando, al difetto di sacerdoti. 
Permette nelle chiese il canto figurato unissono ed e 
più voci, purché sia grave, devoto e convenevole alla 
santità della casa di Dio ». 

« E si corrispose dal Clero d'allora alle presenzio^ 
ed ai desideri dello zelantissimo vescovo ? » 

« Pare che sì, dall'essersene egli stesso chiamato sed 



i8q 



isfatto. La riforma poi andò sempre più avanti, spe- 
ialmente nel Seminario, dove del Canto Corale e del 
jolifonico fu zelatore il Sig. Prof. Can. D. Luigi Pagani, 
uanto intelligente e di buon gusto, altrettanto modesto, 
i un certo punto, benché in piccolissima parte, mi 
'ovai al suo fianco anch'io, che, a onor del vero, il 14 
icembre 1896 al direttore della musica sacra di Milano 
crivevo così : 



Rev.mo Sig 



fiore, 



È da qualche tempo che ho in animo di farle un 
ermo "sulla cultura e sul movimento della musica sacra 
1 mezzo a noi ; ma fino al presente più ragioni non me 
) hanno acconsentito. Ora sono a Lei per assicurarla che 
a 1 5 anni, in quel torno, nel nostro Seminario Dio- 
ssano si apprende con ogni diligenza e amore il Canto 
borale sulle edizioni tipiche, volute dalla S. Congrega- 
rne, e il Canto Polifonico secondo gli ultimi Decreti 
ella S. Sede, e che tanto nell' uno come nell' altro i 
ostri Chierici, sotto la direzione di quell' intendente- 
<mo di -musica, che è il signor Can. prof. L. Pagani, 
anno dato e danno eccellenti prove nella Chiesa del 
sminano e nella Cattedrale. Le sublimi melodie ese- 
iite da loro sono gustate assai non solo dagli intelli- 
fnti, ma eziandio dai profani, così che l'amore a questi 
inti si è bellamente ridestato e talvolta cresce fino 
Y entusiasmo. — 



— 190 — 

La pura verità, caro Curato, e sapete perchè ? Perchè 
non e' era il troppo, al quale gridavo subito, appena 
avesse fatto capolino. Erano polifonie classiche fin che 
volete; ma dei nostri, per lo più, e, se di stranieri, me- 
lodiche ed accessibili anche al popolo, che non le udiva 
freddo, indifferente, attediato e quasi indispettito, com^ 
avvenne per altre più tardi. Ma perchè talvolta si fa sen- 
tire della musica, dove la scienza si -sostituisce all' arte, 
dove la numerica copre il difetto di ispirazione ? La 
scienza deve guidare I' arte, che è lo splendor nel vero, 
ma non deve mai soffocarla. Una musica siffatta no, 
che non canta. E come può piacere al popolo, del quale 
sono anch'io? Lo so che taluni rispondono: Basta che 
piaccia agli intelligenti ! — Nossignori ; pochi intelligenti 
(e forse più pochi di quello che comunemente si crede), 
non fermano il popolo, per eccitare gli animi del quale 
alla pietà, alla divozione, alla compunzione, è fatta la 
musica. È un conto la forma, che deve essere sacrai 
ed è un altro la formola, diceva un giorno Gounod, e, 
un movimento rigido, cadenzato, stucchevole non si 
confà, ben poco, al nostro popolo, alla cui vivacità 
convien pure che la musica si spiri. Nulla si deve per- 
dere di ciò che è corrente di energia e sostanza di vita 
e tanto meno poi sono da contorcere con astruserie 1 
rigidezze teutoniche le qualità più felici. Cicerone, ci 
pite, diceva : In fatto di eloquenza mi. è più cara 
l'approvazione del popolo che non quella dei dotti. Ed 



— iQi — 

) sarei giù di quadro affatto se applicassi la sentenza 
Ila musica, che riguarda il popolo così da vicino e 
ero vuol essere nobilmente popolare? — Ma... bisogna 
tssegnarsi.... 

Va bene ; ma non si dimentichi che la rassegna- 
one è una virtù e che si sopporta la noia, quando 
3n -c'è modo di sfuggirla, ma che nessuno, il quale 
)ssa disporre di sé, la va a cercare. — Si fa così 
iene altrove.... 

Rispondo che la servitù politica è dura cosa e che 
servitù del pensiero e dell'arte è cosa ancor più dura, 
quistione d' indole ; ma, in generale, la musica del 
ord è troppo pesante per noi, è troppo monotona, e 
m quella si arrischia di fare delle più belle e solenni 
ste dell' anno presso a poco un mortorio. Caro Cu- 
te, degli abusi ce n' erano e di molti nella musica di 
liesa in mezzo a noi e occorreva metterci un presto 

efficace riparo; ma da questo al piombarci addosso 
un tratto con sudati frutti di calcolo, trionfi della 
imerica, che non ti suscitano alcuna sensazione del 

o e non ti mettono un affetto, una aspirazione, è 
ppo e credo che non vi sia chi noi vegga. Onde non 
iirò mai di benedire il regnante Pontefice Pio X, che 
1 suo Motu-proprio y il più solenne atto papale che 
l stato scritto a favore della musica sacra, richiama 
' antico canto grego?iano tradizionale o popolare e, pel 
>to, inculca le opere del Palestrina, cosa nostra e 



192 



nostra gloria. I grandi maestri, che un giorno qui scos- 
sero le fibbre e cavarono lagrime di commozione ai cit- 
tadini ed ai forestieri, accorsi in folla ad udirli, è vero, 
han portato qualche volta il teatro in chiesa, non hann<3 
sempre scritto strettamente secondo le regole della S 
Congregazione ; ma metterli cosi all' ostracismo, gittarl 
a terra in tal modo 0, per lo meno, far le viste d 
ignorarli, mi pare un tratto poco delicato e riguardoso 
Son bergamasco e, come tale, esprimo una mia opi 
nione ; voi, signor Curato, fatene quel conto che volete 
Piuttosto amerete che io torni al canto gregoriano ec 
eccomi subito, perchè V ora si fa tarda. Come avefo 
detto voi stesso poc' anzi, nelle nostre chiese, nei nostr 
cori, specialmente di campagna, si canta malissimo. S< 
ne togliete alcune poche eccezioni, nulla di più vero 
Voglio che sappiate però come per rimediare, in vi; 
indiretta, al gravissimo sconcio, si è messo un nuov< 
fervore di studi di Canto Fermo in Seminario, dove 1 
attende a formare dei buoni coristi. Dal Seminario pò 
la riforma si irradierà facilmente anche sulla Diocesi 
Inoltre, V anno scorso con lieti auspici si è costituito ir 
Bergamo un Circolo, presieduto dal mio carissimo co! 
lega Motta prof, don Bernardo e tenuto desto continui 
da quel passionatissimo di canto, che è il socio Baci, 
don Luigi. Scopo del Circolo si è di promuovere coi 
intendimenti religiosi ed artistici la riforma della musici 
in chiesa, secondo le prescrizioni della S. C. dei Riti 



193 



Se ne vedranno i frutti più tardi. Intanto, applaudendo 
di bel nuovo all' idea, faccio voti che coloro, che pos- 
sono, dieno di spalla ai volonterosi amici e non si rin- 
cantuccino e si ostinino solamente a criticare, che, 
come è il più commodo, è anche il più inutile, per 
non dire, pernicioso mestiere del mondo. » 

« Dunque evviva il Circolo e gli amici, che lo com- 
pongono ! » 

« Senza dubbio ! Ma ritenete che il più bel successo 
del Circolo ben poco frutterebbe alla Diocesi, ove i 
Parroci, dal canto loro, non si adoperassero a favorirne 
la nobile impresa, facendo eseguire nelle loro Parrocchie 
buona musica, come stabilirà la Commissione, eletta 
dall' amatissimo Vescovo nostro. Non ne siete persuaso, 
Curato ? » 

« Finché La vuole. Ma.... occorrono dei danari e in 
certe Parrocchie povere come si possono trovare ? » 

« Evvia ! Diciamolo pure: a giudicarne dall'esterno, 
tanta po\ erta non e' è proprio da noi, come in altre 
Diocesi. Delle spese cT altro genere se ne fanno e non 
epoche; non vi potrebbe avere un posticino anche la 
buona musica? E poi nelle Parrocchie, sia di città che 
'di campagna, si formino scuole, come sul Milanese, in- 
cominciando da pochi laici di buona voce, che non è 
proprio cosa rara in Bergamasca. A quei pochi col 
tempo se ne aggiungeranno degli altri e così, quasi 
insensibilmente, si riuscirà ad un bel coro, capace di 



— IQ4 ~ 

levare il Parroco da qualunque guaio, di supplire i fo- 
restieri e di eliminare certe compagnie strombonatrici e 
laceratrici di ben costrutti orecchi. Ma ho a dirvela ? 
La difficoltà principale non mi sembra il danaro, piut- 
tosto ». 

« Capisco; La vuol forse dire il difetto di buona 

volontà Ed io ne ho alla mano un* altra. Non si 

ha da per tutto un Parroco o un Curato pratico del 
canto liturgico. E in questo caso come si fa ? » 

« Ve lo dico subito. Bandita la possibile gelosia, 
cosa ridicola, si ricorra ad un sacerdote di altra Par- 
rocchia vicina e lo si preghi che un paio di sere per 
settimana si voglia prestare all' insegnamento del canto 
là dove si ignora. E che più si aspetta ? Che il popolo 
abbia perduto perfino 1' idea del canto di chiesa ? No, 
non dovrebbero essere necessari stimoli ad incitare il 
Clero ad un' opera di tanta gloria di Dio e di tanta 
edificazione dei fedeli. Mi trovo a casa mia e mi piace 
di alzare un pochino la voce. Nessuno però se ne offenda, 
perchè 

Io parlo per ver dire, 

Non per odio d' altrui, né per disprezzo 

(Petr.). 

Anzi i miei venerandi Confratelli, dei quali mi sento 
T ultimo, dovrebbero sapermi grado se oso chiamare la 
loro attenzione sopra un pubblico fatto, che torna di 
molto biasimo a noi. Affatichiamo, è giustissimo, ad ac 



195 



iuistare quel maggior corredo di cognizioni che per noi 
si può ; ci metteremo così a tutto agio di giovare altrui. 
Ma non trascuriamo di rispondere anche per questa 
parte alla voce del S. Padre e della Chiesa, di met- 
tere nelle mani del popolo qualche manuale, benché ele- 
mentare, di musica sacra, di istruirlo, di farlo cantare, 
come desidera tanto il nostro vescovo, di interessarlo, 
insomma, nella celebrazione dei divini misteri. Allora il 
popolo, avendovi a sostener qualche parte, non si re- 
cherà più così svogliato alla Chiesa, non ci starà più 
così distratto, che è una pietà a vederlo, e di noi non 
avverrà che, quando compariremo al Grande Tribunale, 
il Divino Giudice ne abbia a rinfacciare il poco zelo 
pel decoro della sua Casa. Vorrei toccare anche un 
altro argomento; ma è troppo tardi ». 

« Si, si; è ora di andare a Ietto. — Olà, ragazzi, 
movetevi; altrimenti domattina ci vorranno gli organi a 
[tirarvi fuori ». 

« Nonno, non dubitate; non ci siamo mai lasciati 
prendere dalla fìaccona, come certi altri scolari, neh 
vero, Maestro ? Il canto del gallo ci troverà desti ». 

« Voi dormite tranquilli. Sveglierò tutti io. Michele, 
Gio. Maria e le due signore sanno a prova che io sono 
una buona sveglia ». 

« Capperi ! — fecero tutti — Fin troppo buona ! » 

E qui, detto addio al Sig. Curato, che ad ogni costo 
/olle portarsi a casa sua, tutti allegramente si diedero 
a buona notte. 



GIORNATA V. 



CAPITOLO I.° 

E. PARTENZA DA FlGADELLI. — 2. IL PREVOSTO DON 

Cristoforo Zambetti. — 3. l'addio a Figadelli. — 
4. All'altra sponda — 5. Ranzanico. — 6. al Fon- 
tanile — 7. ENDINE— 8. LA REPUBBLICA CISALPINA. 

— 9. Sulla via nazionale. — io. Rova. — n. il 

PIANGAIANO. — 12. LA VALLE DI PANTENO. — 13. 
DAL POGGIO D'ORO. — 14. LA COLLINA — 15. ALL'AL- 
BERGO Cremona. 

« 1. Via, via ! Smettiamo le chiacchiere. Colle vostre 
raccomandazioni voialtri fareste perdere la pazienza a 
Giobbe. I ragazzi per ora non abbisognano di nulla. 
Vestono lana, che tien la pelle sana, dicono i vecchi. 
Si sono incastellati di una colazioncella, che è poco 
meno di un pranzo. Il vento non se li porta di certo. 
Animo, dunque; su, allestitevi per partire. Posdomani 
ripasseremo, ma di là del lago in un convoglio della 
Tramvia ». 

Cosi diceva a' suoi il Maestro di ritorno dalla 
Chiesa, dove aveva celebrato la S. Messa prò defuncta 



— iy8 — 

maire sua. Non ci volle altro. Fu come invitare la lepre 
a correre. Pellegrine in groppa, cappellaccio in testa, 
viva la primavera ! In un batter d'occhio furono tutti 
alla barchetta, che doveva tragittarli all'altra sponda. 
Variata placent, dice il proverbio, e quel tragitto di un 
quarto d'ora piacque moltissimo. S'indirizzarono quasi 
di fronte e vollero provarsi a remare i fanciulli, bench< 
nuovi. Giannetto se ne stava fermo e zitto, né si mo- 
veva, né fiatava. 

» Remate più pari. Ci cullate troppo » — disse il 
Maestro — 

« La non ci pensi; guardavamo là... » 

2. Era un'occhiata pietosa al cimitero ! 

« Recitiamo un De profundis ai nostri cari e anch( 
alla bell'anima di Don Cristoforo Zambetti, che vi ha 
il suo corpo ». 

« Chi fu questo Don Cristoforo ? » 

« Fu Prevosto di S. Grata Inter-vites o Borgo Ca- 
nale in Bergamo, nobile figura di sapiente ed amorevoli 
Pastore, che tramanda e fa sentire la virtù de' suoi 
benefici d'una in altra generazione. Io l'ho conosciuto 
bene. Che uomo di Dio ! Come era soave il sorriso 
delle sue labbra ! Com'era serena quella fronte, che river- 
berava lo splendore dell'interno e altrui persuadeva 
santi consigli ! La sua voce, tutta impressa d'affetto, 
penetrava a diritto i cuori e loro infondeva la grazia, di cu 
Dio l'aveva fatto ministro. Acceso di carità e pur guidate 



199 



da uno zelo prudente, benché malaticcio si adoperava 
incessante a salute del gregge, che gli era stato dato 
in cura, e dove sorgeva la discordia, ivi recava la pa- 
rola di pace e d'amore. Senza animo di partito, onde 
ebbe a soffrire qualche noia, devotissimo al suo Superiore, 
tutti abbracciava e benediceva in Cristo, tutti confor- 
tava nelle opere di eterna vita. Se n'aveste poi veduto 
la soavità di modi e la prontezza di sana dottrina ! Era 
proprio l'immagine del buon Pastore, niente per sé, 
tutto pel suo popolo. Ecco perchè la sua memoria anche 
oggi è in benedizione ! Ecco perchè i suoi Parrocchiani si 
compiacciono ancora di narrare di lui, che edificò tanto 
colla sapienza e coll'esempio ! Quante volte, quando io 
ero fanciullo come voi, lo vidi seduto là su quel muric- 
ciuolo o sotto quelle castagne, all'ombra di quel boschetto, 
vicino a quella fresca sorgente ! » 

3. E rievocando queste dolci memorie e volgendo 
lo sguardo a quei cari luoghi, dove giovanetto badava 
alle pecorelle e per passare il tempo disfogava l'animo 
cantando i versi imparati a memoria sui mesi dell'anno, 
esclamò : 

« Addio, paesello romito, dove bevetti le prime 
aure di vita. Addio, clivi erbosi, dove pastorello passavo 
il giorno guardando il mite gregge, che quieto si aggi- 
rava sul vostro morbido letto. Addio, valli verdeggianti 
e fioriti margini dei rivi, dove, seduto all'ombra di spa- 
zioso faggio, sfogavo i sensi dell'anima, che mi traboc- 



200 



cavano dal cuore. Tiglio antico, dov'io mi raccoglievo a 
qualche più diletta preghiera o vagheggiavo rapito la 
figura del mio bel S. Giovanni, cari luoghi di pace 
e di contento, che già esultaste al suono della mia 
voce, quando cacciandomi innanzi le pecorelle in sulla 
sera mi riducevo, aspettato, a casa; ombre gioconde, 
che mi spandevate per entro un raggio di gioia, che 
ora s'innova appena all'apparir di primavera, addio ! 
Come solevo un giorno, non mi vedrete più fra di voi. 
Riguarderete però a quel lembo di terra pia, che, quando 
piacerà al cielo, accoglierà le mie povere spoglie, dove 
i miei cari dormono il sonno de' giusti e d'onde l'ottima 
delle madri par che mi parli e dica : Poni freno, o caro, 
al tao dolore ; io vivo felice ! » 

4. Al dolce delle antiche memorie si aggiungeva 
quella mattina, per viepiù dilettare i nostri, una mollis- 
sima arietta, la quale giocava insieme colla luce su quel- 
l'onda azzurrina, che là mostravasi come spianata e 
dormente, altrove scintillava al sole, in leggere ondicelle 
dolcemente increspata. Raggiunta l'opposta sponda, per 
un sentieruzzo lungo una valletta presero l'erta per 
Ranzanico. 

« Maestro, come si chiama questa piccola valle ? » — 
chiese Giannetto, che si era riavuto dalla paura della 
traversata, per gli altri cosi dilettevole. 

« Si chiama Ri ». 

« Non è la prima volta che lo sento questo nome 



— 201 — 

I colla differenza da Ri a Rè, l'ho udito anche da uno, 
:he non era bergamasco ». 

« Niuna meraviglia, Felice; perchè un tale vocabolo 
ficorre anche in Bresciana e altrove. Onde io verrei 
ìell'opinione che debba essere un nome comune, che 
significa corrente. E allora mi si aprirebbe qui largo 
:ampo a meditare come questa uguaglianza di suoni, 
Ir indicare la medesima cosa in molte parti delle Alpi, 
Ha. forza a presumere che un tempo le abbia abitate 
in popolo solo, i vivi monumenti dei quale sono ap- 
mnto le voci, che durarono uguali da que' tempi remoti 
■, attraverso un nuvolo di vicende, fino a noi. Guardate 
e carte topografiche delle Valli alpine e troverete 'Ri, 
tè e Rio ripetuto di spesso in questo luogo e in quello. 
j chi sa che il Reno medesimo, che nasce appunto 
alle Alpi Retiche del Canton de' Grigioni non sia che 
n nome fraterno di questi Rè ? Che se tu, che ti piaci 
1 latino e di greco, considererai che reo, mere e rivus 
embrano tutti germogli d'una sola radice con questo 
K conchiuderai naturalmente che il popolo alpino 
)sse un po' stretto di parentela colle genti elleniche e 
aliane ». 

5. Cosi diceva il Maestro andando, e perchè i fan- 
elli si fermavano spesso a riguardare il lago e la via 
le avevano fatto il giorno prima, li veniva stimulando : 

Spicciatevi, ragazzi ; se si tira innanzi di questo passo 
>n tante fermate, si va proprio nell'un via uno. Non 

pare ? Coraggio ! Entro io minuti siamo a Ranzanico ». 



202 



Ranzanico (ab. 1016, alt. sul livello del mare m. 519] 
si vede appollaiato, come un nido di rondini, sulla 
pendice meridionale del monte Quaranta e resta affatto fuori 
della strada maestra della Vallata. 11 suo territorio, messe 
a vigne e a boschi, si estende dalla destra sponda de 
lago di Endine fino al Pizzetto (m. 1209). I n un docu- 
mento dell' 8 30 è detto Branzanico, che, attese le con- 
dizioni topografiche della Memoria, corrisponde perfetta- 
mente all'odierna forma, che si trova anche nello Statuto 
del 1263 (Mazzi). Questo villaggio, che nel sec. X Villi 
contava a mala pena 200 abitanti (Maironi), un giorni 
era più popolato e più florido che non è al presente! 
NeHe sue vicinanze, specialmente dalla parte dell'Oratori! 
di S. Bernardino, si trovano ancora, scavando, le fonda 
menta di antichi fabbricati. La peste del 1630 vi de8 
aver menato un orribile guasto. Nell'Araldica dei Cont 
Suardi si accennano alcune famiglie di Ranzanico, che, 
ebbero a fare coi Suardi di Bianzano : Maffo Bottan 
de' Conti nel 1457 stipula un contratto con Fausti! 
Suardi; l'anno 1465 i consoli e i sindaci di Ranzanico 
e Tentaldo Suardi a titolo di semplice locazione investono 
Giacomo de Roveri della Torre di varii beni del Comune, 
nel 1471 il Sig. Gualtiero milite de' Suardi vende si 
Bettino e Antonio Sigoldi di Ranzanico una pezza dì 
terra prativa nella contrada di Nogali ; l'anno 1473 j 
Sig. Alinolo Suardi vende a Nicolino Sigoldi delle terni 
in Ranzanico. Vi sono poi nominati tre notai di Ranzaj 



OF THE 



i!N v 



— 203 — 

nico: Cristoforo Zalea (148 1), Antonio de' Finardi (1485) 
e Cristoforo Fara de' Fari, Fabe de Fabiis (1485). 
Altro notaio, Gardonus de Gardonibus, è registrato in 
una Pergamena dell'Archivio di Mologno. Anche dei 
Suardi abitavano a Ranzanico, tra' quali Minolo, vendi- 
tore a Pietro Bettoni (1485). Agli anni 1507, 15 14, 
1527 si ricordano le famiglie Mapelli, Brocoli e Bortolotti. 

La Parrocchiale antica, solennemente dedicata al- 
l' Assunzione di Maria dal vescovo Lodovico Donato nel 
1476, andò distrutta. L'attuale, incominciata nel 1786 
sotto il Parroco Bossi, nel 1897 fu aggrandita e con- 
sacrata con bella festa nei 1901. E' una chiesa vasta, 
ben acconcia e pulita. Vi sono anche alcune buone pit- 
ture, tra le quali il battesimo di Nostro Signore, attri- 
buito a Palma il giovane (Maironi). In una Pergamena 
di Mologno si ha che nel 1484 era Parroco di Ranza- 
nico un don Angelo Gualdinis di Verteva. 

Osservata ogni cosa, la compagnia volle visitare il 
Parroco, don Giovanni Testa, succeduto a Pialletti, il 
quale li ristorò d' un bicchiere di vino bianco. Fatti i 
primi convenevoli, egli venne fuori a lamentarsi dolce- 
mente del Maestro pel farglisi vivo cosi di rado e fu a 
stento e a forza di salde ragioni che si indusse a la- 
sciargli continuare il viaggio senza tenerlo a pranzo, 
come voleva. Oh quanta libera cortesia in un povero 
Parroco di montagna ! E che grande vergogna per certi 
ricchi abitanti della città, dal cuore misero e gretto! 11 






204 



buon vino del Parroco aveva rifuso in corpo ai nostri 
tale una lena, che in pochi momenti, passando per 
prati, a cui fa bella corona il signorile palazzo de' SuardiJ 
e poi per campagne, si trovarono al Fontanile. 

6. Ecco la Filanda, dove la mattina del i febbrai» 
1898 avvenne una tremenda disgrazia ! I fanciulli, che 
ne erano affatto allo scuro, ne desiderarono sapere quaj 
cosa, e il Maestro disse : 

« Cari miei, anche solo a pensarvi, mi si drizzanl 
i capelli sul capo. Quella malaugurata mattina 1' abi- 
tuale silenzio della Valle non era rotto che da singulti 
e da fremiti di pianto, lo lo seppi il giorno dopo, mentre| 
discendevo da città per celebrare a S. Bernardino. Dim 
nanzi all' Istituto Botta un signore mi avvicina e: Non.- 
ha sentito, — mi dice — della disgrazia di Ranzanico? - 
Signore, non ne so nulla. Che è stato ? — E lì per IV 
mi racconta sommariamente il doloroso fatto. 

Verso le ore 8 un turbine di vento, penetrato da 
sud-ovest nella Valle Cavallina, aveva scoperchiato una^ 
casa a Figadelli e poi, attraversato il lago, le cui acque 
ne furono sommosse in modo spaventoso, si era scatd 
nato con tutta la furia su questa filanda. Fin dalle 5 1 
mezzo qui ferveva il lavoro, quando funesto, tremendo: 
capita il turbine, che scuote lo Stabilimento, rinversa:, 
le gronde e avvolge nelle sue spire, infuriando, il camino;' 
io contorce quasi all' altezza del tetto, lo schianta e lo 
rovescia, vinto gigante, sulla gran sala del lavoro. Fu 



205 



: affare di un attimo. Dalla spalancata voragine, fra 
n immenso polverio, che il vento subito disperse, si 
Izò, straziante, un grido immane di spavento, che fu 
dito fin su a Ranzanico. Le operaie rimaste incolumi 

ferite leggermente si precipitarono terrorizzate giù per 
ripida scala di legno, che mette al piano sottostante 

quindi al cortile. E fu un vero miracolo, sapete, se 
ella vertiginosa fuga non si ebbero infortuni anche più 
'aridi. Lo spavento aveva preso gli animi così, che le 
ceraie più tardi, quando ogni pericolo era scongiurato, 

rifiutarono decisamente di risalire nella sala del lavoro 
ir togliere dai naspi le matasse di seta. Ma se il ter- 
re fu grandissimo, le conseguenze del disastro si pa- 
sarono subito non meno tremende. Il camino cadendo 
'èva travolto con sé il tetto di/circa, una terza parte 
Ila sala di filatura, abbattendone i cavalietti in grosse 
ivi e, tutto schiacciando e rovinando sul suo passaggio, 
erai e macchine, aveva sfondato il pavimento della 
la stessa, ed i rottami, frammisti a cadaveri ed a feriti, 
ìrano ammonticchiati, massa informe, nella sottoposta 
cina. I primi soccorsi furono prestati da operai addetti 
o stabilimento, da altri caritatevoli e dai medici di 
inzanico e di Endine, volati qua alla prima voce, che 
ne sparse. Miserando spettacolo ! Alcune filatrici 
nnero estratte dalle rovine già morte e altre morirono 
igo il trasporto. Fra le agonizzanti fu trovata una 
>vane di 18 anni, Maddalena Flaccadori di Ranzanico, 



20Ó 



da soli 22 giorni maritata ad Alberti Luigi. Questi, ac-, 
corso tra' primi, non appena vide la sua consorte tuttaìj 
insanguinata e pesta, pazzo dal dolore, se la recò in! 
braccio e tempestandola di baci si avviò di corsa suj 
pel monte verso il paese. Infelicissimo ! Quando vi giun- 
geva non baciava più che un cadavere... ! » 

I fanciulli, che non avevano mai sentito tanto, pian- 
sero per compassione, e Felice colla voce strozzata ebbe 
a mala pena il coraggio di domandare : 

« Quante furono le vittime ? » 

« Nove ! — rispose il Maestro — e le operaie ferite 
ventitre ». 

« E i funerali dove si fecero ? 

« A Ranzanico il 3 febbraio. Se aveste veduto che 
calca di gente e che profonda mestizia sul volto di tutti 
Io mi avvicinai a quei feretri coperti d'un nero drappi 
e sui più di loro scorsi un bianco velo con una medaglia 
Ne presi in mano una, che da un lato portava l'imma 
gine dell'Immacolata e dall'altro la scritta — Sono figlia 
di Maria — Quali sensi allora io mi abbia provato noi. 
vi saprei dire. Ricordo però che esclamai : Celeste Madri' 
di queste figlie innocenti, che nell'aprirsi della vita hannd 
trovato in modo cosi tragico la morte, abbiate piejj 
delle loro anime e stendete sopra di loro il manto dell; 
vostra dolce protezione ! — Quando poi dal palazzo < 
signori Suardi si mosse Fintermmabile corteo di orari 
e di piangenti, il signor Prevosto non potè più frenarsi 



207 



pparve così lacerato dal dolore e scoppiò in un pianto 
osi dirotto, che io temetti proprio non forse avesse ad 
npazzirne. Poveretto ! Quanto profondamente divise la 
ventura de' suoi Parrocchiani ! » 

7. Un quarto d'ora dopo, passando per Roncalia, i 
ostri pellegrini si trovavano ad Endine (ab. 1492), che 

capo del lago si distende come un candido lenzuolo 
)pra una piccola eminenza alle falde del monte Botta, 
lei castello di questo villaggio, che forse trae il suo 
ome dal tedesco Das Ende, capo, nel febbraio del 
153, come riferisce il Ronchetti (Voi. III.), si scrisse 
na pergamena, secondo la quale da quattro consoli 
ella rocca di Solfo si cedevano, dietro compenso di 23 
re in buon argento, a Gerardo, vescovo di Bergamo, 
Icuni beni in Almenno e Sorisole. 
- Nelle sue vicinanze, di mezzo ai prati, nasce la 
Mera, copiosa fonte perenne, che alimenta il lago. Alle 
idici del promontorio, si cui signoreggia il paese, è una 
.rga pianura, già coperta dalle acque, che presso a 
oco vi stagnavano; ma ora, per l'abbassamento del 
vello del lago e per la diJatazione della sua foce vicino 

castello di Monàsterolo, rimasta a secco e convertita 
tilmente in fertilissimi campi e prati. Né Endine solo 
ode di questo beneficio. Ne risentono anche gli altri 
aesi della riviera, che respirano un'aria più salubre ed 
anno nuovi grandi tratti di terreno ridonato alla rige- 
eratrice agricoltura. 



I 



208 



« Maestro, che è quella fabbrica nuova che si vede 
lassù ? » 

« È V Asilo Infantile, inangurato solennemente 
24 gennaio di quest'anno medesimo. È davvero un grande 
e magnifico edifizio, da' bèi cortili e dalle ampie sale, 
dovuto allo zelo e all'attività proprio ammirabili dell'at- 
tuale Arciprete, Don Antonio Berardelli, nell'opera filan- 
tropica aiutato dalla fiorente Cassa Rurale e dai Par- 
rocchiani, i quali, come diceva egli stesso la sera delk 
inaugurazione sviluppando con fine umorismo qnestc 
tema — Il conto senza l'oste, — sono pieni di denarc 
e di buona volontà. Vicino è l'Oratorio festivo, che 
raccoglie la brava gioventù maschile di Endine. La Cap- 
pella poi non è nuova; essa rimonta forse al principio 
del secolo passato e fu eretta dai nob. Gelmi di qu 
per uso proprio e pei giovani alunni del Collegio de 
Gesuiti di Brescia, i quali, almeno per alcuni anni 1 
seguito, dal loro Rettore, membro della Famiglia, ci 
erano condotti a passar le vacanze ». 

Attraversato il paese da cima a fondo,arrivarono ali? 
Parrocchiale, dal P. Calvi detta chiesa matrice nulliu\ 
plebis, di bella architettura e ornata. Possiede una Re< 
liquia insigne di S. Remigio, vescovo di Reims, il cu; 
Oratorio, fabbricato sulle rovine di un altro antico, di-: 
strutto dalla valle dei Fondi, è un poco fuori del vii' 
laggio, dove gli Endinesi si recano processionalmente 
più volte l'anno a ringraziare il Santo che nel 163C 



— 209 — 

preservò i loro padri dal terribile flagello della peste. 
Fra le pitture, vi si vede, in ottimo stato, il quadro 
della B. V. del Rosario coi 15 misteri, opera del celebre 
Cavagna, sostituito ad uno, che andò sciupato, del Rizzi 
da S. Croce. Vanta un paramento completo, di disegno 
artistico bizantino, con 30 figure, tutto a ricami in seta, 
fatto dal sig. Felice Biella di Milano. Di fronte alla porta 
laterale spicca la graziosa e miracolosa Cappella della 
Madonna di Lourdes, fabbricata nel 1897, ai piedi della 
quale traggono divoti non solo gli Endinesi, ma anche 
gli abitanti delle Parrocchie vicine. Come risulta dal- 
PArchivio Parracchiale, primo rettore di Endine fu Don 
Felice Morandi, morto nel 1632. Nel 1687 ci veniva, 
promosso da Rova, Don Giuseppe Giorgi, al quale, ad 
istanza dei signori del paese, da Mons. Ruzini, vescovo 
di Bergamo, venne conferito, anche pei successori, il 
titolo di Arciprete. Dal 1786 al 1835 governò Don In- 
nocenzo Ferrari di Grumello, uomo insigne per virtù, 
per dottrina e per prudenza. 

8. Riverito il sìg.. Arciprete e discesi sulla via na- 
zionale che il Correnti chiama una delle vie romane 
. della Provincia, il Maestro disse : 

« Figliuoli, prima di allontanarci di qui, voglio che 
sappiate come Endine negl'ultimi anni del secolo XVIII 
fu capitale della Quadra di Valle Cavallina, da En- 
fatico fino a Lovere ». 

« Oh bella ! Ma per quali rivolgimenti potè essere 
questo ? » 1* 



— 210 — 

« Per la rivoluzione di Bergamo, che nel 1797 s'in- 
corporò alla Cisalpina ». 

« Che cosa fu questa Cisalpina ? » 

« La Cisalpina fu una Repubblica, formata il 28 
Giugno 1797 da Napoleone Bonaparte, coll'unione delle 
altre due Cispadana e Traspadana, costituite dal mede- 
simo il 20 Settembre dell'anno innanzi, e comprendeva la 
Lombardia austriaca, le province di Bergamo, Mantova, 
Brescia, Cremona, Bologna, Ferrara e Ravenna, parte 
di quelle di Verona e di Rovigo, i principati di Massa 
e Carrara e la Valtellina e n'era capitale Milano. Dopo 
varie vicende e larghi accrescimenti si disse Regno d' Italia, 
che durò dal 1805 al 18 14, anno, in cui Napoleone 
abdicò a Fontainebleau. Ma torniamo al 1797, quando 
a Roma scoppiò quella terribile rivolta, che riuscì alla 
mostruosità della Republica Romana ; quando il Maggior 
Consiglio di Venezia piegava vigliaccamente dinnanzi a ; 
quel beffardo liberatore di popoli, che fu Napoleone I ; •■ 
quando, finalmente, nella nostra Bergamo, inauguratasi j 
la Cisalpina, brutto nome che sottintendeva Francia, « 
fra gli altri, fu manomesso il Convento di S. Agostino, .' 
gli eremitani cacciati in bando e il grande tempio de- j 
stinato ad usi profani ! » 

« Ma sa che la mi mette un nuovo prurito di sapere 
come andò la faccenda e perchè queW'uom fatale si im- 
mischiò nelle cose nostre ? » 

« Per una sete inestinguibile di grandezze, per un 



— 211 — 

L, 

bisgono insaziabile di sentirsi superiore agli uomini e di 
'dominarli, ti risponderò con Guglielmo Ferrerò. Questo 
['certo gli stava più a cuore che non il creare libera e 
indipendente la nazione italiana, come andava b'aterando 
il beffardo, che dalle sponde del Nilo aveva sentito le 
nostre disg7'azie e, ancora tinto di sangue, ancora coperto 
di polvere, era volato al nostro soccorso (Lett. di Nap.)... 
Mise poi gli occhi sopra Bergamo, perchè gli parve bello 
e forte arnese da. fronteggiare tutti i popoli della terra 
ferma Veneta, sulla quale aveva fatto disegno. Ed ec- 
coti, Felice, come fu la cosa. La sera del 25 Dicembre 
(come scrive il nostro Giuseppe Locatelli che leggerai 
più tardi e qui ti dispoglio dicendo), sera fredda e nu- 
volosa, per la porta S. Bernardino entravano, con lan- 
terne e fiaccole alla mano e con certe uniformi non 
viste mai, 1000 uomini di fanteria, 200 dragoni, 30 
cannonieri a cavallo a 94 a piedi con quattro pezzi di 
^artiglieria, cupamente rimballanti sull'acciottolato. Erano 
Fiancesi comandati da Baraguey d'Hilliers, che sfilavano 
tra due fitte siepi di curiosi, molti dei quali si erano 
spinti ad incontrare i nuovi ospiti fino a Stezzano. Ma 
l'attitudine di quelle truppe straniere, che si dicevano 
le annate liberatrici, i buoni amici di Venezia, era mi- 
nacciosa. Quella sera stessa il Baraguey, accompagnato 
da 50 dragoni, si presenta nel palazzo pretorio in Cit- 
tadella ai conte Alessandro Ottolini, capitano e vice 
podestà di Bergamo, e con fiero cipiglio gli domanda 



212 



l'autorizzazione di occupare quella notte, in nome di Bo- 
naparte, il castello e la città. L'Ottolini non se la sente 
di mettersi in sul diniego, e cosi città e castello passano 
in breve ora dal dominio apparente della Serenissima 
a quello di fatto de' Repubblicani ! » 

« Maestro, se ci fossi stato io, non avrebbero fatto 
tanto arditezze ! » 

« Figurarsi !.. Con questa tua imponente persona.... 
alta come un soldo di formaggio... Sta' buono, Giannetto; 
ti avrebbero spazzato via come una pagliuzza...» 
« Accipicchio ! Che amici ! Alla lontana ! » 
« Ah ! proprio, Beniamino. Ma c'è di peggio. II 
Baraguey aveva assicurato i Bergamaschi, che egli era 
venuto collo spirito di pace e di concordia e che le sue 
truppe avrebbero portato rispetto alle persone, alle cose, 
alle opinioni ed agli usi della cittadinanza. Invece si eb- 
bero tosto disordini gravissimi che il conte Ottolini non; 
poteva prevenire e dei quali il Baraguey lo incolpava. 5 . 
L'insolenza dei Francesi andava crescendo ogni giorno- 
più, specialmente dopo che ebbero convertito la Piazza? 
Vecchia in quartiere, in sala da ballo, in campo di evo- 
luzioni ». 

« E il popolo intanto che cosa faceva ? » 

« Folleggiava e delle sue grida giulive riempiva le 

vòlte del palazzo ducale ; insomma, perchè gli era cod 

sentito, inconscio di tutto si divertiva. Ma le insolenze, 

che i Francesi commettevano in quotidiane baldorie 



213 



nelle case private e nelle bettole indussero l'Ottolini a 
prendere qualche misura di precauzione e a scrivere di- 
spacci sopra dispacci a Brescia e al Grande Consiglio 
de' Savi a Venezia, i quali gli rispondevano colla in- 
differenza dei rimbambiti. Essi non volevano irritare 
l'amico Bonaparte !... A Bergamo, invasa da emissarii 
e franchi muratori, si era vicini all'ultima ora per la 
Serenissima. Fra gli emissari di compagna fu quella 
buona lana di Lhermite, brigante della più bassa 
lega (Memoria di Landrieux), profugo della Francia, 
cera scomunicata, collo da forca, il quale s' era as- 
sunto V impresa di lavorare lo spirito pubblico a 
Bergamo. E ve lo lavorò così, che il 22 ventoso 
{12 marzo) la gente della città e dei borghi al suono di 
violini correva debaccando, vituperando e minacciando 
per le vie e gridava a squarcia gola : Viva la libertà / 
Al diavolo il Senato ! Morte aW incendiario (il Podestà) ! 
Povero Leone di S. Marco ! Il suo prestigio era precipi- 
tato per sempre ! Nelle prime ore del mattino del 1 3 
li era visto abbassarsi lo stendardo glorioso, che da se- 
coli, cioè dal 1428, sventolava dal torrione del castello 
•di Bergamo, che da quel punto, rappresentata da una 
nuova Municipalità Provvisoria, si erigeva in Repubblica ». 

« E che avvenne dell' Ottolini ? » 

« I Municipalisti, conte Pietro Pesenti e conte Gior- 
dano Alborghetti, accompagnati da quel ceffo di Lhermite, 
gli intimarono solennemente di partire entro un'ora. E 



214 



FOttolini partiva subito da Bergamo alla volta di Bre- 
scia, abbandonando alla disperazione la famiglia, che lo 
seguì prima di sera coi propri bagagli ». 

« E Venezia che disse, che fece per tutto questo ? » 

« Per forza dovette togliersi tutto in pace. Bergamo,, 
considerata la città più devota, più fedele a S. Marco, 
le si era ribellata e ciecamente armata contro... ed ave- 
va già piantato con pompa magna, canti e suoni, il suo 
bravo Albero della Libertà... » 

« E Dio sa che cosa si sarà cantato in quella citta- 
dina baldoria...! » 

« Canti rivoluzionari : la Marsigliese — Allons, en- 
fants de la Patrie..., la Carmagnola — Dansons la Car- 
magnole, vive le son, vive leson... e il Ca-ira — Ohi 



ca ira, ca ira 



Les aristocrats à la lanterne ! 

Oh! ca ira, ca ira! 

Les aristocrats on les pendra...! » 

« Parbleu ! — esclamò Beniamino — che razza u 
complimenti ! » 

« E poi Venezia doveva pensare ai casi suoi. I Fran- 
cesi, occupata Bergamo (poiché, il nostro popolo vi era 
sovrano per celia ), in nome di Bonaparte, corrompend< 
e sobillando le città, erano passati di vittoria in vittoria 
e il 16 Maggio di quello stesso anno 1797 Baraguey 
cPHilliers, che, meno di 5 mesi addietro, era entrato 
Bergamo, parodiando la favola di Fedro « Il lupo 



215 



l'Agnello, che bevono alla stessa fonte » incolpando i 
Veneti di non aver mantenuto la pattuita neutralità, 
alla testa di 6 mila uomini umiliava la già tanto gloriosa 
Regina de' mari, che in quel punto deponeva vilmente 
una sovranità durata circa 14 secoli. Allora i nostri 
Municipalisti, affatto al sicuro da parte degli antichi 
padroni, si abbondonavano ad una gioia sfrenata e, al- 
l'ombra della bandiera cisalpina dai tre colori bianco, 
rosso e verde, governando militarmente presero a spa- 
droneggiare nelle Valli e al piano, a fare man bassa 
su tutto, a mettere in ferri e anche a fucilare spieta- 
tamente i marcolini sammarchi ossia fautori dei Ve- 
neti. Non è necessario che vi ripeta la cacciata dei 
Monaci di S. Paolo d'Argon. Non poche noie ne ebbe 
a soffrire il Prevosto di Trescore, Don Pietro Bana, che 
si levò da forte contro le settarie teorie, nel suo discorso 
inaugurale alla Società di pubblica istruzione messe 
fuori dal cittadino Lorenzo Mascheroni, che, non nella 
balda inesperienza della giovinezza, ma nel fiore della 
virilità, s'era lasciato infelicemente trascinare dal vor- 
tice di quel rivolgimento. Si oppose a spada tratta anche 
alle empie massime sostenute nel Patriota Bergamasco 
e nel Giornale degli Uomini Liberi. Ne fu pure tribù- 
lato Don Andrea Salvatore Locatelli di S. Simone, Pre- 
vosto di Borgo di Terzo, il quale, mentre tutto vacillava 
e cedeva, seppe dignitosamente star fermo al suo posto. 
Il 16 Agosto di quell'anno il Consiglio Militare di Ber- 



2IÓ 



gamo condannava a 2 mesi di stretto carcere il Prevosto 
di Monasterolo, Don Battista Cadei, reo di non essere del 
parere del nuovo Governo. A Spinone i soldati Francesi, 
comandati dal Landrieux, impiccarono per la gola 7 mar- 
colini, e Luigi Bana, carbonaio di Ardesio, d'anni 28, il 7 
Agosto in Clusone si ebbe il piombo repubblicano nel petto, 
per avervi osato tagliare V Albero della Lìbej'tà (Locatelli)! » 

« E la durarono molto i nostri Municipalisti in quegli 
illimitati poteri ? » 

« Cinque mesi alPincirca, dopo i quali anche per 
loro, sempre in nome del Bonaparte, suonò l'ultima 
ora. Nel mese d'Agosto la Bergamasca, chiamata da 
quel punto Dipartimento del Serio, fu unita alla Ci- 
salpina e divisa in 37 Quadre Cantoni, tra' cui 
quello della Valcavallina, che aveva Endine per capitale. 
Ma a Bergamo, un po' pel giolito di essere cisalpini e 
un po' per la pace avvenuta tra la Francia e l'Impe- 
ratore tedesco, la baldoria durò tutto quell'anno malau- 
gurato, che però ne' suoi ultimi giorni in una casetta 
di Borgo Canale vedeva nascere una delle nostre più 
fulgide glorie musicali, Gaetano Donizetti ». 

9. Lungo la via nazionale nelle vicinanze di casa 
Cavalletti un Tizio, frugato da invincibile curiosità, si 
accosta all'allegra compagnia e : Di grazia, Vossignorie 
con forestieri ? — Sì — rispondono essi secchi, secchi 
— E si potrebbe sapere... — Che cosa ? — Donde sono 
i signori ? — Oh ! questo sì. Noi siam tutti di là oltre. 



— 217 — 

ria... ben lontano, dove non è ammalato ognun che 
j sano — Ho capito — soggiunse il curioso. — E aveva 
;apito benone, perchè fece un inchino e prese taciturno 
Der un sentiero, forse a meditare che il voler sapere i 
: atti altrui non è il diritto di tutti. Così commentando 
a risposta del Maestro, che pur ne rideva la sua parte, 
a brigata salì alla Rova (ab. 484). 

io. Questa contrada si adagia ad una collina alle 
"adici di Botta Alta, in un territorio in molta parte 
oltivato a vigna. Nel 1675 si separò ad a Solto e da 
smate e fu eretta in Parrocchia, e il io luglio di quel- 
'anno Daniele Giustiniani, vescovo di Bergamo, consa- 
rava la Chiesa col titolo della SS. Trinità ; ma la Parrocchia, 
m tardi troppo angusta per la cresciuta popolazione, verso 
1885 fu allungata di 8 metri e ridotta alla bella forma 
iresente dal munifico Parroco attuale, Don Carlo Cam- 
ilani, successo a Suardi Don Andrea. Il Complani 
lei 1900, come memoria del sec. XX, dedicato a Gesù 
redentore, sulla via, che guida allo stradone, faceva in- 
alzare il gentile Oratorio della Madonna di Pompei, 
'rimo Parroco della Rova fu quel Don Giuseppe Giorgi, 
he nel 1687 veniva promosso ad Elìdine col titolo di 
arciprete. Al di sopra del villaggio si trova un gruppo 
li case, detto Palate, forse da Palatium villa di qualche 
ntico signore. Verso est, a 339 metri sul livello del 
tiare, è il laghetto di Gaiano, alle spalle del quale sorge 
ina montagnuola, che è un gruppo di pietra calcare nera, 



: 



21 



variamente stratificata e fessa e vi sembra quasi rcp 
sciata dall'alto. Quivi la Valle offre un aspetto piuttosto 
orrido e, se cammini intorno alla montagnetta, senti un 
rimbombo sotterraneo, come sopra una vòlta artificiale 
sonora. Non lungi di là, verso sud, sono dei banchi 
torba, come dinnanzi ad Endine. 

il. La postura più ridente della Rova è un pog£ 
vicino alla Chiesa. I nostri, con buona licenza del Par- 
roco, che vi ha il paretaio, vi si vollero recare e, quando 
vi furono, il maestro disse : 

« Se ne togliete Figadelli, che resta dietro a qui 
dosso laggiù, voi avete sottocchio tutto il Piangaiani 
separatosi dalla grande Comunità di Solto l'anno 1742 
(Maironi). Quella contrada, che ci guarda da mezzodì 
è Pura Pora; l'altra più verso noi, è ValmaggioM 
un giorno forte di un castello, detto dai nostri storie 5 
Rocca Maggiore di Piangaiano, che sorgeva precisa 
mente sul promontorio, che gli sta di fianco, in mezzi 
a quelle due valli. I Bosio, proprietari, scavando ci trq 
varono stili e altre armi e ossa gigantesche e aneti] 1 
oggi si vedono nel bosco alcune rovine di vòlti a tuff 
e di muraglioni. A chi appartenesse anticamente, no? 
si sa. Forse alla famiglia Gaia di Lovere, un d 
assai potente in questi paesi. Quello che è certo si i 
che il luogo, sia per difesa sia per offesa, non potevi 
essere più apportano ». 

« E quel caseggiato là tra Valmaggiore e S. Remigio 
che ha tutto l'aspetto di un convento, come si chiama ? > 



— 219 — 

« Non lo sai, Felice ? — rispose prontamente Be- 
niamino — I Frati, e io ci vado spesso colla mia mamma 
I trovare il nonno ». 

« Ci sono stato anch'io, ma non ci ho mai veduto 
lei frati ». 

« C'erano una volta, Giannetto, ma poi si ritirarono' 
>arte a Lovere e parte a S. Maurizio, che vedremo do- 
nani su ai piedi di quel monte rotondo — Ora osser- 
vate i Pratilunghi, ossia il piano che ci si distende a 
inistra, forse già proprietà della famiglia Gaia di Lovere. 
: singolare davvero questo piano ! Voi lo vedete tutto 
èminato di colli di poca altezza, ma così sterili, che la 
ireste una regione desolata e maledetta. Appuntate il 
annocchiale e sopra un rialzo nel luogo più centrico 
el piano scorgerete un bel gruppo di quattro massi di 
renaria rossa, massi erratici, non v'ha dubbio, che, 
lentre contrastano colla roccia calcare circostante, rap- 
resentano il terreno glaciale. Quando io ero studente, 
on una volta sola mi recai a quel gruppo, in cui, come 
favoleggiava, vedevo un monumento, un altare celtico 
druidico, attorno al quale, chiamati dal suono del corno,, 
sarebbero raccolti al sacrificio i pastori del vicinato ». 
« Ma non potrebbe essere un dolmen, che, come 
o letto, consta appunto di tre o quattro macigni ? » 
« Senti, Felice; il trovarsi proprio fermati sulla cima 
rialzo indusse anche alcuni archeologi a classificarlo 
ix tale; ma i dolmen, oltre all'essere sepolcri anziché 
tari, non appartengono neppure ai Celti (Amighetti) ». 



1 



— 220 — 

« Infatti, pare impossibile che i Celti sieno venuti 
ad erigere un monumento in questi luoghi ». 

« Impossibile del tutto, no. Posto però che quel 
gruppo sia un monumento, ve lo possono aver trovato »J 

« Proprio sulla cima e poi contrastante agli altri 
sassi, che lo circondano, come può essere ? » 

« 11 fatto veramente sembra un po' strano, ma 
naturalissimo. Dei gruppi di questa sorte se ne vedono 
anche sull'estrema vetta del monte Glemo e sull'alti- 
piano di Posem. Non parlo poi dei massi erratici sparsi 
nelle regioni dei depositi glaciali ». 

« Dunque ? » 

« Dunque può essere che il gruppo dei Pratilunghi 
vi sia stato deposto dal ghiacciaio della Valle Camonica* 
che con un ramo ebbe ad occupare anche la Valle 1 
Cavallina ». 

« Maestro — sorse a dir Beniamino, la cui atten 
zione si era acuita — sarebbe un grande errore il ere 
dere che quei massi là sieno precipitati dai monti, che 1 
ci stanno d'intorno ? 

« Tutt'altro ! Anzi poteva anche essere un solo pezzrJ 
lassù, che poi si sarebbe spaccato battendo sopra la' 
roccia dopo un salto vertiginoso ». 

« Capisco... ma quel poggiare proprio sul culmina 
del colletto, come ora vedo bene anch'io, nel luogo più 1 
■centrico del piano, così da far sospettare che sia opera 
dell'uomo, con sua buona pace, per me è un fatto molf| 
singolare ! » 






« Come vuoi ; ma quando dagli studi dell'epoca gla- 
iale risulta che nella nostra regione avvenne un solle- 
r amento posteriore a quell'epoca, possiamo dire : É pos- 
itele che questo masso siasi innalzato dal fondo della 
-alle sino a questo livello insieme col rialzo che lo 
orta ». 

« Ma... insomma, passandoci anche del modo, onde 
uel gruppo ci sia venuto, non potrebbe essere un vero 
'olmen o artefatto o naturale ? » 

« No, caro. I veri dolmen, questi monumenti o se- 
deri di tempi preistorici, risultano di almeno due ma- 
igni, non tagliati, collocati verticalmente, a cui sta 
Dpra una gran lastra o tavola di pietra, che serve di 
tto o di coperchio, così da formare una specie di 
tanza. Ma nel nostro gruppo non vi è proprio nulla di 
atto questo. Inferma, scrive l'Amighetti, è anche Popi- 
ione di coloro, che vorrebbero vederci un altare druidico. 
i sa che i Druidi, sacerdoti dei Celti e dei Galli, sa- 
'ifìcavano non all'aperto, come sarebbe la cima di un 
judo colle in mezzo ad un piano, ma nel più riposto 
pereto delle selve e, per lo più, sotto le querce, dalle 
|ali coglievano il sacro vischio. Resta dunque che il 
eduto dolmen o altare druidico è un bel gruppo di 
lassi erratici d'origine glaciale ». 

Giannetto, che era troppo acerbo a siffatte discus- 
l'oni e non sapeva star fermo e soffriva, un po' secca- 
lente uscì fuori : 



— 222 — 

« Oh ! scusate tutti ; ma voialtri mi fate venire la 
testa come un cestone. Quando poi vedremo il Sebino 
e le sue isole ? » 

Fu come il segnale della partenza. 

12. Discesi di là e varcato il ponticello sulla valle 
della Rova, i nostri osservarono lo spartiacque, formato 
dalle materie alluvionali dei monti di destra, dove un 
canale della profondità di qualche metro potrebbe unire 
i due laghi, di Gaiano e di Endine, che pure un giorno 
dovevano formarne un solo, congiunto coli' antico lago 
glaciale, ora scomparso, di Pianico. Questo proponeva 
già fin dall'anno 1587 Galeazzo Foresti, cittadino di 
Solto. La proposta venne letta nel Consiglio di Bergamo;; 
ma non ne fu nulla (Calvi). Su per la valletta di Pan- 
teno, tetra,' profonda, una strettoia di erosione, si fer- 
marono uri po' ad esaminar da vicino quegli straterelli sol 
tilissimi (corna mata), che contengono il bactrilium sirìoìM 
tum ossia un organismo vegetale fossile, una specie di , 
piccolissimo tubo, non distinguibile che ad un occhio molte» 
esercitato in simili ricerche (Amighetti). Oltre il. molino' 
la vista comincia ad allargarsi e all'altezza di 520 metri 
circa per la via di Fonteno si presenta un orizzonte,! 
un paesaggio proprio uscito dalle tavolozze del Poussin' 
e di Salvator Rosa. Pare che a bella posta natura abbia' 
adunato in quella valletta la tetraggine e l'affanno del 
l'animo e del respiro per poscia allargare l'uno e l'altro 
con non prevista ampiezza di luoghi, signoreggiati dal 
sole e rallegrati da qualsiasi amenità. 



223 



13. Chi giunge per la prima volta al poggio d'oro 
;nte che cosa sieno dolcezza di solitudine, vita libera 
riposata, contentezza di cuore. 

« Corpo di Macone ! Questo è proprio un luogo 
i cantato ! » 

« Davvero, ragazzi ! Ecco il Sebino ! Che gemma 
lago ! G. Uberti ne parlava così : — È piccolino... se 
confrontiamo col vicino Benaco; ma piccole sono anche 
gemme... E appunto una gemma è il Sebino, una 
>mma graziosissima, leggiadra, come pochissime altre e 
aziosamente incastonata dall'artefice divino fra le più 
teressanti prealpi. — A questo brano, sapete, si ispirò 
Sac. A. Amighetti nello scrivere il suo bel volume, 
[titolato — Una Gemma Subalpina. Eppure, bisogna 
rio, il Sebino non è abbastanza stimato, perchè non 
bastanza conosciuto ! Vi ebbe chi disse che invano al 
ììbino si cercano le aurore superbe, che fanno brillare 
emme i seni del Benaco ; che invano si chiedono 
le sue cime le note infuocate del tramonto, come le 
rigne ed il Resegone le danno alle scene del Lario. 
la se il Sig. Arturo Cozzaglio avesse soggiornato qual- 
ìe poco ne' suoi dintorni, non avrebbe tardato a trovarvi 
lanto di più splendido possono offrire gli altri laghi 
mbardi. Il Sebino ha una vera e propria letteratura. 
x illustrato da romanzi e cantato in latino ed in ita- 
Imo dal Muzio e Teofìlo Folengo (Merlin Coccaio) a 
lostanzo Ferrari ed Angelo Fava. Né poteva essere al- 



224 



trimenti. Miratelo. Ecco laggiù il Montisola così beli 
così romantico, colla rocca Martinengo, che lo domina, 
e co' suoi incantevoli terrazzi. Se l'aveste a percorrere, 
vi vedreste la scena mutarsi ad ogni passo. A mezzodì 
di Montisola sorge l'isolotto di S. Paolo, l'isolotto mi- 
sterioso, dove era un convento fondato dai Francescara 
nel secolo XIV, verso la fine del XVIII dichiarato proprietà, 
nazionale e poi in gran parte demolito e ridotto ad abf 
tazione civile. Eguale sorte subì il monastero, che in- 
coronava l'isolina di Loreto, che vedete laggiù a nora 
della grande, di fronte a Marone e a Sale Marasino >>. 

« Maestro, come si chiama quella montagna là, 
proprio di fronte a noi ? » 

« Corno dei Trenta- Passi (Alt. m. 1248). Vedi Giari 
netto, che creste rigide, eccelse e addentellate ! Non ti 
pare che lanciandone un sasso con poca fatica raggiun- 
geresti il lago ? È un orrido davvero bellissimo, di cui 
difficilmente in questi dintorni si trova V eguale, se ne togli 
il Bogno... » 

« Che cosa è questo Bogno ? » 

« È un seno tra Riva e Castro ; ma qual seno ! S^ 
bastasse il tempo, vorrei condurvi tutti in agile bar- 
chetta, guidata da un abile rematore. Dall' atrio mae- 
stoso vedreste una rupe formidabile, a perpendicolo, di 
colore cinenccio, nelle sue linee così levigata, da serrh 
brare opera di artista, piuttosto che getto di natura] 
una rupe, che nell' abisso delle acque turchine si spro 






225 



fonda tanto, quanta è P altezza esterna e forse più. Mano 
mano che il navicello s' inoltra, il seno si fa più cupo 
e stringe il cuore. Ma se da quel fondo voi sollevate lo 
sguardo alle altezze, che vi circondano, e considerate 
il sicuro e tranquillo asilo che il seno vi porge, vi ac- 
corgete subito di essere entrati come in un ampio 
chiostro, dalle mura colossali, dalle naturali bellezze e 
P avete per uno di quei prodigi, che stampano viva 
nelP animo V immagine del Creatore. Ora sediamo e 
contempliamo il quadro, che ci si dispiega da sinistra. Ec- 
covi quasi metà della Valcamonica. Quella striscia az- 
zurra, che la solca, è Y Oglio, che ha origine nel laghetto 
Nero sul monte Gavia e in quello d' Ervalle sul Corno 
dei Tre Signori ». 

« Quanti paesi si vedono di qui ! La sa il nome di 
alcuno ? » 

« Oh sì ! Il primo è Pisogne, e vi si distingue benis- 
simo la grandiosa torre detta del Vescovo. Il secondo 
è Artogne ; di qua dal fiume, Volpino ; poi Darfo, Mon- 
tecchio, Pian di Borno, Cividate, antica capitale di 
Valcamuna, e, più su, le colline di Breno e Cerveno 
e, finalmente, le praterie di Niardo, di Paspardo e di- 
Cimbergo, dove, sulla sommità d' una rupe, sorgeva 
già una rocca dei Valvassori, della quale rimangono 
ancora muraglie larghissime e d' una solidità, propria 
d' una selce. Io la vidi quella rocca e me V ho sempre 
davanti, specialmente in questi giorni, che me ne rinnovò 
la memoria la Rocca di Vobarno in Valsabbia...» z . 



22Ó 



« Maestro, che pensa ? Perchè tien così fisso lo 
sguardo lassù ? » 

« Penso ai barbari, a quelle innumerevoli orde di 
guerrieri, vestiti di pelli di belve, armati di scuri e di 
frecce, feroci del volto, dai garretti d' acciaio, i quali, 
varcate le Alpi, ne dilagavano a mettere a sacco il Bel 
Paese. Penso agli imperatori di Germania,' che un giorno 
discendevano per la Valle Camonica a sedare (! ?) le 
intestine discordie degli Italiani. Nel 1158 ne discendeva 
Federico Barbarossa, che, sul lago trovata resistenza 
nelle gazarle sirene (navi da guerra) delle città alleate 
della Lega Lombarda, finiva ad incendiare Iseo. L' Eno- 
bardo tornava poi per la medesima via P anno 1166, la- 
sciandosi dietro un orrendo codazzo di saccheggi e di 
violenze. Negli anni 1327 e 1330 per le Valli Camonica e 
Cavallina Lodovico il Bavaro giungeva a Bergamo allo 
scopo di rinfocolarvi sempre più V odio di parte. Né fu , 
punto benefica ai padri nostri la visita che loro fece nel ! 
15 17 1' imperator Massimiliano (Maironi). E poi, quante . 
altre volte per quelle strette paurose, per quelle rotte \ 
gole calarono i popoli nordici, venduti, magari, ad un 
duce venduto, più potente di lui, a correre armata I 
mano le nostre belle contrade ed a disertarle ! Che sieno 
chiusi per sempre quei varchi, e i popoli si amino come 
fratelli, si aiutino a vicenda e con nobile gara ognuno 
si lanci sulla via delia civiltà e del progresso fecondo. 

14. Ma torniamo a noi. Se avessi tempo, quanto 



— 227 ~ 

volentieri vi condurrei a Fonteno (ab. 605), che è poco 
lungi di qui, posto in un territorio ben fornito di vigneti 
e di grassi pascoli ! Vi saremmo ricevuti a braccia aperte 
dal Sig. Parroco, Ongaro Don Lorenzo, vera benedizione 
de' suoi Parrocchiani, e ci vedremmo la nuova chiesa 
gotica, dedicata ai SS. Faustino e Giovita, condotta a 
fermine ottimamente dal Parroco Moretti. Ma il tempo 
stringe, cari figliuoli, e tante altre cose abbiamo a ve- 
dere prima di sera ! Torniamo addietro e così andando 
osserviamo bene la collina, che ci sta sotto dopo questo 
bel castagneto ». 

15. La collina/ Chi non desidererebbe di avervi la 
sua casetta? E' tutta esposta a mezzodì come un deli- 
zioso anfiteatro di terra, di lago e di cielo. L'aria, che 
I si respira, è serena, elastica, salutare. Ivi molte vie 
nettono capo a luoghi eminenti e curiosi, porgendo oc- 
rasioni a passeggi, a partite di caccia e ad agapi ami- 
:hevoli. Quei vigneti poi e quegli oliveti, oh come vi sono 
)en tenuti ! 

« Benedetti gli olivi! — esclamò il Maestro — 
1 mio occhio li ricerca avidamente e se ne compiace 
nsaziabile. Gli è pur caro, veramente specioso P ulivo 
: sempre degno di ornare i trionfi e d'annunziare la 
)ace! Devo dirvelo? A me l'ulivo torna ognora in al- 
sgrezza, perchè mi riconduce il pensiero alle riviere di 
Jguria che visitai avidamente in due vacanze autun- 
ìali e ai boschetti, per me sacri, di Toscana, all'ombra 



228 



dei quali mi riposavo notando qualche bel modo sen- 
tito da quei cortesi campagnuoli, che mi facevano libero! 
dono della loro parola. Volete conoscere qual cura do- 
mandano gli ulivi e con che regola sì debbano potare I 
Eccovi come se ne discorre in Val di Nievole : — Dopo 
tre anni bisogna rigovernarli gli ulivi: appena sentono 
la dolcezza dell'aria, e' vengono in succhio. Ma vi ci 
voglion cinque degli anni prima che fruttino. Ve n' 1 
bene di quelli che in capo ad un anno ne fanno delle, 
olive; ma enno di cento uno. Si governano con sugo 
di bestie bovine; se col polveraccio, s'appigliano più 
presto. Noi si lavora all'antica; in Valdarno, ci han 

portato de' nuovi costumi Quando la stagione vai 

di favore, e' si potano ; bisogna potarli a riguardo e 
di molto. I rami sfogano troppo ; se enno erti, il vento; 
tramontano, che viene di carico, li svelle e stronca; a 
volta ne fa letti.... Chi vuol abbondanza, convien fargli] 
carezze all' olivo e starci attenti, e che Dio gli mandi 
la buona stagione... — Che bellezze di pittrice naturali 
Che grazia e proprietà di linguaggio ! Vi assicuro che, 
sentendone parlare così, lo stesso ulivo mi si è fatto più' 
amabile. Grazioso e benedetto l'olivo! Sa Iddio la pre^ 
ghiera del mio cuore. Accanto ai padri miei mi sarà| 
più dolce il sonno della morte, quando nel sacro recinto; 
della piccola terra, che mi raccolse bambino, voi, non 
ingrati nepoti, deporrete piamente sul mio sepolcro, in- 
trecciata alla Croce, una fronda .di olivo, simbolo della 



22<J 



pace e dell' immortale amore, onde si alimentano le 
speranze della mia vita ! » 

16. Era da poco suonato il mezzo giorno, e i nostri 
giungevano in principio a Solto, al modesto, ma pulitis- 
simo Albergo Ci-emona, dove entrarono a prendere qual- 
che ristoro, di cui oramai sentivano grande bisogno. 

I fanciulli però andavano ancora estasiati delle 
bellezze vedute dal poggio d' oro, che da una loggetta ri- 
cercavano tuttavia coir occhio e si indicavano a vicenda. 
Ma in tavola fuma la minestra, V albergatore li chiama 
e tutti si mettono allegramente a sedere al loro posto. 



rTES: 



f 



CAPITOLO II.° 



i. Riva di Solto. — 2. Zorzino. — 3. Solto. — 4. La 
Chiesa arciprésbiterale di Solto. — 5. I conta- 
dini. — 6. Esmate. — 7. Dal monte Glemo. - 8. 
Discesa pericolosa. — 9. Un buon padre di fa- 
miglia. — io. Al Santuario della Madonna della 
Torre a Sovere. — n. al Convento dei PP. Cap- 
puccini. — 12. Digressione oratoria. 



1. Ai piedi della collina sulla destra sponda del lago 
si distende il grazioso villaggio di Riva di Solto. (abi- 
tanti 650), Comune a sé fino dal 1428. Per la dolcezza 
del suo clima, oltre le viti, vi prosperano gli ulivi e gli 
agrumi. Nelle vicinanze si trovano fossili e molte va- 
rietà di marmi neri venati di prima qualità, il cui fi- 
lone continua anche nel Piangaiano, dove pure si sono 
aperte di fresco alcune cave. A circa due chilometri 
dal paese, allo sbocco della valle di Fonteno, sorge il 
grande stabilimento di calce idraulica, proprietà dei fra- 
telli Pesenti. Al di sopra, verso Lovere, è il Bogno, un 
orrido spaventoso, un seno veramente ammirabile, for- 
mato da due sporgenze della montagna a guisa di moli, 
dove riparano le navi, quando il lago infuria, fremendo, 
tra quelle punte e il Coi-no dei Trenta Passi. 



232 



La popolazione di Riva, come attestano concorde- 
mente il Calvi, il Celestino e il Maironi, ebbe gran 
parte nelle guerre civili dei secoli XIII e XIV. Ne sono 
indizio sicuro le forti torri che ancora vi sussistono. 
Quanto alla Parrocchia, oggi sapientemente guidata da 
don Domenico Palamini, succeduto a Corsi don Fran- 
cesco, promosso, non ha molto, a Villa di Serio, non 
si sa di preciso in quale anno sia stata eretta. Credesi 
nel 1055 (Arch. Parr.). La Chiesa, sotto l'invocazione 
di S. Nicolò di Bari, è di ordine composto. Verso il 
1880 fu aggrandita dal Parroco don Carlo Bonometti, 
che vi aggiunse le due navate laterali, P arricchì di or- 
nati e dorature e fece innalzare il campanile. Vi si ve- 
dono begli arredi e paramenti sacri e quadri eccellenti 
del Moretto, del Talpino, del Cavagna e di Orazio Pi- ' 
lati. La Canonica, rifatta quasi a nuovo dal munifico 
Bonometti, è forse la migliore di tutta la collina. In j 
paese è un Asilo Infantile, dovuto alla benefica signora 
contessa Maria Calepio, vedova Martinoni. 

2. Un poco sopra, a nord di Riva, in aprica po- 

ì 
stura, è il paesello di Zorzìno (ab. 331). Può essere che . 

il nome gli sia venuto da un Zorzinus Suardi, che si 
sarebbe fortificato in queste parti (Arald. Suard.). La j 
fondazione della Parrocchia avvenne per decreto del ve- 
scovo Lodovico Donato nel 1480, e prima Parrocchiale,^ 
col titolo dei SS. Ippolito e Cassiano, fu la chiesa della 
contrada di Galgarino, in un documento di queir anno 



— 233 



stesso detta jam longo tempore fundata (Arch. Pari'.). 
È, infatti, specialmente V abside, di assai antica strut- 
tura, e vi si ammira un gran quadro di Floriano veneto. 
In quella contrada dura tuttavia benedetta la famiglia 
Grassi, splendor della quale fu Bernardino, geometra 
valoroso, che per la fedeltà al legittimo governo negli 
ultimi anni del secolo XVIII ebbe a soffrire moltissime 
noie dai Sanculotti e dai Giacobini. Nel 1482, non si 
sa bene se per ticchio per maggior comodità della 
gente, proprio in cima a Zorzino si fabbricò e si fece 
Parrocchiale la chiesa di S. Bernardino, il 20 settembre 
1575 visitata da S. Carlo Borromeo, che vi compose 
ogni quistione. La tela dell' aitar del Rosario è di Giam- 
battista Viola da Erbanno ; la tavola grande e bella 
dell'ancona è del veneto F. Flaminio e la tribuna in 
legno dell' aitar maggiore è opera di Zenes da Brescia, 
che si ritiene il Maestro di Andrea Fantoni. Primo par- 
roco di Zorzino fu Antonio Ranzanici, frate di S. Be- 
nedetto ; dal 1826 al 1830 resse la Parrocchia don 
Francesco Trussardi, tanto lodato pel suo spirito vera- 
mente sacerdotale da don Luigi Minelli, parroco di 
Esmate ; attualmente la governa 1' ottimo don Giuseppe 
Sangalli di Somasca, al quale Iddio conceda le più 
larghe benedizioni. 

3. Il paese più considerevole della Collina è Solfo, (ab. 
1090), in elevata posizione fra un minimo di 430 e un 
massimo di 513 metri sul livello del mare. La sua vasta 



234 



Comunità prima del 1742 si estendeva dalle sponde del 
Sebino al porto Tommaso, sotto Figadelli, dove esiste 
ancora la pietra di confine. Nei Documenti medioevali 
Solto si presenta colla forma di Saltns, che ab origine vor- 
rebbe dire bosco da pascolo o selva. Solamente nello 
Statuto del 1263 si ha per la prima volta la dicitura: 
Comune di Solto (Mazzi). Il Ronchetti (Voi. IV), dietro 
la scorta del Calvi, sotto il 21 e il 25 Giugno 1222 
reca alcuni strumenti di cessioni di castelli, roche e torri, 
fatte al Comune di Bergamo dai loro possessori, tra i 
quali figurano i Colombini e i Codeferri (Capoferri) di 
Solto, che donano quante fortezze hanno in paese e a 
Pianico. La Comunità di Solto vanta privilegi speciosis- 
simi avuti dai Visconti fino dal 1420; privilegi, che fu- 
rono poi confermati anche dalla Repubblica Veneta nel 
1428. Delia bellicosa vita di quei di Solto restano an- 
cora testimoni molti avanzi di fortezze di fianco alla 
piazza e presso l'oratorio di S. Rocco, guaste dal fuoco 
e dal sacco di Pandolfo Malatesta nel 1409. Solto diede 
alla patria varie famiglie signorili e nobili, sulle quali 
prevalse quella dei Conti Foresti, nel 1352 i più ricchi 
dopo i Suardi e con loro imparentati. Nell'Archivio di 
Bergamo si ha che nel 1336 Tommasina, figlia di Maf- 
feo milite de' Foresti, sposò Guidino, figlio di Teutaldo 
Suardi di Bianzano. Nel 1429 una Margherita, figlia di 
Foresti, impalmò Filippo Suardi di Bianzano. In una 
memoria del 1430 si legge che la dote di Leona fu as- 



w 



OF 



■ — 23$ ~ 

sicurata sui loro beni dal marito Lancellotto Foresti di 
Solto e dal nob. Milite Giacomo Suardi di Bergamo, 
padre di lei (Ibid.). Glorie principali di questi feudatari 
furono: i. Maffeo, figlio di Odasio, nobile giurecon- 
sulto, caro all'imperatore Lodovico il Bavaro, che il 20 
Gennaio 1330 in premio della sua fedeltà e destrezza 
nel maneggio degli affari lo creava, con Teutaldo Suardi, 
Conte del S. Palazzo, cittadino di tutte le città italiane, 
e conferiva a lui e a' suoi discendenti in linea maschile 
gli onori dovuti al nuovo grado, confermati nel 1388 
da Galeazzo Conte di Virtù, nel 1407 dal Malatesta, 
nel 1429 dal Doge Foscari Francesco e da altre quattro 
Ducali dall'anno 1447 al 1662. 2. P. Giacomo Filippo, 
nato nel 1434 e morto nel 1520, agostiniano e ultimo 
dei Cronisti bergamaschi. Egli rifuse tutte le nostre 
Memorie antecedenti in un'opera, intitolata : Omnimoda 
'bistorta novissime congesta, fatta di pubblica ragione 
dal Benaglia a Venezia nel i486 e dedicata al patrio 
Municipio. Scrisse anche De claris mulieribus. Il P. 
Calvi lo chiama storiografo sublime... Ebbe però lodi 
dal Renato, dal Monaccio e dal nostro Tiraboschi (Lett. 
ltal. Tom. VI). 3. P. Teodoro, Cappuccino, morto in 
Bergamo l'anno 1637. Questi non solo occupò con 
plauso i gradi più luminosi della sua Religione, ma da 
Papa Urbano Vili fu dato come teologo al Cardinal 
Barberini suo fratello, fatto visitatore apostolico e capo 
della Congregazione dei Regolari. Di lui abbiamo : De 



236 



almae ac sacratissimae Triniiatis Mysterio in Seraph. 
Div. Bonaventuram Paraphrates y Commentario, et Di- 
sputationes, opera stampata a Roma nel 1633, nella 
quale si accoglie un'eletta e profonda dottrina (Maironi). 
4. I nostri, pranzato ben bene, dalla piazza, dove 
si fermarono un pochino ad osservare alcuni ruderi di 
antichi fortilizi, salirono alla Chiesa Arcipresbiterale, di 
cui poche davvero sono meglio situate. Il tempio, d'una 
sola nave di stile barocco, ma buono, da un'altura, che 
signoreggia il paese, tutto se lo mira soggetto nelle sue 
varie contrade e dal sacrato la vista è tale che ti ra- 
pisce. Secondo il Calvi, la Plebana di Solto fu consacrata 
sotto l'invocazione di M. V. Assunta dal Vescovo Lo- 
dovico Donato nel 1471. Fra le nobili pitture sono : un 
quadro a tempera all'altare del Sepolcro, rappresentante 
Cristo deposto nella tomba, di ignoto autore ; lo Sposa- 
lizio di Maria, di scuola veneta, dichiarato classico dalla; 
Commissione per l'Arte Sacra nel XVI Centenario di; 
S. Alessandro. Ha molto merito anche la pala dell'aitar, 
maggiore, ove è ritratta la Vergine gloriosa sopra il', 
bellissimo coro degli Apostoli. Fu incominciata dal celebre; 
Cignaroli Bettino, pittore veronese, che non la finì a. 
cagione dell'immatura sua morte, avvenuta nel 1770; 
l'ultima mano le fu data da Pio Piatti, suo allievo I 
concittadino. Fra le scolture, il bel tempio vanta tutta 
la cassa dell'organo eseguita a statue e ad intagli da An- 
drea Fantoni, del quale è pure il magnifico gruppo al vero 



237 



I di Gesù Crocifisso, della Giustizia e della Misericordia, 
posto sull'altare del vicino Oratorio, dedicato a s. Maria 
Maddalena, e il nuovo pulpito in legno di Cesare Zonca 
da Treviolo, felice continuatore della scuola fantoniana. 
Questo lavoro non è originale, come quello fatto per la 
Chiesa di Bussana in provincia di Porto Maurizio ; ma 
è una buona imitazione di quello di Alzano. Oltre ric- 
chezza di marmi, di forme preziose, vi è anche abbon- 
danza di arredi sacri, tra i quali un baldacchino moderno 
di stile barocco, eseguito, non ha molto, dalla Ditta 
Ripamonti di Monza, e una pianeta di ganzo in ottimo 
stato. Il gentilissimo sacerdote, che ai nostri pellegrini 
aveva aperto i cassettoni e gli armadi, perchè vedessero 
i paramenti sfoggiati, onde man mano la pietà solida e 
antica di quella popolazione seppe arricchire la sua 
chiesa, li volle condurre anche dal Sig. Arciprete, Don 
Pietro Natali, di quei giorni appunto fatto Parroco di 
Bonate Sopra, il quale si compiacque di fare un cenno 
di alcuni de' principali fra i suoi antecessori. E di:se di 
Foresti Don Bartolomeo di Castro, che governò dal 
1440 al 1452 ; di Monsignor Giovanni Suardi di Bian- 
zano, Accolito Apostolico, Arciprete dal 1529 al 1 571 ; 
di Don Carlo Mangili di Cotogno, Professore di Belle 
Lettere in Seminario, donde parti per Solto nel 1801 e 
vi morì nel 1808 ; finalmente, di Don Luigi Bonomi 
di Pradella, che resse la Parrocchia dal 1809 al 1841 
e del quale in paese è così viva la grata memoria, che 
se ne parla ancora come se vivesse. 



___ — 238 — 

5- Lungo la via che sale alle spalle di Solto, la 
brigata godeva assai vedendo i contadini sparsi pd 
campi a smuovere la terra, a seminare il granoturco o 
a distendere le viti rigogliose. Il lavoro ferveva dovunque, 
ma ordinato, tranquillo, e si poteva capire che ciascuno 
era padrone di se stesso, poiché lavoravano ad uno, a 
due, a tre, e in modo da non temere un occhio vigile 
e severo che li sorvegliasse. Il Maestro fu intenerito da 
quella scena ed esclamò : 

« Beati i contadini! Essi hanno tutti o quasi tutti 
la loro casetta, la loro vaccherella, il loro pezzo di campo 
e di prato che coltivano con quell'amore che Dio vel 
dica. In mezzo a loro è forte il sentimento della propria 
dignità e indipendenza. Amano il loro paese e, se sono 
costretti ad emigrarne, lo sognano sempre e, appena pos- 
sono, vi fanno ritorno. O gente, che formi la classe 
più buona, più laboriosa e sana del Paese, io ti saluto e 
auguro di cuore che i nembi e le procelle non ti gua- 
stino i seminati e che la terra, fecondata da' tuoi su- 
dori, risponda cortese alle concepite speranze ! » 

6. In questo mezzo giunsero ad Esmate (ab. 303). 
Il piccolo, ma allegro villaggio si presenta in un piano 
tutto coltivato e fertile, ove si raccolgono i migliori fru- 
menti. Vi si vedono arcate, vòlte e muraglie grossissime 
a pietre quadrate, che sono lì a testificare che anche 
in quel pugno d'uomini era entrato lo spirito di partito. 
Esmate è patria di Maffeo Marchesi, dalla Comunità di 



239 



overe nel 1 5 3 1 nominato Maestro di grammatica (Mari- 
Dni). Nella Parrocchiale proprio bellina, dedicata a 

Gaudenzio, vescovo di Novara, sono pregevoli l'aitar 
aggiore di marmo ben lavorato e un quadro di pen- 
silo antichissimo, che rappresenta la Disputa di Gesù 
)i Dottori nel Tempio. Fra i Parrochi di Esmate è 
3gno di nota Don Luigi Minelli di Riva, che il 14 
uglio 1872 offriva a Don Angelo Rota, creato parroco 
i\ suo paese, un bello scritto in lode di Don Francesco 
russardi. Successore a Zenti Don Amadio di Riva è 
on Giovanni Pasini di Gandino, il quale, saputo del- 
iravo del Maestro, lo invitò cortesemente in casa sua 
poi lo volle accompagnare per buon tratto su pel- 
ata dei monte Glemo. 

7. I pellegrini ne giunsero sulla cima trafelati e an- 
nti ; ma la loro fatica fu compensata ad usura dalla 
sta d'un paesaggio davvero singolare. 

« Oh per le mille e una notte ! — disse Felice — 
he sì che questo è il luogo degli, incantesimi ? » 

Non aveva torto. Di là si vedono contemporaneamente 
I laghi : il Sebino, il piccolo di Gaiano e quello di 
idine e, di più, il basso bacino del Borlezza. 

« Vedete lassù a no?'d ovest quelle creste dentate e 
anche ? Sono le vette dell'Alben, del Grem e del- 
irerà. Ecco sul pendio di quelle colline la cittadella 

Cluso?ie, dominata dalla magnifica Arcipresbiterale e 
S'aita -torre, che scuotendo la marmorea chioma pare 



240 



voglia liberarsi dell'ingrato concerto di campane. Intorn 
le si innalzano alcuni monticeli] arrotondati, di forni 
conica, sopra uno dei quali sorge, quasi ad elevarne u 
tratto la cima acuta, una bella chiesetta con porti! 
Appuntate il cannocchiale e la vedrete. Più giù, veli 
noi, è s. Lorenzo, dove un giorno teneva grandi posse! 
menti la nobile famiglia Suardi (Maironi) e sorgev 
un forte castello di parte Guelfa più volte assediato d; 
Ghibellini e nel 1421 completamente distrutto da un 
fazione del Comune di Songavazzo (Archi di Bergamo 

8. Detto addio a quella collina incantata, a quel 
gemma di lago, a quella corona di monti, e salutai 
con rispetto la Croce, che, come monumento al Divi 
Redentore, giganteggia sulla cima del Guglielmo (al 
m. 1949), i nostri presero a discendere alla volta 
Sovere. Selvatica è quella china e si può dire da ni 
sun sentiero segnata. Il Maestro predicava continuo : 

« Badate bene, ragazzi, dove mettete i piedi ; te' 
tate prima il suolo col bastone ; ponete lento un pai 
dopo l'altro, poi ritentate ancora...» 

« Ma questa, è proprio una vita da galeotto ! ! 
gridò Beniamino — Che perfida via, Maestro. 

Non han sì aspri sterpi né sì folti 

Quelle fiere selvagge, che in odio hanno 

Fra Cecina e Corneto i luoghi colti. 

(D. In/. XIIì 
Fortuna che è giorno, se no... Ma coraggio...» 



— 241 — 

E lì fa per ispiccare un salto, ed ecco che il catti- 
vello s'inciampa in un broncone e, se non era un abete, 
che lo reggeva, stramazzava lungo e disteso. Finalmente, 
'dopo un'oretta d'affannoso cammino riuscirono sul piano 
a un luogo detto Camarolo. 

9. Passata la Stazione della Tramvia, che tra breve toc- 
cherà Lovere, e varcato l'Oneto, indi a pochi passi 
videro a sinistra un' insegna e, poiché si sentivano 
arsi dal'a sete, vi si vollero fermare a bere qualche cosa. 
Entrano adunque, tergendosi il sudore siedono attorno 
ad un tavolo sotto il portico, comandano una buona gazosa 
e nell'oste, accorso a servirli, trovano un modello di 
padre, tenero e sollecito delia bontà e purezza de' suoi 
figliuoli. Sturato e mesciuto con garbata disinvoltura, il 
buon uomo si mette in compagnia dei nuovi capitati 
e, dietro domanda del Maestro, prende a narrare di se 
stesso così : « Come mi vedono, ricco no, ma provve- 
duto abbastanza di che menare la vita, io ringrazio ogni 
giorno- la Provvidenza, che benedisse alle mie fatiche e, 
di meschino e sul lastrico ch'io mi era, mi pose in istato 
di poter mantener onestamente non me solo, ma anche 
la mia famiglinola. Io non sono nativo di qui. Ancor 
giovane dovetti emigrare per necessità dal mio paese 
all'estero, dove, lavorando da mattina a sera, feci qualche 
risparmio. Così venni grande, presi moglie e, sentendomi 
padrone d'un discreto capitaletto, comperai questa casa 
con quel poco di ben di Dio che la circonda ed aprii 



— 242 — 

anche quest'umile negozio, che pur qualche cosa mi 
rende ». 

« E non avreste guadagnato di più aprendolo in 
paese ? » 

« Non vi è dubbio ; ma io avevo dei figli da cu- 
stodire e La sa bene come va la faccenda. Ai nostri 
giorni la corruzione è diffusa non solo nelle città e nelle 
grosse borgate, ma anche nei paesi non grandi. E come 
vi avrei potuto tenere i miei fanciulli occupati secondo 
il mio desiderio e lontani da qualunque esempio cat- 
tivo ? Chiusi in casa mi vi sarebbero marciti d'inerzia 
e cresciuti malsani ; uscendo soli, perchè io non li avrei 
potuti sempre avere sott' occhio, forse mi si sarebbero 
intruppati con ragazzi oziosi, insolenti e disobbedienti, 
che non mancano mai. E allora ? Eccomeli guasti. Ah 
no, no ! Li volevo governare io a mio modo. Ora sono 
tanto buoni e spero che anche in avvenire si manter- 
ranno come li desiderano i loro genitori ». 

— Padri e madri del gran mondo, che vi portate 
con sì vergognosa trascuranza coi vostri figliuoli, che belle 
lezioni vi potrebbe dare questo semplice montanaro ! 
Avete voi dimenticato che la famiglia pesa sulle vostre 
spalle e che la gioventù sarà tale, quale voi la forme- 
rete ? Essa è nelle vostre mani. Sarà un sorriso di 
primavera, la bella età degli slanci e degli ideali, se 
l'alleverete costumata e pia ; melensa, svenevole e ca- 
scante, se la vorrete fiacca ; rachitica, se rachitica ; vi- 
ziosa, torbida, degradata al di sotto degli Eschimesi e 






243 



dei Lapponi, se la lascierete soggiogare dal fatalismo 
delle voglie malnate, ben più terribile del fatalismo dei 
pimi ! — 

9. Dietro Sovere, all'aprirsi della valle, sul vellutato 
pendio di un colle verdeggiante, ove, come gregge che 
pascola, sono disseminati alcuni casolari, quasi irradiato 
da nuova luce di primo tratto si disvela ai nostri il 
Santuario della Madonna della Torre. Una tradizione, 
che pare da riporre fra le leggende, lo fa rimontare ai 
tempi di Carlo Magno, che, sotto gli auspici della gran 
Madre di Dio, l'avrebbe innalzato neIF8oi, anno, in cui 
egli, fiaccati i Longobardi, conquistò il Bergamasco. Il 
Calvi ed il Maironi lo dicono antichissimo, ben ornato e 
fornito di varie pregevoli pitture, fra le quali una del 
Cavagna ed una del Carpinoni. Nel Registro dei censi, 
dovuti alla Chiesa Romana dalle chiese e dai monasteri, 
composto da Cencio Savelli, Camerlengo pontificio, che 
poi fu Papa col nome di Onorio ìli dall'anno 12 16 al 
1227 (Diz. Encicl.), nella Diocesi di Bergamo si legge 
nominata : Ecclesia S. Mariae de Villa Stimi, in colle 
ThoriSy la qual chiesa, non nel 1199 (Nel 1199 Papa 
Alessandro III era già morto da 18 anni !), come si ha 
nell'Arch. Parr. di Sovere, ma nel 1169 dal Pontefice 
Alessandro III era stata donata al Beato Guala, vescovo 
di Bergamo, ed a' suoi successori. Da una Relazione 
alla nostra Ven. Curia sotto la data del 4 Febbraio 1603 
risulta che la chiesa, coli 'andar dei secoli essendo stata 



— 244 — 

ridotta a pericolo d'imminente rovina, quell'anno stesso 
la si prese a rifabbricare di getto dalla pia liberalità de" 
Soveresi, memori dell'assistenza materna prestata da Maria 
ai loro padri, nel 15 17 e nel 1576 preservati dal ter- 
ribile flagello della peste, che ne minacciava l'estreme^ 
sterminio (Cornaro, Stor. dei Santuari). Nel Santuario sono 
grandiose colonne, condottevi nel 1605, e preziosi lavori 
dei Fantoni. Il bel coro fu eseguito nel 1680 e il cam- 
panile venne fatto innalzare nel 1712 dal Prevosto Mons. 
Marziale (Arch. Parr.). Sontuosa è la pompa e sentita 
la pietà, onde gli abitanti del paese si recano ogni anno' 
processionalmente a visitare quella divota Chiesa ed a 
prostrarsi pregando dinnanzi all'Immagine Miracolosa della 
loro celestial Protettrice. 

Lassù, commentando tuttavia le ultime parole del , 
Maestro intorno alla responsabilità dei genitori e con- 
frontandole con altre, che si trovano in un libriccino, '■ 
intitolato: // libro d'oro per tutti, riguardo ai figliuoli, 
Verso le 19 capitò, appunto la nostra compagnia, che, < 
rivolta una breve preghiera alla Madonna, fu lieta di : 
osservare ogni cosa: gli stucchi, i quadri, le tavolette' 
votive e la primitiva Cappella, che è come lo scurolo\ 
del Tempio. 

11. E già stava per uscire, quando si vide innanzi* 
un frate Cappuccino. Era il P. Guardiano del Convento 
di Sovere, il vero ritratto d'una sincera e cordial corte-' 
sia. Saputo dal custode chi erano i nostri, li salutò e 



245 



non ci fu maniera né verso di potersi per loro sottrarre 
al gentilissimo invito di andare per quella notte ad al- 
loggiare in Convento. L'aria di già imbruniva. Recitato 
V Angelus, il cui suono dalla torre del Santuario si spargeva 
argentino per la tacita valle, e detto : Noi tutti, insieme 
colla gente pia, benedica la Vergine Maria, Guardiano 
e brigata discesero verso il paese. Per via e alla contrada 
Casanova trovarono case aperte ed abitate e lumi di 
olio e di allegre fiamme, a cui cuoceva la cena frugale 
di quelle buone genti, e rispettosi saluti. Era poi bello il 
guardare per entro una cucina a un gruppo di famiglia 
che avrebbe richiamato dalla tomba il fiammingo Gherardo 
delle Notti. Lì, tra una leggera nube trasparente di fumo 
e la luce rossastra del fuoco, oltre ad un robusto mon- 
tanaro, curvo sul focolare, tu ne scorgevi un altro, a cui 
sonnacchioso vacillava il capo, poi un terzo, dintorno al 
quale pargoleggiavano alcuni fantolini e, presso all'uscio, 
la nonna e, in un canto, la madre di famiglia, tutte 
intese a far recitare a due bimbe le preci della sera. 
Quanta quiete là dentro ! Quanta contentezza ! Che 
bellissimo quadro ! 

Ma eccoli al Convento, secondo il Prevosto Furnio, 
'nel 1570 e, secondo altri (Arch. Parr.), nel 1581, fab- 
bricato a spese della Comunità di Sovere, la quale verso 
il 1574 aprì anche l'Acquedotto della Valpalmes. I 
{Padri Cappuccini vi entrarono il 18 Aprile 1587, il giorno 
stesso che dal Vescovo Girolamo Regazzoni ne fu con- 



— 246 — 

sacrata la chiesa, che possiede una tavola molto pre- 
gevole di Lavinia ferrarese (Celestino;. La carità dolce 
ed amorevole dei Cappuccini non sorprese il Maestro, 
al quale erano da buona pezza noti e cari. Venuta l'ora 
di cena, il Guardiano condusse i pellegrini al Refettorio, 
ove erano, oltre alcuni Padri, anche 24 studenti. Me 
se per loro fu una magra cenetta, poiché non cibarono 
altro che un po' di minestra e di legumi, ai nostri, in-] 
vece, offersero quasi un desinare. Comparve a tavoli 
anche una rotonda e fumante polenta che con latte e 
frittata e formaggio si trionfarono beatamente, inaffiandola 
d'un vinetto, che, con quell'eroico appetito, in quella 
fraterna compagnia, valeva più del Massico e del Fa- 
lerno. Per onorare gli ospiti, il Superiore quella sera 
dispensò dalla lettura, e si parlò di mille cose e si rise 
allegramente e si contarono barzellette amenissime alla 
barba di quelli, che a nominare i frati si sentono gelare 
il sangue e raggrinzare la pelle e stringere il cuore d 
tristezza e di paura. Poverini ! Ve l'hanno detta grossi 
certi barbassori, e voi ve la siete bevuta ! Ove foste d 
buona fede, quanto prò vi farebbe andarvi a curare d 
questa idea in un convento ! 

12. Fra l'altre cose, vi si toccò anche della predi 
dicazione. 

« Si vede bene che La ne ha sentito dei predicatori ! » 

« Se ne ho sentito, Padre mio ! Di molti e molto 

valenti : il Prof. Alessi, il Prof. Can. Quatrini, Mon 



2 4 7 



signor Schivò, il P. Agostino e altri. . Che fior di dot- 
trina e come digerita ! Che valore ! Che fuoco e che 
popolarità ! » 

« Popolarità L' ha detto ? » 

« Sì ! Popolarità, ma sa?ia, ma vera, proprio quella, 
che, se non erro, è così poco conosciuta oggi anche da 
certuni, che pur vanno per la maggiore ». 

« Signor Maestro, si fermi un pochino, di grazia, 
e mi spieghi in che consiste questa popolarità ». 

« Oh che ! La mi canzona ? Sarebbe come portar 
acqua al mare...» 

No, no. Bando ai complimenti. Se mi fosse lecito, 
glielo imporrei in virtù di santa obbedienza. Via... La 
mi faccia sentire come sta la cosa ». 

« Giacché La vuol proprio così, prima di tutto eli- 
minerò certe false idee, che possono aver fatto presa 
anche da queste parti. Taluni credono che il popolare stia 
nel basso e nell'abbietto. Nulla di più sconveniente; poiché 
nell'oratore tutto deve essere nobile e dignitoso. Altri si 
pensano che il popolare sia la rozzezza, la rustichezza. No 
affatto. Il popolare ama quando è pulito e rifugge dai 
termini tolti dal volgo, dalle maniere che risentono della 
piazza. Questo non è un predicare al popolo di Dio, 
ma al popolaccio. Vanno errati anche coloro, che sul 
pulpito prendono una cert' aria di famigliarità troppo 
aperta e comunicativa, disdicevole alla veneranda maestà 
dell'eloquenza cristiana. Fra una famigliarità, così fatta 



— 248 — 

e il popolare e' ci corre e di molto. Non mancano pure 
di quelli, pei quali il popolare è l'agitarsi incomposto, 
il vociare con quanto ne hanno in gola, lo scuotere i nervi, 
talvolta con tratti scortesi e violenti, per non dire vi- 
rulenti. Tolga Iddio che Foratoi" sacro*, anche da lungi, 
sappia mai di cerretano e di offensivo! Certe grida in- 
condite non feriscono i cuori, ma intronano le orecchie; 
certi colpi non ispezzano i mali abiti, ma rompono il 
pulpito ; certi modi non conciliano la benevolenza, ma 
provocano l'indignazione. Che ne dice, Padre ? » 

« Dico che L' ha cento mila ragioni ». 

« Ciò posto, rispondo che la popolarità consiste 
nella proporzione di quanto dice il predicatore colle idee 
e coi sentimenti, che sono in tutti gli uomini, e nella 
espressione conforme a quelle idee ed a quei sentimenti, 
che traggono origine da una ragione universale, pro- 
pria di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le genti, 
la quale non si muta giammai, partecipando in certo 
qual modo della immutabilità stessa della cognizione in- 
finita di Dio, di cui è un raggio prezioso. Il gusto 
fondato sopra questa ragione universale è gusto essen- 
zialmente buono, e questa, e non altra, è la via per 
discendere fino al popolo, per proporzionarsi alla sua 
intelligenza, per fargli dire: Il predicatore ha 1-agione ; 
la è proprio così ; non ci avevo pensato — per iscuo- 
terlo salutarmente, per convertirlo. Ecco, secondo me, 
la sana, la vera popolarità, che fa proprio a cozzo col 



249 



superficiale, col convezionale, insomma, colla roba da 
cassettone ; ecco quella popolarità, di cui ci sono eccel- 
lenti modelli s. Giovanni Grisostomo e il P. Paolo Se- 
vnerì, il quale non ha proprio ancora fatto il suo tempo, 
come sentenziava così gratis altrove uno, a cui fui 
davvero tentato di dare una buona tiratina alla barba ». 

« L'avrebbe fatto benone ! « 

« Con tutto il rispetto, gli risposi però per le rime...» 

« Sarà stato forse nuovo in queste cose...» 

« Sì, un pochino...» 

« Nella massima son dalla sua. Se non si secondano 
e rafforzano le idee ed i sentimenti comuni, dove si 
troverà la via a stabilire negli animi le verità della fede? 
Le assicuro che il fare accademico, rettorico, freddo 
non mi va né tanto, né poco. Mi viene poi raccapriccio 
quando odo qua e là taluno impudente, che dice : 
Predico a genterella di campagna, ad artigiani, in un 
paesuccio e non me ne do un pensiero al mondo ; quel 
che vien viene ; tutto è buono a quei zotici, illetterati...» 

« Sì, Padre ; tutto è buono, perchè in loro vive la 
fede, a cui forse non si illumina il malaccorto oratore, 
I quale, ove ben sentisse di essere per dovere tenuto 
a ciascuno, e massimamente a' più semplici ed idioti, 
porrebbe incessabile studio e zelo di carità a nutricare 
quelle digiune pecorelle, sì che non tornino dal pascolo 
pasciute di vento. Ma scusi, Padre ; non fo avvertenza 
che parlo con uno, che è in tutto dalla mia e in carità 



250 



non finta predica specchiatamente la verità. Che la con- 
tinui, e il Signore ce La conservi per molti anni ! » 

Tra questi ed altri parlari s'era fatto tardi. Onde, 
mandati a dormire i ragazzi, che quella sera si senti- 
vano addosso una stanchezza che mai la maggiore, an- 
che il Maestro, finito I' Ufficio e fatta una breve visita 
nella linda chiesetta, si raccolse nella sua cella a placido 
sonno. 



-7IF? 



? 



GIORNATA VI. 



CAPITOLO UNICO 

I. SOVERE. — 2. I PREVOSTI DI SOVERE. — 3. SALUTO ALLA 
MADONNA DELLA TORRE. — 4. SELLERE. — 5. BOS- 

sico. — 6. Pianico. — 7. Il monte Cala. — 8. Il 
Convento di S. Maurizio. — 9. lovere. — io. Prin- 
cipali monumenti sacri di lovere. — il. Da mon- 
signor Can. Prof. L. Marinoni. — 12. L'Accademia 
Tadini. — 13. La grande Fonderia Gregorini. — 
14. Castro. — 15. Al bivio di poltragno. — 16. 
Per la Bisacola. — 17. Breve relazione di viaggi 
a milano, a roma, in toscana, nella svizzera e 

A LOURDES. — j8. ALLA STAZIONE DELLA TRAMVIA. 

1 . Sovere, chi noi sapesse, è una industriosa e grossa 
terra di 2350 abitanti, da Erasmo Valvasone chiamata 
nobile e nido di cortesia, divisa dal fiume Boiiezza, che 
in una permuta del 1040 è detto Fluvius Inzine (Mazzi). 
Nel 1607 contava anime 2148 (Arch. Pan*.). Il paese 
va adorno di buoni caseggiati, dove risiedono stabil- 
mente vengono a villeggiare signorili famiglie. In un 
Diploma dell' 857 si ha Suberas, che, posto dopo la 
Valcamonica e prima di Clusone e Barbada, corrisponde 
appunto al nostro Sovere. Neil' inventario dei beni di 



252 



S. Salvatore in Brescia, si legge: In Curte Sure, che 
1' Indice Corografico registra fra i luoghi ignoti bresciani. 
Ma, per la ragione detta di sopra, deve stare per Suere 
0, meglio, Suare, che ricorre anche in un Documento 
del 906, ove è notato : In villa Sitare.... in fundo 
Sitare.... in vico Sitare.... Questa forma è pure usata in 
due altre Memorie, del 928 e del 959, riportate per disteso 
dal nostro Mazzi, dalla seconda delle quali si viene a cono- 
scere che la parte bassa del paese, la più vicina al fiume, era 
detta Iinus vicus. In una Pergamena, citata dal Mari- 
noni, probabilmente del 1402, è notato: Cum Robaca- 
stello de Soare. 11 Celestino riferisce che nel 1365 So- 
vere fu distrutto dai Guelfi di Valle Seriana, i quali 
però rispettarono la torre di Tebaldino Foresti, che anche 
oggi si vede presso la Prepositurale. Il Ronchetti (voi. V) 
sulla fede del Castelli scrive come nel maggio del 1378 
i Ghibellini di Bergamo in numero di 2300, condotti 
da Merino Suardi, dopo di essere stati respinti dai Guelfi 
sotto il castello di S. Lorenzo, fecero alto nel castello 
di Sovere, donde, sussidiati forse da banditi, irruppero 
di bel nuovo in Valseriana, uccidendo, incendiando e 
rubando mille capi di bestiame. Nel 1393 gli furono 
sopra i Guelfi, guidati da Tuzzano Rota, i quali lo die-, 
dero alle fiamme, salva sempre la torre Foresta. Nel 
1405 Pandolfo Malatesta lo saccheggiò e poi lo ven- 
dette a quelli di Castro e di Valseriana Superiore. Nel 
1427 Sovere si tolse dall' ubbidienza del Duca di Mi- 



OF 



UNIV 



— 253 — 

lano e si diede alla Repubblica Veneta, essendone prov- 
veditore Giacomo Barbarigo. Questi, V anno appresso, 
conferì a Sovere e a Sellere molti privilegi, esentandoli 
da gravezze. Nel 1449, dietro una supplica degli abi- 
tanti, dalla giurisdizione di Lovere passò a quella di 
Clusone (Calvi). Della chiesa di S. Martino vescovo, 
consacrata e eretta in Prepositura il 19 luglio 1597, è 
fatto cenno anche nella Memoria del 959. Da lei, come 
capo di Pieve, dipendevano già le due Parrocchie di 
Cerete Basso e di Cerete Alto. Il Rettore di Sovere, 
Don Lorenzo Furnio, come si legge nella Sinodo Cor- 
nelia III, l'anno 1574 veniva eletto Vicario Foraneo, 
oltreché della sua Parrocchia, anche di Clusone, Fino, 
Rovetta, Songavazzo, Onore, Castione, Cerete Alto e 
Cerete Basso; il 16 novembre del 1683 il vescovo Giu- 
stiniani aggregava alla Vicaria di Sovere eziandio le 
Parrocchie di Sellere, Castro, Pianico, Rova ed Endine, 
la quale aggregazione però ebbe a durar poco tempo 
(Arch. Pan*.); finalmente, per guai sorti in paese, nei 
primi anni della seconda metà del secolo scorso Mon- 
signor P. Luigi Speranza sopprimeva questa Vicaria e 
la univa parte a Clusone e parte a Solto. La Preposi- 
turale, d* ordine corintio composito, è vasta e pos- 
siede alcune pitture degne di osservazione e arredi sacri 
di qualche valore. I due Oratori, uno dedicato a San 
Gregorio e V altro a S. Antonio nella contrada di Piazza, 
sono belllini e ben tenuti. 



— 2^4 — 

2. Fra i Prevosti di Sovere meritano uno speciale 
ricordo : i. Capitanio don Giovanni, che fu fatto Ret- 
tore della chiesa di S. Martino 1' anno 1480 e, a quanto 
pare, morì nel 1492. Questi, l'anno stesso della sua 
elezione, dal vescovo Lodovico Donato ottenne di unire 
al parrocchiale altri due benefici di S. Maria della Torre. 

2. Luzaschi don Antonio, che, come si rileva dall' an- 
tichissimo libro: Iura Ecclesiae S. Martini de Suere r 
prese a governare nel 1494. Morì nel 1523, in quel 
torno, lasciando tutta la sua sostanza alla V. Scuola 
del SS. Sacramento. 

3. Nel 1564 entrò Furnio don Lorenzo, che, ripieno 
dello spirito del Concilio di Trento, terminato quell'anno 
medesimo, fu diligentissimo nella riparazione dei diritti 
parrocchiali e nella cura delle anime, malamente con- 
dotte dal suo antecessore don Paolo Zilioli, in un rap- 
porto della Comunità, diretto a Marco Morosini a Ve- 
nezia, rappresentato poco morale (Arch. Parr.). 

1 meriti del Prevosto Furnio (il primo così titolato) fu- 
rono riconosciuti dal Doge Pietro Loredano, che gli inviò un 
grazioso Diploma. Pare che avesse anche la firma di 
pubblico notaio. 

4. A Furnio don Lorenzo, morto il 24 giugno 1587, 
nel 1588 successe Furnio don Battista, per sagacità e 
zelo non da meno dell' antecessore. Questi a prò di 
Sovere vinse una grave controversia contro l' arciprete di 
Clusone, don Decio Benino. Morì nel 1623. 



255 



5. Nel 1677, infierendo le febbri maligne, il pre- 
posto Don Francesco Vitali volle che per voto pubblico 
>i stabilisse dì celebrare ogni anno in perpetuo la festa 

i S. Carlo Borromeo, che nell'ottobre del 1575 aveva 
isitato la Parrocchia. 

6. Don Francesco Vitali, morto nel 1683, ebbe per 
successore Mons. Bartolomeo Finardi di Bergamo, dot- 
are in ambe le leggi, Canonico Teologo della Catte- 
irale, Provicario Vescovile e nella Sinodo Giustiniana 
II (28 aprile 1687) creato esaminatore sinodale. Questi, 
:ome lasciò scritto Mons. Marziale, in soli 7 anni di 
governo operò assai più di quello cha fece in 40 il Vi- 
ni, un po' trasandato. Il vescovo Giustiniani, che V aveva 
n gran conto, per lui estese la Vicaria. 

7. Morto il Finardi, il 20 settembre 1690 venne a 
•eggere la Prepositura Mons. don G. B. Marziale, detto 
li sopra, prima professore di eloquenza greca e latina 
lei Seminario di Padova al tempo del Beato Gregorio 
Barbarigo, poi rettore del Collegio Mariano di Bergamo. 
Nel 1670 le scuole di filosofìa, levate dal Collegio della 
Misericordia Mariano, furono aperte nel Convento di San 
\gostino in Bergamo — Vedi Not. Patr.). Dottore in 
imbe le Leggi, Abate e Protonotario Apostolico. Vasta fu 
a dottrina e specchiata la bontà di questo insigne pre- 
ato, che vendicò i diritti della sua chiesa, diede norme 
>er V insegnamento del Catechismo, di cui, come il suo 
)redecessore, era tenerissimo, ed arricchì la Parrocchiale. 



— 256 — 

Carico d' anni (80 e più) e pieno di meriti volava al 
Signore il 30 dicembre 1737. Che il Marziale, citato 
sempre dai suoi successori con ve?ierazione, andasse fa- 
vorito anche di poetica vena, chiaro si pare da due iscri- 
zioni dettate da lui, una sul fonte battesimale : 

D. O. M. 

FONTEM HAURI, QU1CUMQUE SITIS ; ECCLESIA DONAT 
QUAM DAT XSTUS ACQUAM ; NE MORIARE, BlBE; 

l'altra sulla nuova porta della Canonica: 

HOSPES ERAM, HOSPITiBUS CESSI, NOVUS HOSPES AVETQ; 
TU ME, TE HOSPITIO PROXIMUS HOSPES AGET (1728). 

8. 11 24 dicembre 1738 entrava prevosto Foresti don 
Bernardino di Castro, sacerdote di grande pietà e coltura , 
esattissimo nel suo ministero. Come si ha dal libro de; 
morti, questi fu anche Vicario del S. Ufficio d' Inqui- 
sizione. Pianto da tutto il popolo, che l' adorava, fi 
chiamato all'eterna ricompensa il 24 marzo 1792, ir 
età d' anni 83. 

Vennero poi nel 1792 don Paolo Pellegrini, tutte 
carità verso i poveri; nel 1823 don Luigi Riccardi, 
fondatore della Confraternita del SS. Sacramento nel! 
chiesa del Suffragio; nel 1833, presentato solennemente 
al popolo dal vescovo Carlo Gritti-Morlacchi, don Già 
van Battista Ferrari, ultimo Vicario Foraneo di Severe' 



257 



Locatelli don Antonio, ora prevosto di Stezzano: Briolini 
don Celestino, ora Vicario di S. Alessandro in Colonna, 
e, finalmente, Calvi don Giulio, condiscepolo del Maestro, 
il quale fu cortese di accompagnare la piccola brigata 
ad una delle fucine per la riduzione del ferro, industria 
che a Sovere fiorisce da secoli. Il mantice vi è mosso 
da cadenti acque del Borlezza, ed è bello indugiarsi un 
po' ad ammirare quelle bocche dei forni accesi, quelle 
tarchiate e nereggianti persone dei fucinieri, quelle verghe 
arroventate, quei magli pesanti, quelle ancudini, quel 
frastuono, che per un istante ti trasportano nella ca- 
verna, dove Vulcano, aiutato dai Ciclopi, temprava i 
fulmini a Giove. 

3. Uscita da quelP ufficina stridente e riverito il si- 
gnor Prevosto, la comitiva, per la via provinciale a si- 
nistra del fiume, che scorre incassato entro il deposito 
lacustre, si mosse alla volta di Lovere. 

Ad un punto della strada riguardando al San- 
tuario della Torre, baciato dai primi raggi del sole e 
biancheggiante sul verde sfondo dei prati, veduta una 
divota schiera di pellegrini, la quale si dispiegava su 
pei sentieri del monte, fra i lieti gorgheggi degli uccelli 
il Maestro sciolse commosso la seguente 



— 258 



ODE. 



i. Salve, o Maria, presidio 
Di queste piagge amate : 
Senti il devoto popolo, 
Che inneggia a Tua bontate 
E, ratto in santo giubilo, 
Fa l'aer di Te suonar. 

2. Risponde a lui degli Angioli 

L'innamorata schiera, 
Te salutando amabile 
Di grazie dispensiera, 
Che in auspicato vertice 
Godi fra noi regnar. 

3. Sali, pia turba, affrettati 

All'augurai pendice. 
Dopo i ferventi aneliti 
Chi più di te felice ? 
Là dolce refrigerio, 
Là troverai vigor. 

4. Ti invita al Santuario 
Un celestial sorriso. 

Niun cuor dall'alma Vergine 
Palpiti mai diviso. 
Se nostra possa è debile, 
N'affida il grande amor. 



O Santuario, vivida 
Di beni ampia sorgente ! 
A te dell'egro adergesi 
La prece confidente, 
Prece ascoltata, e al misero 
Torna letizia in sen. 

E se in regioni inospite 
Va errando il pellegrino, 
Se fremegli terribile 
Marzial furor vicino, 
Da quel sacrato vertice 
La Madre a lui sovvien. 

Odi, benigna, gli umili 
Sensi dell'abbandono ; 
Compi il voler degli animi, 
Aperti in dolce suono : 
Che Tua pietà di grazie 
Largheggi ognor dal ciel. 

E Tu dal poggio aereo, 
Dall'ara Tua romita, 
Madre cortese, vigila 
La piaggia a Te gradita 
E accogli i voti unanimi 
Del popol Tuo fedel. 



4. A poca distanza da Sovere è Sellere, ameno vil- 
laggio di 400 abitanti, dei quali alcuni sono contadini 
e altri pastori. Nelle varie vicende politiche attraverso ai 
secoli andò sempre unito con Sovere. È tradizione che 



— 259 — 

anticamente vi fosse una rinomata fabbrica di violini. 
Vive poi ancora Ja memoria di lotte sostenute contro 
PianicQ e di certi uomini famosi per braverie e crudeltà 
inaudite. Pare che al tempo dei feudi fosse un covo 
di malfattori. Le famiglie più vecchie hanno un'origine 
non punto chiara e con buona pace dei presenti, che 
non ci hanno colpa di sorta, si è tentati a pensare che 
il nome di Sellere sia venuto da scelus. 

Da prima formava una sola Parrocchia con Pia- 
nico, dal quale si separò nel 1642. Per un buon corso 
di anni ne furono Parroci i Cappuccini del vicino con- 
vento di S. Maurizio; poi si trovano un Martinelli di 
Qualino; un Cominelli Don Giacomo di Cerete Alto, 
uomo di vita austera, che resse la Parrocchia 56 anni 
(f 1847); un Don Pietro Mussita di Gaverina, che nei 
36 anni di regime spiegò molta abilità e morì il 12 
settembre del 1884. Nella vacanza di alcuni mesi fu 
economo spirituale Bianchi Don Bettino, prete dei paese, 
erudito, ma contrariato.' Finalmente, morto Don Antonio 
Marra, uomo di straordinaria semplicità, succeduto a quel 
santo prete, che fu Don Bortolo Bolis di Ambivere, il 
27 aprile del 1902 veniva eletto Parroco Canova Don 
Policarpo di Castione, al quale Iddio sia largo dei più 
eletti favori. 

La parrocchiale, intitolata alla Visitazion della Vergine 
e consacrata il 7 novembre 1649 dal vescovo G. Maria, 
non presenta nulla di particolare . 






— 2Ó0 — 

5- In alto, sulla pendice meridionale del monte Colom- 
bino (m. 1187), tra campi di frumento, prati e pascoli, 
si distende il paese di Bossico (ab. 675, alt. M. 850 
sul livello del mare). 

« Se potessimo darvi una capatina — disse il Maestro 
— vi vedreste delizia di altipiano, ampiezza di orizzonte, 
postura poetica e romantica ! Certo vi faremmo la pas- 
seggiata al Roccolo, gita di prammatica per quanti vanno 
a Bossico a divertirsi. Saliremmo la collina, detta Costa di 
Cromo, la quale, se le si potesse mettere una porta, 
varrebbe un Perù (Amighetti). Che alleggerimento, che 
capriole e che bei riposi in quell'aria ossigenata e bal- 
samica, per quelle praterie) all'ombra di quei faggi, che 
anche nella stagione bruciata offrono una deliziosa fre- 
scura ! Vi vedremmo la bella Parrocchiale, dedicata all'A- 
postolo S. Pietro e soggetta alla vicaria di Lovere (Dio- 
cesi Bresciana). Ma così alle corte di tempo bisogna 
star contenti al quia e rimandarvi la gita ad un'altra 
volta ». 

6. Come La vuole, Maestro ; il nostro desiderio non 
può essere discorde dal suo. Ma dica : La sa il nome 
di quel paesello, che ci sta di fronte al di là del fiume ? » 

« Si chiama Pianico (ab. 535), nelle antiche memorie 
Plenicum e Pienico. È attraversato dalla via nazionale, 
e da mezzodì gli si distende una graziosa valletta che ve- 
dremo. In paese sono ancora i ruderi di un'antica fortezza, 
che apparteneva ai Colombini di Solto (Ronchetti). L'antica 



2ÓI 



Parrocchiale di Pianico e di Sellere sorgeva là vicino 
al Cimitero; poi, non si sa quando, fu lasciata diroccare 
e si prese a fabbricar la presente, ufficiata l'anno 1785 
(Arch. Parr.) Piccola, ma di bella struttura moderna, è 
dedicata a S. Zenone, vescovo di Verona. Il primo 
parroco, di cui si ha memoria, è un Olivieri; gli tennero 
dietro un Colombo, un Don Domenico Marra, morto 
nel 1890 dopo un regime di anni 51, ed ora governa 
Bianchi Don Giovanni Battista di Sellere. Nel territorio 
di Pianico, conformato a collinette, è nulla di particolare, 
se ne togliete la bella conca, il bel bacino fondo, depo- 
sito di un antico lago ». 

7. Vicino alla spaventosa voragine del Tinazzo, 
Giannetto, appuntando l'indice a sinistra, esclamò : 

« Guardi, Maestro, che bel monte rotondo ! Di 
grazia, come si chiama ? » 

« Monte Cala, e la chiesetta, che lo incorona, è 
dedicata a S. Giovanni, onde dicesi anche Monte S. Gio- 
vanni (m. 605). Sui fianchi del cono del monte, di 
fronte alla gradinata, che mette al piccolo Santuario, 
sta aperto un pozzo glaciale, che, se non è importante 
come quello del Corno di Predore, è però dai geologi 
molto ammirato. A quel pozzo, naturale artificiale che 
sia, nell'opinione del volgo si attacca la storia del castello, 
che ai tempi di Carlo Magno sorgeva in cima al monte, 
al luogo della chiesa e dell'Ospizio adiacente. Il castello 
era abitato da un pagano, certo conte Alloro, detto Lupo, 



— 2Ó2 — 

un tirannello del suo tempo, sapete, un signorotto come 
quelli del Medio-Evo, un prepotente come Don Rodrigo 
e l'Innominato di più tardi, il quale, circondato lassù 
da sgherri e da soldati, al sicuro affatto dalla giustizia 
umana, avrà vissuto alle spalle degli abitanti di questi 
paesi. Il conte aveva una figlia verginella, che, fattasi 
secretamente cristiana, con dolce violenza fu attorno al 
padre, perchè anch'egli si convertisse. Né tornarono inu- 
tili le caritatevoli arti della figlia ; poiché Alloro, che 
non era duro, né incaponito pagano come Dioscoro, il 
padre crudele di s. Barbara, un giorno, non potendo 
più oltre resistere, abbracciò la Fede cristiana e din- 
nanzi a Carlo Magno, che, accompagnato da 7 vescovi, 
con animo grande (!) aveva assediato Monte Cala, fatte 
prima le* debite riverenze, parlò a lungo e in piena re- 
gola e forma, pentito ed umiliato... Dopo quell'ardua 
impresa Carlo conquistò facilmente tutta la Valle che 
concedette in feudo alla Monicella, figlia di Alloro, la 
quale morì in s. Giulia a Brescia (Marinoni) ». 

« E il pozzo ? » 

« Ah... me n'ero quasi dimenticato. Il pozzo vi sa- 
rebbe stato fatto dal conte per raccogliervi acque, o 
per precitarvi, come in trappola, certi importuni, dei 
quali gli premeva di spacciarsi. Ma e Verginella e conte 
Alloro e trabochetto, secondo il dottissimo Marinoni che 
non dimenticheremo di riverire, sarebbero favole. È certo 
però che vi esisteva un castello, forse opera degli in- 



263 



felici tempi delle fazioni Guelfa e Ghibellina, e il castello 
era chiamato la Vedetta ». 

8. Intanto, per l'antica Via Nazionale, si era giunti 
al Convento di s. Maurizio. 

« Ecco Lovere ! » — gridarono ad una voce i fan- 
ciulli. — E la gentile, industriosa ed ospitale cittadella del 
Sebino, sedente sul lido ricurvo, si distendeva ai loro 
occhi, co' suoi palazzi, col suo bel porto, coi cinque 
graziosi villaggi, che, ad eguale distanza, le stanno sopra, 
dalle bianche chiesette, che pare si sporgano fuori vaghe 
di specchiarsi nel lago. È pur giocondo quello spettacolo, 
è pure incantevole quel panorama in una bella mattina 
di primavera dal Convento di s. Maurizio ! irMonastero, 
secondo il Calvi, innalzato dalla pietà dei Loveresi 
Panno 1448, giace alle falde del monte Cala, 106 metri 
sul livello del Sebino. Si asserisce che fu visitato anche 
da S. Bernardino da Siena ; ma come può essere, se 
il Santo morì 4 anni prima della sua fondazione, cioè 
il 20 Maggio del 1444 ? Nel 1648 vi si inaugurò il 
Noviziato con studio e si fondò una copiosa e p?'eziosa 
biblioteca, come risulta da un decreto capitolare del 1 660, 
che vieta di asportarne i volumi. Da quel punto S. 
Maurizio divenne palestra di studi onorati, degni di quel 
Cenobio, che vantò insigni letterati ed oratori e nel quale 
si celebrarono sei capitoli generali (Marinoni). Ma nel 
1805 dal governo della Cisalpina i Religiosi ne furono 
espulsi e nel 18 io dal piccone vandalico il convento venne 



2Ó4 



abbattuto. N' andarono rovinati al suolo e la chiesa di 
struttura antica sotto l'invocazione di s. Maurizio, ove 
erano anche buone pitture del sec. XV, e alcuni nobili 
mausolei, appartenenti alle famiglie Algisi, Giovanelli e 
Marenzi (Maironi). La storica chiesa doveva salvarsi a furor 
di popolo, almeno per le classiche opere che rabbelli- 
vano. Ma non fu così. Il celebre Prevosto Barboglio 
offerse inutilmente tre mila lire, perchè fosse risparmiata, 
e, quando la vide distrutta e mirò i sarcofaghi de' suoi 
maggiori violati e disperse qua e là perfino le pietre cogli 
epitafì, pianse come un fanciullo (Marinoni). Più tardi 
il diroccato convento di S. Maurizio divenne proprietà 
della ricca famiglia Bosio, che lo donò ai Cappuccini 
con buona somma di denaro per giunta, affinchè lo rie- 
dificassero. E nel 1877 si diede principio alla fabbrica, 
che, condotta a termine nel 1879, accolse di nuovo la 
religiosa Famiglia ed il Noviziato. La Chiesa attuale è 
semplice, ma piace e ispira divozione ; di pregevole vi 
sono due grandi tele (S. Luigi e l'Immacolata) di Fra 
Camillo Caiser da Milano. 

I nostri ne andavano rapiti e avrebbero voluto fer- 
marvisi ancora un pochino ; ma il tempo stringeva e 
lor convenne partirne alla volta di Lovei'e (ab. 3320), 
capo luogo di Mandamento, distante da Bergamo chi- 
lometri 42. 

9. Vicino all'antica Porta Seriana, Felice domandò : 
« Maestro, si conoscono le origini di questo paese ? » 



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UNI 



2Ós 



« Caro mio, si perdono nelle tenebre dell'antichità. 
IIP. Celestino Colleoni dice che il nome gli sarrebbe venuto 
da una contrada chiamata Luar, dove forse si onorava 
la dea Lua o Lzcpa, mentovata da Tito Livio, la quale 
il Girardo dubita se fosse Diana. La dea Lua era certo 
in grande stima, perchè a lei, non meno che a Marte 
e a Minerva, di cui qui si trovarono due interessantissime 
iscrizioni romane, che ora sono murate nell'Ateneo di 
Bergamo, a destra di chi entra, si dedicavano le spo- 
glie tratte dai nemici. Se così fosse, si potrebbe anche 
affermare che Luar si chiamasse il sacrificio che le si 
faceva, come Lattar si diceva il sacrificio dei popoli del 
Lazio, e che col medesimo nome si designasse anche 
.1 luogo e la contrada del sacrificio. Dalle trovate iscri- 
zioni si dedusse pure che Luar, termine che vi entra, 
:"u un signore, il quale avrebbe dato il nome a_ Lo vere. 
Vattel a pesca ! (Marinoni). Secondo la cronaca del Ce- 
eri, Lovere, dove si trova oggi, avrebbe avuto princ- 
ipio soltanto ai tempi di Carlo Magno (la cui venuta 
n questi luoghi il Barboglio dice wrì invenzione) e sa- 
ebbe poi cresciuto assai dopo la distruzione della Rocca 
ii s. Lorenzo, fino a contare molte migliaia di abitanti 
12.000 pel Maironi). Il Ronchetti la dice fin dal 778 
{rossa terra del Bergamasco, ove riparò Brutterò, figlio 
lì Rai mone, conte e governatore di Brescia, sconfìtto a 
^ividate da Folcorino, signore di Valcamonica. Il nostro 
cloroso A. Mazzi dice probabile che prima del 1000 



266 



Lovere non facesse parte del nostro territorio. Ne sarebbe 
un indizio il trovarlo inchiuso nella Diocesi bresciana atì 
pari della restante Valle Camonica, quantunque non si 
sappia effettivamente in quale epoca venisse congiunto 
col nostro contado. È da ritenersi come cosa assai vero- 
simile che il confine fosse segnato dal cosi detto Filone* 
di Quatizia, che corre a ponente di Lovere nella dire- 
zione da tramontana a mezzodì, e che dalle ultime pen- 
dici meridionali di quel Filone scendesse al lago al di 
sopra di Castro. Quindi restavano esclusi dal nostro 
territorio anche Volpino, Qualino e Ceratello, l'acquisto del 
quali costò tante lagrime e tanto sangue ai Bergamaschi., 
Questa esclusione risulterebbe dal Documento del 774,; 
ove si legge : Massaricios per Valle Camonense fine\ 
Cavelles in suso, cioè i poderi sparsi per la Valle Ca-j 
monica a cominciare dal confine di Valcavallina. I nomi 
antichi di Lovere sono Lauceris, Leuceris, Luei'iurn, 
Luarum, e Luarus, il quale ultimo si ha nella Brescia 
sacra del P. Gradenigo, che lo chiama borgo insigne, 
Luare e Loare. Non solo nei secoli V e VI, ma anche 
prima, come scrive il Cronista Rodolfo notaio, Lovere 
doveva essere luogo fortificato, per avere alle spalle le 
tribù quasi selvagge dei Comuni, da Bruto, l'uccisor di 
Giulio Cesare, chiamati popoli bellicosissimi, i quali fin 
dal 590 avanti Cristo guerreggiarono coi Romani e fu- 
rono debellati, secondo Polibio, da Tiberio Gracco, poi do; 
mati del tutto da Druso, che li ascrisse alla tribù Quirina 



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— 267 — 

(Marinoni). Troppo lungo sarebbe riferire le varie vicende 
a cui andò soggetto Lovere dal dominio dei Romani 
fino al presente. Fu governato e sgovernato, florido e ri- 
dotto allo stremo. Una volta serviva di rifugio ai vescovi 
di Brescia, mal sicuri nella loro sede. Il Ronchetti at- 
testa che nel 1263 vi morì il venerabile Cavalcano del 
Sale 0, come piace al Maironi, Cassalcone Sala, bandito 
da Ezzelino da Romano e sepolto nella chiesa di s. Gior- 
gio. Nelle effervescenze civili del secolo XIII, di cui sono 
testimoni molti ruderi di castelli e di fortificazioni, come 
la torre che vedete là su quel poggio, Lovere ebbe a 
soffrire danni incalcolabili (Maironi). Nel 141 5 essendosi 
ribellato a Pandolfo Malatesta, ai primi di Ottobre fu 
da lui saccheggiato senza pietà e venduto per 800 ducati, 
parte alla Valle Seriana Superiore e parte ai Foresti di 
Castro (Ronchetti). Nel 141 8 con grosso nerbo di soldati 
venne pure assalito dal Carmagnola, che lo assoggettò 
al Duca Filippo Maria Visconti di Milano. Prese poi 
larghissima parte ai movimenti politici degli anni 1797, 
1848 e 1859. Del 1848 si ha memoria che dal Collegio 
al rullo dei tamburi partirono molti volontari dei dintorni 
per liberar Bergamo con fucili da museo da caccia 
anche soltanto con rusticane armi da taglio e da punta, 
preceduti dagli improvvisati capitani P. Zitti e B. Ban- 
zolini a cavallo, salutati lungo la Valcavallina dal grido: 
« È qui la Valcamonica !» E vi fu chi li chiamò i 
Leoni della Valle. E guai a chi non li avesse creduti 
invincibili ! » 



io. Passata l'antica porta Seriana, dalla Piazza Vit- 
torio Emanuele, già del Palazzo Pretorio, fuori del quale 
un dì si vedeva la berlina, la compagnia si mosse verso 
la Prepositurale, una volta dipendente dalla Pieve di 
Rogno, da ibrida croce latina dall'Archi. Pellini ridotta 
a tre navate. È dedicata all'illustre martire s. Giorgio 
e adorna di dipinti di buon pennello, come il Martirio 
del Titolare del Cignaroli, la Cena del Romanino, i 
quadri laterali del coro e l' Immacolata coi Santi del Ci- 
frondi, restaurati dal Guadagnini, e specialmente Mosè 
che cava l'acqua dalla rupe, attribuito a Giovanni Hiertz, 
pittore fiammingo. Vi erano anche le prospettive a fresco 
del Molinari ; ma per l'aggrandimento della chiesa, sta- 
bilito fin dal 1825 e effettuato appena in questi ultimi 
anni dal Prevosto Don Domenico Poletti con elargizioni 
sue e dei Parrocchiani, andarono distrutte. I due Angeli 
dall'altar maggiore e il bellissimo trono della Madonna 
sono dei Fantoni. L'aitar di N. Signora colle statue è 
opera del Calegari di Brescia. Si trova poi che nel 
1782, in cui si eseguì l'ornamentazione della chiesa con 
molto dispendio e cattivo gusto, questa era ufficiata da 
una trentina di preti, quasi tutti di famiglie civili, dei quali 
parecchi andavano distinti per dottrina e per pietà. In- 
signi Prevosti di Lovere furono: nel 1402 la R.everentia 
di messer Rodolpho Celerio ; nel 1668 dalla S. Sede 
fu nominato protonotario apostolico con uso di mitra 
Ruggeri di Stadolina, degno di eterna memoria, che ebbe 



269 



per successore Ottavio Barboglio ; nel 1775 moriva 
Fieschi, oratore inarrivabile ; poi governarono il Bertoni, 
una gemma di Pastore, e nel 1802 il nob. R. Barboglio, 
elegante latinista, di cui si desidererebbe un'estesa bio- 
grafia ; nel 1840 gli tenne dietro il Bosio, di cui riman- 
gono le Istruzioni alle Suore di Carità ; finalmente per 
cinque anni vi fu prevosto amatissimo Mons. Geremia 
Bonomelli, ora vescovo di Cremona, il cui solo nome 
.equivale ad un elogio. 

Il Maestro, passando, avrebbe riverito volentieri il 
prevosto attuale D. Giacomo Nabotti, da lui già veduto 
a Trenzano ; ma i ragazzi si struggevano di arrivare al 
Chiesone. 

Questo, che più d'ogni altro monumento nobilita 
Lovere, è tre volte maggiore della Prepositurale. Il grande 
Tempio in onore di M. V. Assunta, come riferisce Mons. 
Marinoni, fu promosso dai fabbricatori di panno e di- 
segnato nel 1473, cominciato l'anno seguente, finito in 
due lustri e ristaurato nel 1647 e 175 1. L'esterno ha 
peristilio e porta d'ottimo gusto. In lunghezza (m. 77) è 
quasi eguale alla larghezza massima del Duomo di Mi- 
lano. Le tre navate, sostenute da 14 colonne, sono le 
più vaste della Diocesi di Bergamo e di Brescia. Colle 
navate armonizzano perfettamente il presbiterio e il coro. 
Le sedie del presbiterio sono opera di Simone Saccella 
e le più belle intarsiature del coro si attribuiscono, al- 
meno in parte, al bresciano Fra Raffaele. L'anno 1485, 



270 



in cui la Basilica fu consacrata da tre vescovi coll'in- 
tervento di 12 mila forestieri, fu anche chiamato a di- 
pingerla il Ferramola, capo della scuola bresciana, del 
quale è pure il S. Francesco sopra l'arco dell'altare a 
lui dedicato. La Cappella della Concezione fu classica- 
mente architettata e dipinta nel 1535 da Andrea da 
Manerbio, che vi effigiò in 14 compartimenti i Dottori 
principali della Chiesa, suffraganti il Dogma. Nel 1854 
PArrigoni di Bergamo ristora e ridona allo splendore an- 
tico gli affreschi del pittor Bresciani. Nel 1753 i signori 
Bazini fanno eseguire, si crede, al Marone la grande an- 
cona pel quadro dell'Assunta. Nella pala di S. Diego del 
Cavagna sono tre teste, a cui manca sol la parola. Lo 
Sposalizio è buona copia di quadro classico e la pro- 
spettiva in fondo del comasco Velzi (175 1). Il Maironi 
dice che l'Adorazione dei Magi è del Viviani, la Puri- 
ficazione del Cavagna e S. Giuseppe del Palma. Gli 
affreschi poi sono tutti di eccellenti maniere e i fregi e 
fìnanco i cancelli sono designati con tanto gusto, da desi- 
derare che sieno incisi in Album per modelli d'ornato. 
Le grandi vetrate circolari della navata di mezzo, com- 
messe da A. Bosio ed eseguite da Pompeo Bertini, sono 
due capolavori. L'altare, tutto di marmo di Carrara, 
molto ornato e costoso, bel monumento della pietà dei 
Loveresi, fu inaugurato nel 1846. Insomma, la Basilica 
di S. Maria è un santuario per la storia dell'arte. An- 
nesso al Tempio è un grande fabbricato, ora Collegio, 



271 



ma un dì convento dei Minori Osservanti, che ne furono 
sloggiati nel 1764. I Francescani vi furono invitati dal 
Comune Panno 1 5 1 1 : — I Consiglieri invitano li frati 
ala gesia de S. Maria edificata de fora de Loer a con- 
tentamento et letizia nostra per amore et divozion a dito 
loco. Il Guardiano di Crema risponde : Se pigli imo 
logheto recapitabile per li f?-ati ad edificare lo convento... 
(Marinoni). 

11. Pieni d'entusiasmo e di ammirazione usciti dal 
gran Tempio, i nostri avrebbero visitato volentieri anche 
il Collegio ; ma l'ora incalzava ed essi prima di partire vo- 
levano recarsi a riverire Monsignor Marinoni, che in breve 
avrebbe poi fatto loro la storia di quelle Scuole. Discesi 
dunque tra il Cantiere e il Caffè Nazionale al bel largo, 
ov'è la Stazione della Guidovia Camuna, in riva al Sebino 
(alt. m. 185), piegarono a destra e diffilato furono al palazzo 
di Monsignore. Dal 1890 egli vi abita pacificamente, divi- 
dendo la vita fra gli studi, gli amici e le opere del sacerdotal 
ministero. Vennero introdotti a lui da un servo, senza 
che li facesse attendere in anticamera chiedesse loro 
il nome. Monsignore, seduto a un tavolo in un angolo 
della sala, stava appunto scrivendo intorno alla Decen- 
nale dimora di Lady Montagù a Lovere, opera che 
doveva far seguito all'altra : Lady Montagli Wortley 
prima della sua venuta alle rive del Sebino. Alla voce 
del domestico depose la^penna e gli occhiali e, cono- 
sciuto il Maestro, si levò, gli andò incontro e gli strinse 
amorevolmente la mano, dicendo: 



272 



« Oh siate proprio il benvenuto ! » 

Quindi, additate alcune scranne di fronte a lui e 
fatto cenno che sedessero, anch'egli sedette sopra un 
divano e, con quella bontà che lo distingue, proseguì, 
quasi riappiccasse una conversazione interrotta la sera in- 
nanzi : 

« Voi avete tradotto le Grandi Giornate di Hervé- 
Bazin ; ne ho letto con piacere la versione. Ho veduto 
anche il vostro piccolo, ma succoso lavoro sul Catechi- 
smo e quella Lezione di eloquenza, che vorrebbe essere 
ben meditata ». 

Ad ognuno suona dolce la parola, che gli ricorda un 
po' di ben fatto o che crede tale ; ma in quell'istante 
la sorpresa superò nel Maestro il piacere. Un letterato, 
come Monsignor Marinoni, aveva letto una traduzione 
ed alcune cosucce di uno scrittorello minuscolo e ne 
moveva cortesi parole all'autore... non aveva egli di che 
meravigliare ? Così la conversazione si andò di mano in 
mano facendo più animata e confidenziale ; e quando 
il Maestro, che prima l'aveva guardato senza aprir bocca,' 
alla fine ruppe il silenzio per ringraziar Monsignore, 

« Io — gli rispose questi con una famigliarità tutta pro- 
pria degli uomini veramente grandi — io devo ringraziar voi 
della visita che mi fate e delle Memorie di Valcavallina 
che spero veder presto finite. Voi sapete quanto anch'id 
m'interessi delle cose nostre e sono lì a mostrarvelo 
Documenti Loveresi e la Storia di Lovere. Li conoscete ? » 



273 



« Se li conosco ! Anzi mi sono tornati preziosissimi 
e, a dirgliela in un orecchio, ne ho approfittato non 
poco ». 

« Benissimo ! Li ho raccolti perchè sieno conosciuti ». 

« Ella può fare quello che vuole, perchè quando si tratta 
di storia La vi porta animo e vigore giovanile. Ma io 
trovo qualche difficoltà in questa sorta di lavori e non 
me la sento di pubblicare quel poco che ho fatto...» 

« E perchè no ? Su, coraggio. Alla peggio pensate 
che nessuno è riuscito perfetto la prima volta. Un po' 
di bene si può fare anche per questa via. A proposito, 
avreste bisogno di qualche schiarimento sui dintorni di 
Lovere...» 

« Scusi, Monsignore : per tali notizie mi sono valso, 
almeno in parte, della Gemma Subalpina. Ma, per ca- 
rità ! Se L'ha a vedere, non ne faccia parola col bravo 
Sig. Don Alessio, al quale, per chiudergli la bocca, mi 
confesserò io stesso quanto prima. Piuttosto, da Vossi- 
gnoria vorrei qualche cenno storico intorno alle Scuole 
ed al Collegio, di cui Ella fu per tanti anni Rettore ». 

« Ecco : si può dire che le Scuole qui esordirono nel 
1 5 3 1 colla prima scuola apertavi dal maestro di gram- 
matica, Maffeo Marchesi di Esmate...» 

« L'ho notato anch'io ». 

« Ottimamente. Nel 1687 si tentò di sostituire nel- 
l'insegnamento ai Minori Osservanti di S. Maria i Bar- 
nabiti di Milano. Ma il tentativo fallì forse a danno 

18 



274 



delle nostre scuole. Nel 1765 il Cardinal Mollino, ve- 
scovo di Brescia, decretò una Cattedra di Filosofìa e di 
Teologia da unirsi alla già fiorente Accademia di Gram- 
matica e Rettorica. Il Seminario di Lovere, che tale era 
il suo nome, comincia ad acquistar bella fama. Ma i 
Chierici vivevano dispersi in pensioni, perchè non vi era 
posto in Convitto. Chi aprì il Convitto sospirato fu il 
Barboglio, elettone Rettore a 23 anni nel 1784. Nel 182 1 
il sospettoso governo austriaco deliberò la soppressione 
del Seminario (che da un secolo contava da 70 a 80 
Chierici) per concentrar meglio il tutto in Brescia sotto i 
suoi occhi paterni/ Che finezza, neh vero ? » 

« Oh ! Fin troppo squisita ». 

« Nel 1849 le scuole, cessate pei movimenti politici, 
si riaprirono nell'antica fabbrica di panno alla Marzia, 
rifiutata dagli Austriaci come caserma, e nel 1850 si 
tornò all'antica sede. 

Nel 1858 il Collegio dall'insigne vescovo Verzeri 
fu dichiarato vescovile. In seguito prevalsero clientele 
laiche, le quali si determinarono sotto Taccolini, che 
prima del 1859 ebbe fino a 200 allievi. Allorché nel- 
l'anno scolastico 1865-66 gli succedetti io, il Convitto, 
per le note turbolenze politiche, era decaduto; ma, 
grazie a buone scuole e ad influenti amici, potei portarlo 
ben presto a 300 alunni, quanti ne contava anche 
quando nel 25 anno del mio difficile Rettorato (1890) 
io ini ritrassi a vita privata. Finalmente, il Convitto 



— 275 — 

passò a regime nazionale e, come regio, è uno dei 
più frequentati. Ecco quello che io posso dirvi delle 
nostre scuole e del nostro collegio ». 

« Stupendamente ! Grazie di cuore, Monsignore ! » 

E poiché il domestico era entrato nella sala ad an- 
nunciare il signor Prevosto, Don Giacomo Nabotti, e 
Monsignore aveva fatto cenno che passasse, il Maestro 
coi fanciulli si alzò come per congedarsi da lui, che, 
presagli affettuosamente la mano, lo accompagnò fino 
alla cancellata e gli raccomandò che non partisse di 
Lovere senza visitare il palazzo Tadini. Era questo un 
vivo desiderio anche del Maestro e dei ragazzi, i quali, 
riverito Monsignore, che per buon tratto li segui collo 
sguardo sempre acuto e brillante, si avviarono lungo 
il porto verso Piazza Garibaldi. 

12. Dinnanzi allo scalo dei piroscafi è la gran piazza 
d'Italia o piazza del mercato, che vi si tiene ogni sabbato 
e nei mesi di settembre e ottobre anche il venerdì, 
fino dal sec. Vili frequentatissimo. 

Era mezzo giorno e la fame si faceva sentire non 
poco. Onde arrivati all'Albergo d'Italia, i nostri entrarono 
a mangiarvi un boccone e si posero vicino ad una fi- 
nestra della sala superiore per assistere all'arrivo del 
piroscafo. Lungo il desinare il Maestro, per non perdere 
tempo, volle premettere qualche notizia sul conte Luigi 
Tadini, cremasco, fondatore dell'omonima Accademia, e 
disse : 



— 276 — 

« Dovete sapere che il nob. signore apparteneva 
alla famiglia di quel Gabriele, che non solo fu invitto gene- 
rale, ma sommo ingegnere militare. Per non parlar d'altro, 
nel 1522 ideò le famose fortificazioni di Rodi. Luigi 
nel 1801 fu scelto dal Comune di Lovere a presentare 
in Lione gli ossequi della cittadella a Napoleone Bona- 
parte. Nel 181 5, per dar lavoro ai disoccupati, incominciò 
la fabbrica del suo Museo. In una sala della Galleria 
vedrete la statua del conte, scolpita dal Benzoni. Questi 
fu il primo dei giovani beneficati dal Tadini. Povero 
fanciullo, disceso dalle native montagne, gli mostrò un 
S. Francesco intagliato in un pezzo di legno e trovò in 
lui un generoso mecenate. Il conte morì Panno 1829, 
compianto da tutto il paese, che gli fece splendidi fune- 
rali e lo ricorda ancora con gratitudine. E come potrebbe 
essere diversamente ? Il munifico signore lasciò tutto il 
suo per fondare una scuola di disegno e di musica e per 
mantenere a Roma, altrove, quei giovani, che presen- 
tassero buone disposizioni a le belle arti ». 

L'appetito e il desiderio di vedere V Accademia, ove 
anche oggi insegnano quattro professori, avevano in 
breve fatto sparecchiare ai pellegrini, che, usciti dal- 
l'Albergo contenti per avervi trovato buona cortesia e 
onestà di prezzi, col libro del Marinoni alla mano in due 
passi furono a quel vero santuario dell'arte. Il palazzo 
dell'Accademia, dal dorico propileo, architettato dal Sa- 
limbeni, è uno dei migliori nel suo genere. Oltre la 



LOYERt 

IL PORTO 




4, 



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UN! 



277 



statua, che rammenta vive e parlanti le sembianze del 
padre, vi si vede anche il monumento dell'unico figlio, 
Faustino, il 30 dicembre 1789» nell'età di 25 anni, 
schiacciato e seppellito dalla rovina di un vólto sotto gli 
occhi dei genitori infelici. Glie lo innalzò il Canova, 
di cui il giovane ci ha lasciato una dotta monografia. 
Nelle 16 sale sono collocati oggetti d'arte preziosissimi, 
tra i quali alcuni quadri che l'intelligente generale A. 
Lamarmora disse degni di primarie pinacoteche. Gli 
scolari, frugati da curiosità, avrebbero voluto veder tutto, 
ma il tempo era poco e il Maestro si limitò a percorrere 
le sale e a fermarsi dinnanzi ad alcuni ritratti eccellenti 
e d'importanza storica, come quelli di S. Pio V e di 
Lutero, a qualche miniatura, a qualche tela di vaste 
dimensioni, tra cui la Canonizzazione di S. Pio V, al Bat- 
tesimo di Cristo del Civecchio, alla Madonna col Bambino 
di Giacomo Bellini, padre di Giovanni e Gentile, e 
a quella del Parmigianino, alla vaga Adorazione dei Magi, non 
capricciosamente battezzata, alla Madonna con S. Giovanni 
di Marco d'Oggiono, alla Cena in Emaus del Caravaggio, 
ai Santi Guglielmo e Francesco del Brusasorzi, illustrati 
dal celebre Scipione Maffei, e ad un quadro attribuito al 
Tiziano. Prima di andarne, ammirarono anche la Pietà e 
parecchie altre cosette di Paolo Veronese, l'affresco del Co- 
reggio, alcuni cimeli scultorii, medaglie e monete antiche 
e vasi etruschi e porcellane e, da ultimo, la preziosa 
Biblioteca. Conchiudendo che Lovere può essere meri- 



278 



tamente superba di avere una galleria che non si trova 
in città assai più grandi e popolose, la comitiva si di- 
resse verso la Fonderia Gregorini, la quale sorge sulla 
sinistra sponda del Tinazzo. 

13. Il Maironi dice che il grande Stabilimento fiorì 
già al tempo del veneto Governo; sotto l'Italico vi si 
operò la fabbricazione delle falci e d'altri strumenti rurali 
da taglio. Ma la produzione prima del 1860 era rovinata. 
II genio di Andrea Gregorini comprese che il fiume Borlezza 
poteva essere regolato e utilizzato meglio d'ogni altra 
corrente e quindi, abbandonata la patria Vezza d'Oglio, 
nel 1853 prese stanza a Loveie e con ferrea tenacità 
lavorò a salvare la naufragante industria siderurgica di 
Valcamonica, tentando nel 1856, secondo i principi di 
Werner-Siemens, un forno rigeneratore, che inaugurò col- 
l'epigrafe : Fanstis auspiciis industriae nationalis dicatum. 
L. Formentini, nell'opera « Bergamo e sua Provincia 
(1888) », parlando della Ferriera Gregorini scrive: — 
Oggi non basta quasi alle grandi commissioni nazionali 
ed estere in cannoni, in proiettili, in ghisa, in acciaio; 
impiega quasi tutto il materiale delle vicine Valli ed 
occupa circa 1600 persone. — A. Gregorini, padre agli 
operai, come la sua consorte Sara Zitti ne era la madre, 
ottenne proprio risultati superiori alle speranze. Anche 
al presente sono addetti alla Fabbrica 300 e più operai. 

Dal ponte sul Tinazzo si domina la così detta Punta 
di Castro, che, secondo il Bertolini, in due secoli crebbe 




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7.9 



di ioo metri, sulla quale nel 1859 rimase a lungo at- 
tendata la compagnia degli Adolescenti, piccoli difen- 
sori della patria, anomalia poetica in una lotta da 
giganti (Marinoni) ! 

14. A due passi dal fiume, sulla destra sponda del 
Sebino e poco lungi dall'Orrido, è Castra (ab. 710). 
Fu già feudo dei Guelfi Foresti, più prospero e più 
popoloso che non al presente e verso il 1000 godeva 
i vantaggi del transito dei mercanti di vario genere e 
dei mandriani, che si recavano a svernare in Bresciana. 
G. Rosa, nell'opera « Il lago nella storia », afferma 
che prima del 1575 esisteva a Castro un forno fusorio; 
anzi che vi si fondevano i cannoni. Fu poi abbandonato 
e il Capoferri lo ristabilì. 

Castro, di certo, tragittava le 12000 bombe che per 
molti anni la Repubblica veneta trasse da Valbondione 
(Marinoni). La sua rocca, detta dal Celestino forte ar- 
nese da guerra, posta ad ovest, diede forse origine all'at- 
tuale villaggio, nelle antiche carte chiamato Castrum. 
11 Ronchetti (Voi. V.) riferisce che nell'anno 1380 i 
Ghibellini di Lovere, uniti ai Bresciani, passarono a 
Castro, dove rubarono molti danari, uccisero non poche 
persone e, infine, diedero fuoco alla terra. Con Ducale del 
1440 quei di Castro venivano esonerati da ogni obbligo, 
perchè attendessero a finire la famosa torre, distrutta nelle 
guerre antecedenti e ricominciata nel 1437 (Calvi). Nel 
1661 Castro fu desolato da un terremoto per la caduta di 



280 



un masso enorme dal monte nel lago vicino. La 
Parrocchiale di Castro, di forma discreta, consacrata 
Tanno 1868 da Mons. Luigi Speranza, si intitola a S. 
Giacomo Maggiore, nella cui solennità anticamente si 
teneva la fiera. All'indomani dell'arrivo dei nostri vi si 
celebrava la bella festa del Patrono della Cattolica Gio- 
ventù, la statua del quale era esposta sopra un tronetto, 
circondato da faci e da imo stuolo di giovincelli. Anche 
gli scolari si inginocchiarono insiem coi devoti, e Felice 
tra le meraviglie dei circostanti uscì a dire cosi : 

SONETTO 

« E chi sei Tu che con novella festa y 

Plaude esultando l'umil canto mio ? 
Perchè de' giovin' cuor' con tal desio 
A Te si leva l'ansia manifesta ? 

Ah ! Ti ravviso in tua lucente vesta 

Glorioso fra' Cherùbi innanzi a Dio. 

Un angelo Tu sei, Protettor pio 

De' bei verd'anni de la schiera onesta. 

Ell'è a' tuoi piedi. L'innocenza in viso, 

In cuore un tenero, crescente affetto, 
Te invoca nel furor de la procella. 

Deh ! l'accompagna del tuo santo riso ; 
Le ravvalora di virtude il petto, 
Sì che non ombri il lume che l'abbella ». 

« Bravo, Felice ! » — fece Beniamino, che, non vo- 



281 



lendo essere da meno di lui, improvvisò, si può dire 
lì per lì, il seguente 

SONETTO 

« O saggio, o forte, che, di saldo zelo 

Ardente il petto, umil pur qui ti atterri 
Per farti grande, glorioso in cielo, 
Già vincitor degli inimici ferri; 

Giglio, che dei Gonzaga in sullo stelo, 
Di paradiso un balsamo disserri, 
Spirto celeste, che in corporeo velo 
Sovrumana virtude in cuor rinserri; 

Deh tu, che incauto e giovinetto i passi 
Non mai volgesti per sentier fallito, 
Per dove, ignaro a guai perigli vassi, 

Se mai cammini, l'uomo è già tradito, 

M'impetra in ciel che per dirupi e sassi 
Non torca dal sentiero a te gradito ! » 

Salutato il signor Parroco, don Francesco Zamboni, 
condiscepolo dei Maestro, nel 1898 succeduto ad On- 
garo don Geremia, e ammirati un prezioso ostensorio 
del 400, lavorato finamente a cesello e dichiarato clas- 
sico dalla Commissione per V esposizione Bergamasca 
del 1898, due statue della Madonna, V Addolorata di 
scuola fantoniana e quella del Rosario del Benzoni, e 
alcuni paramenti, la compagnia attraversò il paese e 
dopo P Oratorio della B. Vergine, entrò per un sentiero 



— 282 — 

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largo, ma dirupato e scoglioso, P antica strada romana, 
sopra P orlo di una voragine, che misura più di 40 | 
metri di profondità. Non vedi nulla, all' infuori di enormi 
spaccature nel monte a sinistra e del Dosso Petigla di. 
fronte; ma una specie di ruggito lontano, misterioso, 
potente e cupo, come di sotterra, ti fa rabbrividire. 

« Ma che diamine è? » domandò spaventato Gian- 
netto. 

« È il Borlezza, che rugge nelP abisso, torvo, fu- 
ribondo contro i massi e le rotte pareti, che gli con- 
tendono il passaggio ». 

Lo spaventoso abisso del Tinazzo, secondo P Ami- 
ghetti, il più orrido, il più grandioso, il più interessante 
burrone fra quanti sono famosi in Europa, lungo oltre 
i 300 metri e in alcuni luoghi profondo fino a 48, per 
lungo tratto è coperto d'arcate ardimentose, gettatevi; 
Panno 1816, sostenenti la nuova strada nazionale di 
Bergamo. La Tramvia, che già pareva un sogno, ma 
che tra poco sarà un fatto compiuto, farà eco all' ar-J 
dimento d' altri tempi. Al Bivio di Poltragno i giova- 
netti si vollero affacciare alP orrido, che spaventa dav 
vero chiunque P avvicina, specialmente la prima volta 
e non è a dire quanto tempestassero il Maestro p 
saperne la ragione; ma egli se la cavò dicendo eh 
quell'apertura va attribuita, più che all'erosione d 
fiume, ad una forte scossa di terremoto, che avrebb 
dato il passo al Borlezza, in epoca non lontana del io 



— 283 — 

diretto per Valcavallina. A quel cataclisma accenna 
anche il Muzio, ove canta : 

Vicus olivi/eri Castri memorabilis olim 

Corruit immenso turbine raptus aquae. 

Al Maestro piacque anche di aggiungere come nel 
1575 Lodovico Maiannoni aveva proposto al Consiglio 
di Bergamo di trarre dal Borlezza sulP antico letto un 
canale, che da Sovere, per la Valcavallina, mettesse a 
Canonica. L'idea era buona, ma le opposizioni di Ca- 
stro mandarono a vuoto la cosa (Marinoni). 

15. Uomo allegro il del V aiuta, dice un proverbio 
popolare, e contro 1' allegria hanno un beli* affannarsi i 
filosofi brontoloni, che non possono giungere a tarda età. 
Fontanelle visse un secolo, ma Fontanelle rise e fece 
ridere. E come riuscirà a frenarsi chi ponga mente un 
pochino a quella colluvie di tipi, che è V umanità, al- 
l' umano consorzio, che sembra destinato alla mutua 
assistenza nei casi di atrabile, di melanconia et similia, 
con intento speciale alla cura preventiva ? 

Il gobbo di Torino, che, veduto un altro gobbo, dava 
due soldi ad un monello perchè gridasse: « Gobbo/», 
e poi gli chiedeva gentilmente : — Chiami me quel 
Signore? — non è un caso isolato. Accidenti alla ma- 
linconia! Fra gli altri gliel' avevano giurata i nostri, che, 
più allegri del solito, percorrevano quel tratto di via 
quasi piana che è fra il bivio di Poltragno e un' acqua 



— 284 — 

fresca, scaturiente dal vivo sasso. Ma, andando fin troppo 
alla sbadata, Beniamino fu a un pelo di essere travolto 
sotto una carrozza, che gli veniva alle spalle. 

« Non è colpa mia » rispose ad un segno di ri- 
chiamo del Maestro. 

« Di chi è dunque la colpa? La sarà nostra.... ». 

« No, no; di madre natura, che ha proprio com- 
messo un errore grossolano ». 

« Una delle tue.... Sta' attento invece.... ». 

« La mi ascolti. C era proprio bisogno di porre due 
occhi davanti, quando, chiudendone uno, basta V altro 
per veder tutto ? Non era meglio metterne uno anche 
di dietro ? La materia era la stessa ; e che risparmio di 
fatica e che beneficio per gli uomini ! Sarebbero più 
rare le aggressioni alle spalle, 1' ornato ci guadagnerebbe 
non poco e, quel che più importa, ne sarei più con- 
tento io ! » 

Chi potrebbe pienamente raccontare quanto fu com- 
mendata da tutti P ingegnosa uscita di Beniamino, che 
aveva così saputo schermirsi da ulteriori rimproveri del 
Maestro ? Il quale, tutto considerato, si abbonacciò e 
conchiuse che il buon umore costa pure qualche cosa 
talvolta, ma è una merce che non si paga mai abba- 
stanza e spesso vale a togliere dalle pastoie sé ed altri. 

16. Intanto salendo erano arrivati al ponticello sul- 
POneto, dove si apre una romantica e romita valletta, 
chiamata Bisacola, a nord-est del colle di Pianico e a 



— 285 — 

sud-ovest delle pendici del Glemo. Entrarono per quella. 
Nel mezzo del fondo, tra un gruppo di vecchi salici 
veduto uno scavo, Felice domandò : 

« Che vuol essere questo? » 

« Osserva bene ; là sotto sgorga una sorgente di 
acqua minerale, un dì assai frequentata, ma dalla Ri- 
voluzione francese in qua posta in dimenticanza. La 
sua virtù è celebrata anche dalla celebre scrittrice in- 
glese Maria Lady Montagù, che verso la metà del se- 
colo XVIII per ordine dei medici ne bevette e per io 
anni dimorò sulle sponde del Sebino, come tra breve 
potrete leggere nelF opera di Monsignor Marinoni, che 
sarà degna di lui ». 

17. In cima alla valletta, che piacque assai, i fanciulli 
vollero fermarsi un pochino a dare un' ultima occhiata 
a quei luoghi, così ricchi di belle memorie, e sedettero 
sul morbido tappeto d' un praticello. Sedette anche il 
Maestro, il quale disse: 

« Cari miei, la nostra gita sta per finire e vi assi- 
curo che un viaggio così delizioso non V ho mai fatto. 
Il Signore ci ha accompagnati benignamente, il tempo 
ci ha favoriti a meraviglia, e le cose vedute, se non 
sono grandi, sono care e importanti per noi ». 

« Ella però ha veduto anche delle cose grandi, neh 
vero ? » 

« Oh sì, ne' miei viaggi, in Italia e anche fuori 
d' Italia ». 



— 286 — 

« Che piacere ! Se non Le è grave, ce ne racconti 
alcuno ». 

« A dirvi la verità, mi sento un po' stanco; ma, via; 
vi siete diportati tanto bene, che voglio proprio acconten- 
tarvi. La stazione della Tramvia è ancora un po' lon- 
tana, e n* abbiamo tutto P agio. Da quale devo comin- 
ciare ? » 

« Dal primo ». 

« Ecco : il mio primo viaggio significativo fu a Mi- 
lano con due amici, ma di quelli del cuore, uno dei' 
quali, siccome più attempato, si era anche profferto per 
guida. Non era il caso di sentirsene dire : Qui russava 
Cicerone, quando verso il 76 avanti Cristo ci venne 
questore ; qui Cornelio Dolabella gli domandava in isposa 
la figliuola Tullia : là si pettinava Terenzia : no. Ma 
per gente di facile contentatura, come eravamo noi, an- 
dava a pennello. Io mi struggeva dal desiderio di vedere 
il Duomo, che se per P architettura la cede al S. Pietro 
di Roma, è pure il gran Tempio pe' suoi archi lanciati" 
e sveltissimi a sesto acuto, per quelle guglie, che, come 
frecce, si spingono al cielo con tanta leggerezza in- 
sieme e solidità, da sfidar P ira dei venti, il fremito dèlie 
tempeste e il rovinoso avvicendarsi delle stagioni. Final- 
mente ci siamo, ma così intirizziti dal freddo che la era' 
una pena a sgranchire le gambe. 

« Oh ! beviamo qualche cosa di caldo e, magari,.' 
mangiamo anche un boccone » — dissi allora al mio' 
duca. 



— 287 — 

« Ma come ? Quando a cena, oltre la minestra, si 
è mangiato anche un uccello e più, la mattina poi si 
può tirare avanti anche un poco. Però.... quando se n' ha 
proprio bisogno.... accidenti air avarizia oggi!... ma 
guarda, neppure un Caffè.... ». 

« Veda qui un Bottfet\ è lo stesso». 

Boufet che nome ! Via, via finché troviamo 

un caffè ». 

E a furia di andare, pedibus calcantibus , s' intende, 
eccoci al Duomo. 

« Che piazzale, neh ! Che Chiesa ! Sapresti dirmi, 
■don Giovanni, quanto costerà? » 

« Ma chi lo può sapere ? » 

« Chi ? Val meno assai d' una giornata di maggio; 
.sicuro ! Lo dico sempre a tutti. Ma cacciamoci dentro e 
andiamo a vedere S. Bartolomeo colla pelle in ispalla. 
È la più bella cosa di Milano, figliuoli. Ma è un po' 
!fosco, vedete, questo Duomo ; guardate dove mettete i 
piedi. Ecco la Statua!' Che roba, neh! Sicuro, proprio 
così, colla pelle in ispalla!... Ah non si vede che qui !... 
iOra possiamo andare. Non è cosa da poco S. Bartolo- 
imeo. Ascolta, don Giovanni : Ci starebbe adesso un po' 
di colazione? » 

A quel nome spiccai un salto di contentezza, e 
V altro, quasi dimentico del luogo santo, si era messo 
Iperfìno a correre. A tutti e due a queir ora parevano 
acute perfino le porte. L' osteria, o che so io, era 






: 



288 



molto lungi di là, fin verso i bastioni di Porta Tanaglia. 
Quel giorno si voleva andare in grande, almeno nei 
passi, e non furono pochi dawero. E l'osteria!... Era 
una stamberga all' aspetto e dentro un covo di bor- 
daglia. Che ceffi di casa bruna ! 1 Giudei della Vi 
Crucis non ci sono per nulla. Vestivano un camiciotti 
0, come dicesi in gergo, la bluse unta e bisunta. E i 
moccoli che uscivano da quelle boccacce! Roba da chiodi . 
addiritura. 

« Son gente allegra » — diceva la guida — sicuro ! 
Se non si ride qui.... si paga poco e si mangia molto J 
e poi lo vedrete alla prova. — Olà... — Cossa vòren chi 
sciuri ? — domandano insieme due camerieri, che nel to- 
tale avranno avuto tre denti. — Una zuppa, ma... di quelleJ 

Va ben. — E uno di essi corre lesto al focolare, l'altro 

lo segue e prendendolo per un cencio che gli sventola 
dietro: _ (ji ti, Scarmiglion — gli dice — chi li'nsci 
in minga de Milan. No, mi disi eh' in provinciai spetasciài 
Ma che provinciai, sant' Ambròss ! In ostrogott. Vedei 
no che figùr ! Che risolòtt! Che nasun ! — Indi a poco: 
vengono a noi con tre ampie scodelle, tre cucchiai, tre 
grossi pani e una pentola. 

— E il mantile? — fa don P. — Ma che mantii ! 
Chi 'nscì se ùsen no. — 

Io non ne potevo più. Appena messa alla bocca 
quella broda, diedi in una solenne risata, alla quale 
fece eco don P., che in quel punto tossì anche, con 



pericolo di spruzzare tutto e tutti all' intorno per largo 
tratto. 

« Oibò ! Siamo a Milano e... dentro i bastioni, bi- 
sogna badare un poco, figliuoli ». - 

Non vedevo 1' ora di spicciarmi da quel covo, molto 
più quando a certi guizzi e sogghigni, che partivano dal 
fondo dell'antro, mi accorsi bene che, se ci fossimo ri- 
masti un po' più a lungo, potevamo essere i mal capi- 
tati. Don P., guardando di sottecchi, continuava: — 
Mio Dio, dove siamo ! Che porcheria! — Finalmente fu 
veduto il fondo anche a quelle scodelle, degne in tutto 
degli eroi d' Omero. Si paga il conto, si esce e, per una 
cinquantina di passi, si lavora di mani e di piedi a fare 
un po' di pulizia. 

« Ah... Vi pare ? — esclamò la guida in aria di 
soddisfazione — Bisogna saperli scegliere i luoghi e 
non cacciarsi addirittura là attorno alla Piazza, dove si 
paga anche a mettere il piede in terra. Ora andiamo 
sopra il Duomo. Però sarà bene che, passando, vediam 
prima la Galleria. É grande, sapete, così larga come 
lunga. Oh, ecco qua Leonardo da Vinci, che fece anche 
delle pitture... » 

« E non fece anche dei versi ? » — gli domandai io — 

« No, no. I versi si fanno là dentro » — e accennò 
al teatro della Scala. 

Siamo in Galleria, che è davvero una meraviglia. A 
destra ed a sinistra sono i più ricchi ed eleganti caffè 
e negozi di Milano. J 9 



290 



« Ma che benedetta gente ! Guardate un po' anche 
in su » — 

E lì tutti cogli occhi in alto e per buona pezza, 
sicché io mi penso che quelli, che ci passavano ai fianchi, 
zonzando come noi, avranno creduto che andassimo in 
estasi. E li vidi ridere, né avevano tutti i torti. I nostri 
nicchi a cencio, le scarpe larghe, che avrebbero conte- 
nuto con agio tre buoni piedi cittadini, i pastrani, non 
dirò soltanto goffi quanto al taglio, ma di una stoffa, 
che, a confronto delle altre da presso, sembrava una 
corteccia, i cappelli rabbuffati, l'indivisibile ombrellone, 
che, pel voler della guida, portavo io dispiegato perchè 
asciugasse, come mai a que' bellimbusti azzimati e in- 
cipriati, a que' cicisbei in parrucchino e sdolcinati non 
dovevano renderci tre figure quasi grottesche da far 
proprio sbellicar dalle risa ? Ma se essi ridevano, noi 
non piangevamo. Anzi D. P. ne voleva scoppiare. 

« Via, sopra il Duomo — fece il duca — . Ma vi 
raccomando di non dimenticare quel caro S. Bartolomeo 
che Dio l'abbia in pace ! » 

« Sì, sì; lo ricorderemo in eterno ». 

E così rispondendo moviamo al Tempio e infiliamo 
la scala, che conduce al disopra. E su ! e su ! Finalmente 
arriviamo ai piedi della Madonnina bagnati di sudore, 
ma non senza prò. 

« Domine ! Non c'è che dire ! Guardatevi attorno 
adesso. Che spianata di case ! Quel monte lassù è il 



2QI 



Resegone, gran monte ! Ne parla perfino il Manzoni. 
Se ci fosse tempo, vorrei menarvi anche alle campane 
qua sotto. Che bocche, figliuoli, e che battenti !... » 

« Dicono che a muoverle ci attaccano i cavalli,... 
ma non saranno in carne ed ossa, io credo... » 

« Oh no ! saranno cavalli di marmo, perchè qui è 
tutto marmo, qui... » 

E lì giù una soffiata di naso così sonora, che alcuni 
passeri, i quali annidavano su per la guglia maggiore, 
se ne volarono via spaventati. Dopo una breve pausa 
disse : . 

« Vi assicuro che n'avete da contare per tutta la 
vita. Ora discendiamo e torniamo a casa... Ma no, non 
così subito. Oggi si vuole scialare; accidenti all'avarizia ! 
Prima pranzeremo, ma, s'intende, dove si mangia molto 
e si paga poco ». 

Benone — risposi — Ma che La senta : si va ancora 
dalle parti di Porta Tanaglia ? » 

« Precisamente ! E dove pensi di star meglio ? » 

Né le sono canzoni. Ci si va filati; la guida ci pre- 
cede adagio e noi le andiamo dietro a paro. Un'oretta 
appresso dopo una svolta si affaccia un'insegna. Il duca 
si ferma un istante, legge e ci fa cenno di entrare. 
Non era l'osteria del mattino; ma sua sorella. Vi erano 
raccolti tutti i cisposi, i cartilaginosi, i tabaccosi dei pa- 
raggi e della vicina stazione. Non un volto, ma musi 
e grinte e grugni d'ogni genere. Il duca siede a un tavolo 



e noi presso di lui, ma con diverso parere. Questo non 
vale un cavolo. D'un tratto ci sta dinnanzi un piatto 
di carne che, dal colore, doveva essere mulo schietto. — 
Questa è una porzione ! Non si crederebbe in un Mi- 
lano... E che vino! Si può tagliare col coltello! — Eli 
si scaldava e in quel fervore disse che voleva condurci 
a Porta Sempione, dove, come aveva sentito raccontare, 
si vedeva ancora stampata l'orma del cavallo di Napo- 
leone I. Ma D. P., che di cavalli e di fanti avea piene 
le saccocce e per l'andare così pedestre a stento conosceva 
salva la pelle, ne lo ringraziò dicendo che l'avrebbe 
poi veduta un'altra volta. Alla stazione siamo dagli 
oziosi di bel nuovo squadrati così, da mettere a nostro 
carico i sospetti perfino negli agenti di polizia. Chi sa 
mai per che cosa ci prendevano ! Non certo per quello 
che eravamo. Ma non importa. Finalmente si entra in 
un carrozzone e si lascia anche Milano. — Che pas- 
seggiata ! — esclama la guida; — che varietà di cose ! E 
quel S. Bartolomeo... lo ricordi don Giovanni ? E la Scala 
e il Resegone e quei due desinari, perchè possiamo 
proprio chiamarli così. Io già mi lecco ancora le labbra. 
— Sì, sì, tutto bene, soggiunge D. P. ma... quegli 
occhiacci e quei ghigni... — E dalli ! Non si viaggia 
mica in uno scattolino; tutti possono vedere quello che 
si porta alla luce del sole. Se ci guardavano è segno 
che parevamo qualche cosa anche noi; per lo meno, 
gente poetica... — E lì si ride cordialmente e si va di 



2Q3 



vapore e si discorre di Milano, di pelle in ispalla, 
di borsaiuoli, di livello morale dei popoli, del filo a 
piombo, dell'entità dei raggi e, perfino, degli accidenti ; 
insomma, si fa un pasticcio, un guazzabuglio de omni- 
bus rebus et de quifaisdam aliis e si arriva sul Berga- 
masco rauchi ed in sudore. Ringraziata di cuore la 
guida, che ci invitò per un'altra passeggiata di là da 
venire, D. P., potendola fare finita coll'ammiccarmi so- 
lamente e darmi di gombito, trasse fuori un sospirone 
ed esclamò : — 

Finalment am poi disò 

Com' em voi liberament. 
Me', credimno 'n verità, 
Go ona fam propre de cà. 

Osteréa ! Cos' am mangiat 

Dal mès de deier a st' ura? 
On osel e 'n pò de sopa 
E ii tochel de miil de tropa. 

Porcheréa ! Che pasegiada ! 
Tata sìt 1' ò pio patida ! 
E grignam a dre' fod' sura 
Sti monèi de la malura...! 

'N da xe 'n zo a sentì de tot, 
Brocc làur, paisà, ostrogocc ! 
E pò forse 'da a finì 
A fas met a sòl Gitevi ! 



— 294 — 

Coi de furche d' Milanes ! 

Déga a mò : Ut ti, che rob ! 
Che nasun e che figùr..../ 
A Mila no piò sigiir. 

Oe, 'm s' entend, no parlem oter 
De sto vias de compassili, 
Disi a tòcc che le 'n dac be' 
E che 'm vò 'n daga a Fan che e'. 

lo, lì per lì, mostrandomi dalla sua, gli risposi : 

Quel 1' è certo che i compagn' 

Ergotina i scovrirà ; 

E pò zo, senza creanza 

I grignerà a crepa pansa. 
Ma, sant' om, cos' òlel faga? 

Se lu i grigna, i ga resù, 

Se no' m voi pio fa grignà, 

Rasegnensa e stem a cà. 

Ma io gliel' avevo detto per complimento. Tanto è 
vero che nelle vacanze pasquali di quell'anno stesso (1893) 
mi condussi pellegrinando a Roma. Verso le 8 dell' 11 
Aprile si lascia la gentil Firenze, così gustata, e si va. 
Si passano Arezzo, Cortona, il Trasimeno, Chiusi ed 
Orvieto. Ecco il Tevere, il biondo Tevere, che suscita 
tante memorie, che ricorda tanti fatti nobili ed ignobili ! 
Si salutano Orte, Poggio Mirteto, Monte Rotondo ; ma 
Roma non si vede ancora. Che spopolazione, figliuoli, 



295 



quella campagna ! Che abbandono ! La Città eterna, 
l'antica Domina gentium è cinta dal deserto ! Sterilità, 
catapecchie, paesi di paglia, che da Roma paiono guar- 
dati con disprezzo ! Qua e là però si vede qualche al- 
bero rigoglioso, quasi a mostrare che il terreno si pre- 
sterebbe alla coltura, purché l'assistesse la mano del- 
l'uomo. Oh se le avessimo noi quelle terre ! Ne faremmo 
tanti giardini. Sembra però che si pensi a bonificarle e 
sarebbe per Roma una vera fortuna. Finalmente, ecco 
spuntare laggiù sull'orizzonte la Cupola di Michelangelo, 
che, se non è svelta come quella del Brunellesco, vero 
miracolo d'arte, è però sempre meravigliosa. 11 principale 
monumento di Roma sacra è senza dubbio S. Pietro, che 
in vastità, in preziosità, in correttezza ed armonia delle 
parti, carattere dell'arte greca, supera tutte le chiese 
del mondo. Oh il giubilo dei pellegrini che visitano questa 
e le altre Basiliche romane, S. Giovanni in Laterano, 
S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori delle mura, ed hanno 
la grazia desideratissima di vedere il Papa ! Io fui in- 
trodotto all'Augusta sua presenza il 14 Aprile e vi 
assicuro che trovandomi innanzi al Vicario di Gesù 
Cristo, al Padre comune, a quel grande, che alla Chiesa 
crebbe tanti allori, a quell'uomo dei trionfi, specialmente 
ne' suoi Giubilei, quando da 1 00000 petti sotto le mae- 
stose vòlte della Basilica Vaticana usciva il grido : Ev- 
viva Leone XIII, io mi sentivo dentro un fremito di 
gioia ineffabile e calde lagrime di consolazione mi ca- 



296 



devano dagli occhi. Non potevo staccare lo sguardo da 
quel volto, da cui traspariva un'aria di bontà e di grandezza, 
che avvertiva di cosa più che mortale, e nel mio pensiero di- 
cevo : Padre, è così fatta la sembianza vostra ? Volli 
poi visitare anche Roma profana, cioè i resti delle cose 
antiche, le rovine dei Templi (poveri Numi barbogi, chi 
l'avrebbe lor detto ?), il Campidoglio, i Fori, il Palatino e 
specialmente il Colosseo, cha è tal cosa che nessun pensiero 
può figurarla. Altrove io vedevo le terme, le colonne, 
le torri, le mura e gli archi ; nel Colosseo i Romani. 
Vedevo un popolo immenso, armato di ferro e di valore, 
affollarsi su per quelle scale rovinate e migliaia e migliaia 
di visi diversi dai nostri, sporgenti dalle gradinate a mi- 
rare colPocchio cupido i gladiatori e le belve, sbucanti 
da quelle caverne. Udivo i frenetici applausi di mezza 
Roma, avida di sangue. Pensavo ai martiri... fissavo un 
piccolo altare, dove un giorno santi sacerdoti offrivano 
il Divin Sacrificio..., el'erba, che cresce su quei ruderi co- 
lossali, testimoni di tanto splendore e di tanta efferatezza, 
non mi sviava dalle mie ^considerazioni. Ritornando da 
Roma, per l'Umbria verde, ad Assisi vidi i tesori d'ar- 
chitettura del Bramante e di Jacopo Lombardo, la glo- 
rificazione di Colui, che 

fu tutto serafico in ardore, 

.... la cui mirabil vita 

Meglio in gloria del ciel si canterebbe. 

(D. Par. Xlj\ 



>97 



cioè il sepolcro e le due chiese di S. Francesco. A Lo- 
reto poi ebbi la bella ventura di celebrare la Messa nella 
S. Casa. 

Più tardi fui ripetutamente in Liguria e in Toscana, 
della quale vidi le principali città, 

dove con Flora 

Le Grazie han serti e amabile idioma. 

(UGO FOSCOLO, Le Grazie). 
Anche pedestre percorsi quella terra beata, dove nascono 
dappertutto i fiori gentili della nostra favella ». 

« Sulle sponde dell'Arno e sulle rive del mare con 
chi viaggiava, Maestro ? » — chiese Felice, che fino a 
quel punto non aveva mosso palpebra. — 

« Viaggiavo col miglior amico che io mi abbia, col 
mio Angelo Custode, che avevo impegnato con patti 
chiari ». 

« E non le successe proprio mai nulla di male ? » 

« Di male... no ; corsi però qualche pericolo ». 

« E dove ? » — fecero tutti. 

« Nella Lunigiana, alle falde delle Alpi Apuane, 
alle rinomate cave di marmi di Carrara, lo mi ci ero 
condotto da Parma dove avevo ammirato quelle due 
meraviglie d'Italia, che sono V Ascensione di Cristo e 
A* Assunzione di Maria di A. Allegri, detto il Correggio. 
Mi inoltro adunque per quelle cave, tra quel martella- 
mento, quel polverio, quegli operai mezzo ignudi, dai 
volti abbronzati e bagnati di sudore, dalle ispide barbe. 



— 298 — 

Non lo sapevo ; mi trovavo in mezzo a socialisti, di que' 
giorni malcontenti assai, che non avevano sul labro 
che il canto tremendo dell'ira e della vendetta. Fortu- 
natamente, forse per ispirazione del mio buon amico, 
men'accorsi per tempo, cioè quando, proceduto circa una 
mezz'ora, vidi che mi guardavano con certi occhiacci 
balenanti una luce sinistra, come se dicessero : Che fa 
lì quel prete ozioso ? Dobbiamo fargli là pelle ? — Ca- 
pirete che ce n'era anche d'avanzo. Addio, cave ! Diedi 
volta subito in cerca di un aere più spirabile. 

Un'altra volta mi trovavo al culmine di un valico, 
che mette nella Valtellina. La guida, che mi aveva pre- 
ceduto fin là, galantuomo all'aspetto, secondo l'accordo 
doveva ritornarne, ed io trassi fuori la mancia pattuita 
e gliela porsi. — 

Come ? — mi dice allora tutto corrugato e fosco il 
messere — per un viaggio sì lungo mi dà così poco ? 
— Vi do quello che mi avete domandato prima di sa- 
lire. — La non mi stia sui convenevoli, che non ne è 
né il tempo, né il luogo. O La mi dà tutto quello che 
tiene in saccoccia o io L'ammazzo e Le faccio il fune- 
rale qui, dove non mi sentirà che l'aquila da quelle 
alture ! — 

Non c'era da scherzare, figliuoli. In un baleno gli 
spianai contro la doppietta, di cui per viaggio aveva 
chiesto gentilmente di alleggerirmi. Gli avrei tirato alle 
gambe, come in simili casi suggeriscono di fare i Mo- 






2Q9 



ralisti pel minor male. Ma poi, essendomi accorto che 
era affatto disarmato, me gli adersi di fronte, gli dissi 
che di monti ne sapevo anch'io quanto un falco, strinsi 
le pugna, lo minacciai di schiacciarlo fra le mie braccia 
che in quel punto sentivo di ferro e gli urlai contro : 
Brutto mascalzone, e se invece io facessi il funerale a 
voi ? 

Non se l'aspettava. Allibì, quasi quasi svenne, cam- 
biato tono, mi domandò scusa e, pentito o no, contento 
o malcontento del convenuto (Lire 5), rifece il suo sen- 
tiero. Era un vecchio lupo, che aveva perduto il pelo, 
ma non il vizio ! » 

« Doveva rimandarlo con due pedate...» 

« L'avrebbe meritato ; ma non lo volli fare. — Vi- 
sitai anche molte Esposizioni, tra le quali V Eucaristica 
di Milano, che mi piacque, e le Nazionali di Milano, 
di Torino e di Como, dove, fatta qualche onorevole ec- 
cezione, la pittura e la scoltura mettevano in mostra il 
verismo il più sbracato e davano un solenne addio al- 
l'ideale nell'arte. 

Come membro del Consorzio di S. Francesco di 
Sales,' istituito da quell'attivissimo Arciprete, che è D. 
A. Berardelli, a favore degli emigrati di Valcavallina, 
nel 1900 percorsi la Svizzera e il Wùrtemberg in cerca 
dei nostri operai, lo stato morale dei quali in alcuni 
centri desta davvero pietà. Se mai vi avesse a capitare 
alle mani quel lavoruccio, intitolato : // libro d'oro per 



300 



tutti, a pagina 40 vi leggerete le mie impressioni. Se il 
Consorzio, tramontato per disposizione superiore, si avesse 
a ricostituire, pei nostri sarebbe tanto di guadagnato. È 
un voto. 

Nel 1902 vidi Marsiglia, Tolosa e Lourdes. Lourdes! 
La Chiesa del Rosario ! Quel lembo di paradiso, che è 
il Santuario, il quale poggia sulla Cripta e spicca va- 
gamente sullo sfondo col suo svelto campanile, che 
sembra immergere la saetta nel sereno del firmamento! 
La Grotta di Massabielle, dove la Vergine nel 1858 
apparve alla fortunata Bernardina, che grazia, che gen- 
tilezza, che maestà, quali dolci ricordi ! Ah ! io rinuncio 
a descrivervi quanto provai tra quei preziosi monu- 
menti di profonda gratitudine verso 1' Augusta Regina 
del Cielo, tra quel pio bisbiglio, tra quelle processioni 
divotissime, quei sospiri ardenti, quei gridi che erom- 
pono ripetutamente da mille petti : Viva Maria! Vive 
r Immacolata Concezione! E quegli infermi, dai volti 
pallidi e macilenti, dagli occhi languidi e lagrimevoli, 
che si affissavano quasi estatici sulla statua biancheggiante 
della Vergine, aspettandone la sospirata guarigione !.... 
quel pianto che si versava dai pellegrini per se e . pei 
loro cari !... Miravo e il cuore dentro mi si commoveva 
e gli occhimi si gonfiavano e pregavo anch'io: Madre 
della, consolazione, esaudite i vostri figliuoli, e le lagrime 
mi tornavano dolci e mi alleggerivano V ansia del petto. 
Dopo sei giorni a malincuore partii da quel luogo santo 



— 3 01 — 

con fermo proposito di pellegrinarvi di nuovo, appena 
I' avessi potuto ». 

« Ebbe anche la bella ventura di assistere a qualche 
miracolo a Lourdes? » 

« Proprio, Felice ! Ad uno che non dimenticherò 
mai, avvenuto sotto i miei occhi e riferito da tutti i 
giornali francesi, di qualunque colore ». 

« E chi fu la persona fortunata? » 

« Elisabetta Rossi dei dintorni di Genova, la quale era 
stata colta da una nefrite così ostinata, da resistere a tutti 
gli argomenti della medicina. La vedo ancora; sulla 
Piazza del Santuario, entro la sua carrozzella, faceva 
tutte le compassioni. Quand* ecco, alla benedizione del 
SS. Sacramento, portato da Mons. Grasselli, arcive- 
scovo di Viterbo, la Bettina balza dalla sua piccola 
vettura e si mette in ginocchio, gridando : Grazie, Si- 
gnore / G?'azie } Madonna / Sono guarita / Sono guarita / 
— E fra i plausi di tutti i pellegrini, senza bisogno 
d'appoggio, va all' Ufficio delle Constatazioni. Per ac- 
certarmi del fatto, mi vi conduco anch' io e ne parlo 
ad un medico, che, 11 per lì, mi sembra il capo del 
gabinetto » 

« Sapeva l'italiano quel Signore? » 

« Nemmeno una parola! » 

« E come si intesero ? Forse coi gesti ? » 

« In francese ». 

« Oh! Sentiamo un pochino che cosa gli disse ». 



302 



« Monsieur le Docteur — gli domandai — je se- 
rais curieux de connaìtre 1' opinion d> un maitre de la 
science sur ies phénomènes de Lourdes, et, avant tout, 
sur le présent ». 

« Va bene, e che n' ebbe per risposta? » 

« Questo : — Je ne fais aucune difficulté, Monsieur, 
de vous répondre que j' ai constate ici des faits, qui 
ne peuvent s' expliquer que par 1' intervention d' une 
puissance surnaturelle. Parlons plus simplement: J' ai 
constate scientifìquement des miracles et je défie, n' im- 
porte quel médecin, de me donner une explication na- 
turelle des guérisons que j' ai ccnsignées dans ce Cahier. 
Je dois également reconnaìtre que le bureau des con- 
statatola fonctionne à merveille et qii' il est impossible 
de donner de plus sérieuses garanties au point de vue 
scientifique. Et à 1' égard de Madame Bettina Rossi, je 
vous assure que la grande amélioration que vous-mème 
voyez dans son état, e' est vraiment V effet d' une puis- 
sance surnaturelle.... — E lì si scaldava adirmi anche 
di altri prodigi consimili; ma io con semplicità conchiusi : 
Docteur, vous prèchez un converti ; ce n' est pas moi 
qu' il faut convaincre. Merci, Monsieur! — E contento 
me ne uscii dal gabinetto ». 

In compagnia poi di mio padre mi recai prima a 
Venezia, un dì regina dei mari, oggi scoronata, ma 
sempre unica nel suo genere, e 1' anno scorso mi con- 
dussi ai piedi di S. S. Pio X, oggi abbeverato di fiele. 



— 303 — 

Deh che il cielo lo ricolmi d'ogni più bella consolazióne ! 
Eccovi, per somrrr capi, i miei viaggi che furono tutti 
gustati assai, come questa ultima gita pedestre che non 
vorrete così presto dimenticare. Dopo sei giorni di cam- 
mino, lo vedo bene, voi non siete stanchi, e perchè ? 
Perchè il vostro spirito giovanile, il cui cibo è la verità, 
fu, comecchessia, nutricato e ne è ancora famelico. Ba- 
date a non dissiparvi, ma ad educare la mente nelle 
varie discipline scolastiche, affinchè il corredo delle vostre 
cognizioni vada sempre crescendo. Intanto ringraziamo 
il Signore, che ha cortesemente guidato i nostri passi, e 
restiamo d'accordo di trovarci insieme, se a Lui piacerà, 
per altre passeggiate e conversazioni ». 

18. A queste parole una furtiva lacrima cadde dagli 
occhi dei fanciulli, che, arrivati alla stazione e preso 
posto quietamente in un convoglio della Tramvia, se- 
dettero di fronte al Maestro per raccoglierne, ritornando, 
gli ultimi detti. E il Maestro, a cui stava tanto a cuore 
di dirigere a bene i passi de' suoi amati scolari, con 
felice pensiero aveva stabilito di descrivere loro il viaggio 
di un giovanetto al Paese della Felicità. Ma poiché essi 
gli aprirono, rispettosamente, il desiderio di rifarsi, di- 
scorrendo, sulla tanto deliziosa passeggiata, non volle 
contradirli e pensò essere meglio fatto rimandare quel 
racconto a tempo più opportuno. 

Quando il treno si mosse, 

era men che notte e men che giorno 

(D. Inf. XXXI). 



304 



Onde, menato ancora una volta 1' occhio, benché 
non molto innanzi, su quella dolce plaga, feconda di 
sorprese e di meraviglie, diedero l'addio alla Valle che 
l'agricoltura razionale, il lavoro, il risparmio e la facile 
comunicazione colla città faranno un dì agiata e ricca, 
augurando dal fondo del cuore che tra quelle genti non 
entri confusion di persone, largo s*eme di mali, di folli 
teorie e di più folli speranze. 

Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco. 

Messo t'ho innanzi ; ormai per te ti ciba 

(D. Par. X.J. 



^ 



X" 



APPENPICI 



■1/ 

Trescor* 

Ai bagni minerali antichi della Città di Bergamo 
dal i al 27 maggio dell'anno 1862 dimorò il generale 
Giuseppe Garibaldi, a quelle Terme cercando la salute 
pel suo corpo affranto. Così sta scritto in una lapide 
murata fuori della porta per deliberazione del Consiglio 
Comunale di Trescore il 9 giugno 1882. Su quella 
porta è scolpito il Leone di S. Marco colla scritta: Pax 
tibi y Marce, Evangelista meus. Quei bagni minerali in 
questi ultimi anni ottennero 5 diplomi d' onore. 

w: 

Leuc^ris 

In uno studio topografico, pubblicato recentissima- 
mente sul Periodico « Sonderabdruk aus den Jahres- 
sheften des osterreichischen archàologischen Institutes 
Band VII (1904) » il signor Ottone Cuntz, Professore 



— 3o6 — 

nell' università di Graz, a proposito dell' Itinerario del- 
l' epoca romana tra Bergamo e Brescia mette avanti 
V opinione che ^Leucerés-. (fma^questa. parte identificato 
con Lovere o con Lecco,) sia invece 1' odierno Trescore, 
al quale fino dall' epoca celtica le acque saline avreb- 
bero fatto dare un tal nome, serbatoci appunto negli 
antichi Itinerari . La Tabula di Corrado Peutinger 
(1465-1547), che descrive le strade dell' impero romano, 
segna il viaggio così : Bergomum-Leucei'is-Brixìa. Né 
diverso dall' Itinerario della Tavola peutingeriana è il 
Ravennate : Pergannim-Leuceris-Brixia. Il signor Cuntz 
per la sua congettura si fonda principalmente sopra un 
Documento bergamasco dell 5 830' inserito nelle opere del 
signor A. Mazzi: Le Vie romane e Corografia Bergo- 
mense, anche per ammettere !" che" : la ,J via'"r J omahà ^'pel- 
Brescia da Seriate fin pressò Carobbfò'segui^ss'è^' odierna 
e che circa quel punto una' diramazione;' n cfrè itttVavèr- 
sava il V'icus di Trescore nella" locatila* dYStratà 6 y: Stràda, 
per la Valle Cavallina' conducesse 'ai CàmifriiV :J Ri^uia'rdO 
alla topografìa notata dalla Tavola Peutingeriana gli 
eruditi si dividono in due campi. Alcuni sostengono 
che Lueceris è Lovere, al confine settentrionale del 
lago d' Iseo. Ma contro' costoro s*ta da prima che si to- 
glie alla Tavola V unione diretta e più spedita fra Ber- 
gamo e Brescia e in suo luogo si introduce un lungo 
deviamento. Questo, per lo^meno^fa ^meraviglia. E poi, 
come si concepisce condotto il tratto Lovere - Brescia ? 



— 307 — 

InvìVaitrompia non ,si va. ohe. per gole molto alte, e, 
d' aMnonde* la stradarseli la riva orientale, del lago d'Iseo 
xi nord odi.-: Maro ixe è. -stata aperta con grandi spese sol- 
tanto 'recentemente. Un- passaggio poi sopra il lago vi 
sacebbe.1 indicato,» come, è quello- sul lago di Como. Da 
ultimo/j.tn rLovere si sono bensì .trovati monumenti an- 
tichi-; ma >la derivazione. ; di. Leuceris non si può inferire 
ai patto, veruno,.- Vanno, errati ancora quelli,. che lo iden- 
tificano', con. .Lecco. . Nel Medio -Evo Lecco era Len- 
dini o Léocum,Baomè$m legge in, un -documento della 
mèta "del' secoloMX.'jlLe romane scoperte a, Lecco sono 
scarse, a dir^veco; rendono 'però = testimonianza all' an- 
tichità ' deL luogo* v Ma,. vsecondo iLCuntZ} l'opinione di 
coloroy-" che" ''stanno -per una corruzione di Lettami in 
Lkvkerìà è ; molto 'arrischiata. E poi, tanto la Tavola 
quanto il Ravennate collocano Leuceris sulla diritta via 
éhé 3 cóftgiungé Bergamo coir Brescia. G' è anche 1' im- 
portante Documento dell' 830, in cui Aucunda novera 
le donazioni, onde il suo ricco padre Stabile aveva do- 
tato per testamento varie chiese. Fra le località nomi- 
nate, che sono~fiit'te vicine all'odierno Trescore, è Leoces: 
B?-inio suo in Leoces.... che il Cuntz sostiene sia l'antica 
Leucera. Il nome, tal quale si vede, nella forma medioe- 
vale è quasi intieramente mantenuto. Leoces sta a 
Leuces come Leocum a Leucum. La sua postura 
poi fra Entratico e Cenate ce lo fa cercare nel Ficus 
di Trescore poco lungi dalla strada Bergamo-Brescia. 



308 



Il signor Mazzi ha anche indicato che la Valle, la quale 
si estende da Trescore a nord verso i monti, porta il 
nome di Val di Lesse, con che certo Leoces ha rela- 
zione. Il Cuntz quindi crede che in Lesse continui a vi- 
vere ancora oggi P antico nome di Leucera. Del tro- 
vare Leucera nella suddetta Valle è nulla affatto, non 
essendovi un luogo che sia denominato per tale. È piut- 
tosto da ritenere per Valle di Lesse la Valle che appar- 
tiene a Leucera, e da identificare Lesse con Trescore 
medesimo. Ed ora una parola sul nome. 

La radice leuk indica risplendere, leuco, rilucente, 
biancheggiante. Non pochi nomi di luoghi e di persone 
nell' uso linguistico celtico si sono così formati. Orbene, 
Trescore in modo tutto particolare può aver avuto il 
predicato di Letico, vale a dire, glielo avrebbero dato 
le sue sorgenti sulfuree e saline. 

Siccome poi da Leucera si staccava la strada, che, 
passando per Valle Cavallina, conduceva ai Camuni, 
Leucera era il punto più importante del tratto Ber- 
gamo-Brescia. 

Questa, presso a poco, è V induzione del Cuntz. 



FINE — 



INPICE 



DEDICA Pag. Ili 

Due parole al lettore » V 

INTRODUZIONE 
La Valle Cavallina . . Pag. i 
GIORNATA I.» 
Capitolo l.° . Pag. 7 

I. Partenza da Bergamo. — 2. Utilità dei viaggi. 
— 3. Trescore. — 4. La Prepositurale. — 5. I Pre- 
vosti di Trescore. — 6. Sulla Piazzetta Celati. — 
7. 1 Bagni. — 8. Al Santuario di Maria Bambina. 
-- 9. Dal colle Niardo. — io. La famiglia Suardi. 

II. La Cappella di S. Barbara. 

Capitolo II. Pag. 49 

1. In via. — 2. La Madonna del Miracolo. — 3. 
Entratico. — 4. La Parrocchiale. — 5. La Buca del 
Corno. — 6. Luzzana. — 7. Il Gigante. — 8. Terzo 
e il suo antico Convento. 

GIORNATA II.» 

CAPITOLO I.° Pag. 67 

Ai nostri monti !... — 2. Grata sorpresa. — 3. Vi- 
gano. — 4. Borgo di Terzo. — 5. La Famiglia 
Terzi. — 6. Berzo S. Fermo. — 7. Allo Stabili- 
mento climatico. 



310 



Capitolo II. . Pag. 83 

Salita al monte Grimoaldo. — 2. Momenti felici.' 

— 3. Inno a S. Alessandro. — 4. Dal Torrezzo. 

— 5. La Iunfrau, — b. ! Il MtdrW all' Albergo. — 
7. Il Professore. — 8. La cena. — 9. Certi poeti 
e romanzieri. — io. Una quistione importantissima. 

GIORNATA Ill.a 

Capitolo l.° Pag. 1 

1. Il mattino. — 2. Considerazioni. — 3. A Monte 
di Grone. — 4. Grone. — 5. Il Cardinal Mai e T. 
Tasso. — 6. V Acqua Sparsa. — 7. Parrocchie e 

■>* - a -Pievi. — 8. La Tìevè dì Mòìògho 1 . — 9. Gli arci- 
preti di Mologno. — io. All' Albergo della Fonte 
di Gaverina. ' e " ''- ' 

Capitolo II. . Pag. 137 

1. Visita alla Fonte. — 2. Salata al Colle Gallo. 

— : j. Qaverina con Piano. — - 4. La nuova Parroc- 
chiale di. .Gaverina,, — 5.' Il Santuario del Colledi 
Piano.. .s'-r, .6. Innanzi all' altare* di' Maria. — 7. Di- 
scesa a S. Vittore. — 8. La cena.-' 

GIORNATA IV. a 

Capitolo l.° . . . •*/,,• • • Pa s- H7 
i.-A S». Vittore. — 2. La partenza. — 3. Per via. 

— .4. Il Castello.. di "Blanzano. -—5. Bianzano. — 
6. Guelfi e Ghibellini. — 7.- Spinone.' ^- 8. All' Al- 
bergo di S. Carlo. 

Capitolo II. ....... Pag. 167 

1. Il Castello di Monasterolo. — 2. Monasterolo. 

— 3. La Parrocchiale. — 4. Figadelli. — 5. Il 
padre del Maestro. — 6. Visita alla Chiesa. — 7. 
La Rovina. — 8. Visita al Cimitero. - 9. Diva- 
gazioni musicali. 



e. 



311 - 



GIORNATA V. a 

PITOLO I.° Pag. 197 

I. Partenza da Figadelli. — 2. Il Prevosto don Cri- 
stofero Zambetti. — 3. L' addio a Figadelli. — 4. 
All' altra sponda del lago. — 5. Ranzanico. - 6. 
Il Fontanile. — 7. Endine. — 8. La Repubblica Ci- 
salpina. — 9. Sulla via nazionale. — io. Rova. — 

II. Il Piangaiano. — 12. La valletta di Panteno. 

— 13. Dal poggio d'oro. — 14. Fonteno. — 15. 
La Collina. — 16. All' Albergo Cremona di Solto. 

Capitolo II Pag. 231 

1. Riva di Solto. — 2. Zorzino. — 3. Solto. — 4. 
La Chiesa Arcipresbiterale di Solto. — 5. I conta- 
dini. — 6. Esmate. — 7. Dai monte Glemo. - 8. 
Discesa pericolosa. — 9. Un buon padre di fami- 
glia. — io. Al Santuario della Madonna della Torre. 

— 11. Al Convento dei PP. Cappuccini. — 12. Di- 
gressione oratoria. 

GIORNATA VI.» 

Capitolo Unico Pag. 251 

1. Sovere. — 2. I Prevosti di Sovere. — 3. Saluto 
alla Madonna della Torre. — 4. Sellere. — 5. Bos- 
sico. — . 6. Pianico. — 7. Il monte Cala. — 8. Il 
Convento di S. Maurizio. — 9. Lovere. — io. 
Principali monumenti sacri di Lovere. — 11. Da 
Mons. Can. Prof. Luigi Marinoni. — 12. L' Acca- 
demia Tadini. — 13. La grande Fonderia Gregorini. 

— 14. Castro. — 15. Al Bivio di Poltragno. — 
16. Per la Bisacola. — 17. Breve relazione di viaggi 
a Milano, a Roma, in Liguria e in Toscana, nella 
Svizzera ed a Lourdes. — Alla Stazione della 
Tramvia. 

APPENDICI LEU Pag. 305 



Admìttitur 

t CAJETANUS Camillus 

Episcopus 



. 



UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 




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